Santiago Posteguillo.

INVICTA LEGIO. Parte 2.

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Titolo originale: Las Legiones Malditas.
Traduzione di: Claudia Acher Marinelli e Adele Ricciotti.
2015 - EDIZIONI PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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LIBRO Quarto.
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LA CONQUISTA DELL'HISPANIA
206 a.C.
Fortunam insanam esse et caecam et brutam perhibent philosophi
Saxoque instare in globoso praedicant volubilei,
Quia quo id saxum impulerit fors, eo cadere Fortunam autumant,
Insanam autem aiunt, quia atrox, incerta instabilisque sit,
Caecam ob eam rem esse iterant quia nil cernat quo sese adplicet;
Brutam quia dignum atque indignum nequeat internoscere.
[Per i filosofi la dea Fortuna  matta, cieca, disumana.
La rappresentano sopra una pietra rotonda in movimento.
Dicono che cadr l dove il caso spinger la pietra.
Dicono poi che  matta perch  crudele, incerta e instabile, aggiungono che  cieca perch non vede dove  diretta.
E disumana perch non sa riconoscere il degno e l'indegno1.]
MARCO PACUVIO
1. Dalla tragedia Paulus dello scrittore Marco Pacuvio, contemporaneo di Scipione l'Africano.
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31. ILIPA.
Primavera del 206 a.C.
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Accampamento principale romano.
Mancavano ancora due ore all'alba, ma Publio Cornelio Scipione aveva gi fatto colazione e i suoi uomini stavano per terminare. Il generale osservava il movimento dei legionari che andavano e venivano, indaffarati con i preparativi da lui disposti. Lelio non era con loro. Tanto per cambiare gli aveva affidato un altro compito: incontrarsi con il re Siface di Numidia, mentre lui e Silano reclutavano truppe iberiche lungo il cammino verso sud allo scopo di affrontare Giscone. Ma l'incarico di incontrarsi con Siface era una missione importante, bench lo sguardo di delusione con cui Lelio aveva ricevuto quell'ordine mostrava chiaramente che il veterano tribuno non la vedeva cos. Publio stava spianando la strada per la futura guerra in Africa. Magari quel mattino Giscone l'avrebbe sconfitto, ma se cos non fosse stato e avesse vinto lui, doveva attivare tutte le alleanze necessarie in Africa. Perch in seguito, con l'opposizione quasi certa del Senato di Roma, non avrebbe avuto n il tempo n le mani davvero libere per dedicarsi a quelle negoziazioni. Gli di avrebbero deciso le sorti di quel percorso e se quel percorso fosse azzeccato o meno.
Publio stringeva ancora la ciotola vuota della colazione, una doppia razione di focacce di frumento con latte di capra. Aveva mangiato anche carne di cinghiale secca, formaggio e pane, ed era stato meticoloso nel dare istruzioni affinch tutti, dai tribuni all'ultimo dei legionari della fanteria leggera, consumassero un pasto simile. Aveva bisogno di uomini forti e ben nutriti, specie quel giorno. Da una settimana ormai si trovavano tra quelle colline che gli Iberi della regione chiamavano Pelagatos, accampati di fronte al quartier generale delle truppe cartaginesi concentrate da Giscone nei pressi di Ilipa. Giorni nei quali non era successo nulla che potesse far avanzare le sorti della battaglia. A met mattinata Publio dispiegava i suoi soldati, con le legioni al centro e gli alleati iberici sulle ali e, come risposta, Giscone faceva uscire i soldati punici, anch'essi al centro, e i suoi mercenari ispanici sulle ali. Entrambi i generali posizionavano le rispettive forze di cavalleria dietro la fanteria di ogni ala, in pi Giscone aggiungeva qualche elefante, in numero del tutto insufficiente per sbilanciare un possibile combattimento, alle estremit della sua formazione. Ma non accadeva nulla. Gli eserciti rimanevano uno di fronte all'altro per il resto del giorno, senza che succedesse niente. La situazione sarebbe cambiata con l'alba che veniva.
I legionari stavano terminando la colazione e iniziavano a uscire all'esterno dell'accampamento. Dapprima ogni manipolo si schierava nella via centrale o principia, giusto di fronte al grande praetorium, sotto lo sguardo attento del generale, per poi girare di novanta gradi a destra e marciare verso la porta principalis dextera. Scipione era riuscito a riunire quarantacinquemila uomini, sommando alle sue quattro legioni vari contingenti di truppe iberiche, per la maggior parte guerrieri di fanteria, ma anche un reggimento di cinquecento cavalieri ispanici. I Cartaginesi, invece, erano riusciti a mettere insieme settantamila unit integrando le truppe di Giscone con le nuove leve arrivate dall'Africa e con un elevato numero di ispanici, giunti da tutti quegli insediamenti dove il potere punico esercitava ancora una notevole influenza, e molti di loro da Castulo.
Publio allung la mano, un calon ritir la ciotola vuota e la sostitu con un calice d'argento pieno di acqua fresca. Neanche un goccio di vino o di mulsum. Li avrebbe bevuti la sera, se fossero sopravvissuti agli eventi di quel giorno. Arrivarono Silano e Marcio, ciascuno da un'estremit opposta dell'accampamento. Fu Marcio il primo a informare il generale.
Sar tutto pronto tra poco. Gli Iberi sono gi schierati e le legioni si stanno disponendo ora. L'ordine del cambiamento nella formazione  definitivo, mio generale?
Publio assent due volte, con sicurezza, poi sottoline la propria volont con le parole.
Attaccheremo per primi e attaccheremo con una formazione diversa da quella che si aspettano. Prenderemo noi l'iniziativa per due volte. Sono pi numerosi. Dobbiamo essere migliori, pi forti, pi intelligenti. E sono stanco di aspettare. All'attacco. E si diresse verso la porta principalis dextera senza attendere alcuna risposta.
Silano e Marcio si guardarono, inarcando entrambi le sopracciglia, ma seguirono il loro generale senza esitazioni. A met strada tra il praetorium e la porta principalis, Publio riprese la parola.
Io diriger l'attacco dall'ala destra, voi condurrete l'ala sinistra e gli Iberi del centro saranno comandati dai loro capi. Dal centro per loro non sar facile abbandonare la formazione. In ogni caso ho dato ordine alla cavalleria che li sorvegli per evitare un ripiegamento. Publio temeva molto le possibili reazioni degli alleati iberici. Anni prima, il loro abbandono negli eserciti comandati dal padre e dallo zio era stato il fattore decisivo che aveva condotto alla morte dei due nelle praterie ispaniche. Per questo ora li voleva al centro, dove non potevano scappare con facilit. La chiave, tuttavia, stava nelle ali. Spieg ancora: Li circonderemo. Dobbiamo piegarne i fianchi.

Accampamento principale cartaginese
Il generale Giscone usc dalla tenda alle prime luci dell'alba. L'aria era piuttosto fresca e qualche nube scura si stagliava all'orizzonte, ma in quella parte del mondo poteva significare qualsiasi cosa. Avrebbe potuto cadere una pioggia torrenziale, come pure schiarire nel corso della mattinata e spuntare un sole radioso. In quel Paese c'era un clima strano. Ai fal nei pressi della tenda stavano scaldando la colazione del mattino che ancora non era stata distribuita. Non c'era fretta. Di solito fino a mezzogiorno il romano non spiegava le sue truppe. Aveva sete.
Portatemi acqua ordin, mentre uno schiavo gli porgeva la corazza e un altro si posizionava alle sue spalle per aiutarlo a stringerla bene intorno al petto annodando con fermezza le cinghie.
In quel momento dall'ala orientale dell'accampamento arriv un soldato che correva a tutta velocit. Si arrest di botto davanti a lui e, mentre recuperava il fiato con grandi smorfie, annunci il suo messaggio.
Mio generale... I Romani... Tutti... Sono gi schierati... Le quattro legioni e i loro alleati... E avanzano... Avanzano verso il nostro accampamento in formazione d'attacco. Sono solo a cinquemila passi...
Giscone spalanc gli occhi. Allontan con uno spintone lo schiavo che stava ancora sistemando la corazza e rifiut l'acqua che gli offriva un altro servitore.
Sei sicuro?
S, mio generale. Tutti i loro uomini... E avanzano verso di noi.  un attacco in piena regola.
Il generale cartaginese mosse verso la palizzata dell'accampamento e lesto, in meno di un minuto, si arrampic sulle fortificazioni. E l si imbatt in Magone Barca che, avvisato dai propri ufficiali, era accorso come lui a verificare se i Romani stessero davvero sferrando un attacco in piena regola. Il soldato non aveva esagerato. L, dinanzi agli occhi di entrambi i generali punici, a meno di cinquemila passi, in una progressione lenta ma costante, avanzavano tutte le legioni di Roma di stanza in Iberia. Giscone si pass il dorso della mano sulle labbra secche e, senza scendere dalla fortificazione n consultare Magone, si rivolse agli ufficiali che gi si erano riuniti ai suoi piedi, sotto la palizzata, nella parte interna dell'accampamento.
Fate uscire tutto l'esercito! Subito, andiamo! Per Baal, non abbiamo un minuto da perdere o non potremo usare nemmeno gli elefanti e la cavalleria. Prendeteli subito tutti! concluse gridando e alzando le braccia.
Gli ufficiali scomparvero all'istante e l'accampamento cartaginese si trasform in un turbinio di uomini e bestie che andavano e venivano.
Magone lo afferr per un braccio e strinse con forza. Alcuni degli ufficiali a lui fedeli esitavano a obbedire agli ordini di Giscone senza ricevere prima conferma dal pi giovane dei Barca, ancor pi dinanzi all'atteggiamento teso del loro capo che discuteva a voce bassa con il collega.
La formazione romana non  quella abituale disse. Non sappiamo che cosa ha in mente il generale romano. Vuole farci uscire dall'accampamento.  meglio restare qui. Difendendo l'accampamento logoreremo le sue truppe. Dovranno ripiegare e domani avremo l'opportunit di attaccarli, senza aver subto perdite o quasi.
Giscone scosse la testa con furia. Se fosse stato per lui, avrebbe gettato Magone Barca dall'alto della palizzata. Ma due ragioni importanti lo obbligavano a controllare i propri impulsi: non era bene dare un'immagine di divisione agli occhi delle truppe e, bench gli dispiacesse ammetterlo, non era sicuro di riuscire in una simile impresa. Non sembrava facile piegare il giovane Magone Barca, fratello minore di Annibale.
Magone, dal canto suo, si accorse che era impossibile ragionare con quell'ottenebrato di Giscone. Strinse i denti e, guardando gli ufficiali che ancora esitavano, annu una sola volta con chiarezza e decisione. L'unica cosa che condivideva con il collega era la certezza di non poter dare ordini contraddittori, non potevano far uscire met esercito e lasciare l'altra met dentro l'accampamento: sarebbe stato un suicidio. Tutte le volte che Giscone metteva in moto l'immenso meccanismo dell'esercito cartaginese in Iberia, Magone non poteva far altro che seguire la corrente e supplicare Baal di aiutarlo in mezzo a quel vortice.
Quel mattino l'uscita dell'esercito di Giscone e Magone non fu esemplare, ma pur sempre efficace. In meno di mezz'ora tutte le truppe erano schierate davanti all'accampamento. Non ebbero problemi durante lo spiegamento per due motivi. In primo luogo perch sistemarono le truppe come avevano fatto i due giorni precedenti, con i soldati iberici sulle ali e gli africani al centro, senza introdurre variazioni. Giscone non aveva ancora realizzato il cambiamento nella formazione romana a cui aveva alluso Magone, con le legioni ora disposte sulle ali e gli Iberi al centro. E, in secondo luogo, perch uscirono in tutta fretta senza perdere tempo a distribuire il rancio per la colazione. Per di pi, con grande sorpresa di tutti, il generale romano aveva ordinato di fermare l'avanzata delle legioni quando queste si trovavano soltanto a mille passi di distanza. Avrebbe invece potuto approfittare dell'evidente disordine che regnava nella formazione cartaginese, non ancora dispiegata in tutte le sue unit. Una decisione, quella del romano, che Giscone giudic assurda, ma che apprezz oltremodo. Gli di cartaginesi erano con lui, quel mattino. Nelle retrovie centrali del suo grande esercito, il generale sorrideva confuso e soddisfatto insieme. Avevano cercato di sorprenderli ma loro avevano reagito con rapidit, nonostante gli stupidi dubbi di Magone. E per sua maggiore contentezza, alla fine, nel momento chiave, il generale romano aveva avuto paura e aveva arrestato l'attacco dando cos respiro ai suoi uomini che ora potevano prendere posizione in tutte le unit e i reparti, schierati per il combattimento. Quel romano non sapeva cosa faceva. Peggio ancora: non sapeva neanche cosa voleva fare. Per finire, magari, non si sarebbe nemmeno combattuto. Giscone non aveva alcuna fretta. Il suo esercito era ben rifornito e i luoghi di approvvigionamento erano citt vicine, fedeli alla sua causa, mentre l'esercito romano combatteva lontano dalla sua area di maggiore influenza, a nord dell'Ebro, e se l'attesa prima del grande scontro si fosse protratta, le sue linee di approvvigionamento si sarebbero indebolite a causa della lunga distanza tra Ilipa e Tarraco. Per questo motivo il cartaginese non pensava affatto di prendere l'iniziativa. Era solo infastidito per non aver potuto fare colazione.
La sera prima aveva cenato male e bevuto troppo, e una buona colazione lo rimetteva sempre in sesto, ma quelle erano minuzie che si sarebbero risolte in poche ore, quando il romano avrebbe di nuovo ritirato le sue truppe come il giorno prima, il giorno prima ancora e tutti i giorni passati di quella settimana.

Ala sinistra dell'esercito romano
Era gi un'ora che stavano in formazione d'attacco. Silano e Marcio ogni tanto si scambiavano un'occhiata senza dire niente. A quel punto i loro occhi fissavano di nuovo l'altra estremit dell'esercito, alla ricerca della figura del generale. Lui se ne stava tranquillo, impassibile, senza dare l'ordine di attaccare. I tribuni aspettarono con pazienza un'altra mezz'ora, prima che Silano osasse rivolgere una domanda a Marcio. Esitava perch era l'ultimo arrivato; alle spalle aveva una sola campagna al comando del giovane generale Scipione, mentre Marcio aveva combattuto vari anni, prima agli ordini del padre e dello zio del nuovo generale, poi al suo fianco nella presa di Carthago Nova e nella vittoria di Baecula. Silano temeva che la sua domanda sembrasse frutto dell'inesperienza.
Cosa stiamo aspettando?
Lucio Marcio Settimio si gir, lo guard un istante senza dire niente, si volt verso il generale e poi di nuovo guard Silano.
Non lo so rispose.
Il fatto  che nessuno dei due tribuni riusciva a comprendere bene perch tanta fretta per alzarsi all'alba, se poi, una volta disposti, il generale aveva fermato l'avanzata, dando cos tempo ai Cartaginesi di schierarsi in formazione, per poi starsene l, come in qualunque altro dei giorni passati, fermi come degli stupidi.
Pass un'altra ora. Due ore. Tre ore. Quattro ore. Silano e Marcio diedero ordine che fosse distribuita frequentemente l'acqua tra i loro uomini. Il sole di mezzogiorno cadeva a picco. A quel punto fu Marcio a prendere l'iniziativa e, mentre montava su un cavallo che si era fatto portare, disse a Silano: Vado a parlare con il generale. Vado a chiedergli che cosa aspetta ad attaccare.
L'altro annu.

Retroguardia dell'esercito cartaginese. Alto comando punico
Asdrubale Giscone si tolse l'elmo e lasci che la testa prendesse aria, ma il vento si era fermato e il sole lo sferzava con una tale forza che il sudore sgorgava a fiotti da ogni suo poro. Quell'attesa era sgradevole. Per non fare niente sarebbe stato pi logico che il romano fosse uscito a mezzogiorno con l'esercito schierato, invece di fare quell'avanzata prima dell'alba. Decisamente quel generale non sapeva proprio come condurre una guerra. Era un'inutile giornata di sofferenza per tutti.

Ala destra dell'esercito romano
Marcio smont da cavallo non appena arriv all'altezza del generale. Lucio Marcio era sudato, come tutti, e ricoperto dalla polvere che aveva sollevato galoppando. Publio Cornelio Scipione non sembr sorpreso del suo arrivo.
Mio generale, chiese Marcio per tutti gli di, e con il dovuto rispetto, che cosa stiamo aspettando?
Il giovane Publio lo guard e gli rispose in maniera concisa.
Che gli venga fame. E indic i Cartaginesi.
Marcio inizi a capire. Annu piano, per aveva ancora qualche dubbio.
Mio generale, anche i nostri uomini non mangiano un boccone da molte ore...
 vero, lo interruppe il generale ma come sta il tuo stomaco, tribuno? Sei davvero morto di fame o puoi resistere?
Posso resistere, generale, e suppongo che il resto degli uomini possa fare lo stesso.
Bene, perch loro  dalla notte scorsa che non mangiano niente e il sole  ugualmente implacabile per tutti. Presto inizieranno a distribuire viveri. Ed  allora che noi attaccheremo con tutto ci che abbiamo a nostra disposizione. Attacco frontale con gli Iberi e le legioni, faremo una manovra avvolgente. Voglio circondarli. I loro elefanti sono pochi e li hanno posizionati alle estremit, circondati dagli Iberi che li temono tanto quanto noi. Le nostre legioni, con l'appoggio della cavalleria, dovranno eliminare elefanti e Iberi. Questi sono gli ordini.
Marco si port il pugno destro serrato al petto.
S, mio generale.

Retroguardia dell'esercito cartaginese. Alto comando punico
Magone Barca raggiunse il generale Giscone e gli propose di distribuire il rancio agli uomini.
Sono troppe ore che non mangiano. Se ci sar un combattimento, saranno sfiniti disse con aria preoccupata.
Giscone non odiava nulla cos tanto come dover dare ragione a un membro della famiglia Barca, ma il fratello minore di Annibale aveva ragione, perci annu senza dire niente. Magone organizz il vettovagliamento delle truppe. Nel giro di pochi minuti si aprirono le porte dell'accampamento generale cartaginese, affinch schiavi e servi dei punici portassero ceste con cibo alle differenti unit disseminate per la pianura. I soldati si rallegrarono nel veder arrivare le prime ceste con pane, carne secca, formaggio e anche frutta, ma le unit dell'ultima linea avevano appena iniziato a mettere i denti su qualche tozzo di pane, quando le quattro legioni di Roma e i loro alleati iberici presero ad avanzare di nuovo a passo sostenuto, colpendo con le loro spade gli scudi fino a trasformare tutta la valle in un tuono assordante di rumori e grida di guerra.
Asdrubale Giscone mont su un cavallo e ordin che s'interrompesse la distribuzione del rancio. Non c'era pi tempo.
All'attacco! Avanzate! url con tutte le sue forze. Sapeva che quello era lo scontro definitivo, ed erano pi numerosi, quasi il doppio dei romani. Li avrebbero annientati. Per Baal, per Cartagine! All'attacco! Sterminateli! Che non resti un romano vivo in tutta la regione!

Alla destra dell'esercito romano. Avanguardia
Quinto Trebellio comandava i triarii della terza linea di combattimento. Costoro rimanevano ancora inattivi, mentre gli hastati della prima linea si opponevano al gigantesco tumulto di Iberi, appoggiati da una quindicina di elefanti lanciati contro di loro, ma gli ispanici non erano abituati a combattere con quelle bestie tra le loro fila e, a volte, intralciavano i movimenti dei pachidermi anticipandoli, interponendosi sul loro percorso, oppure li confondevano con quel loro mare di voci agguerrite che inondava tutto ci che li circondava con la pretesa di infondere il panico fra i nemici. Il risultato fu che, quando infine gli Iberi al servizio dei Cartaginesi arrivarono al confronto diretto con gli hastati, si ritrovarono a lottare sia contro i Romani sia contro alcuni degli elefanti che, come impazziti, gli si erano rivoltati contro. Al contrario, gli elefanti che avevano raggiunto i Romani prima che gli stessi Iberi si frapponessero furono accolti da raffiche di armi da lancio di ogni tipo e, sebbene qualche bestia fosse riuscita a caricare alcuni manipoli della formazione romana, per la maggior parte furono respinti e messi in fuga diretti nuovamente verso gli Iberi dell'esercito punico. Nel giro di mezz'ora tutti gli elefanti erano morti, alcuni per mano dei Romani, altri trafitti dalle lance dei mercenari cartaginesi che si difendevano da quelle bestie che impedivano loro di combattere contro le legioni di Roma.

Retroguardia romana, ala destra
Publio osserv come era stato scongiurato il pericolo dei piccoli gruppi di elefanti, non solo per la confusione creata dagli animali per essere stati posizionati da Giscone tra gli inesperti Iberi anzich nella sperimentata falange africana del centro, dove sarebbero risultati pi ostili e operativi, ma anche perch il terreno alle estremit di entrambi gli eserciti era pi sconnesso e, di conseguenza, meno adatto agli animali. Diverso sarebbe stato se Giscone avesse avuto a disposizione non venticinque elefanti, bens cinquanta o sessanta. Tuttavia, nonostante quella vittoria parziale, il nemico ancora li superava per numero e gli hastati avevano sofferto gi parecchio in quello scontro iniziale. Publio fece un cenno con la mano destra agli ufficiali.
Fate entrare in combattimento i principes disse con serenit, senza gridare.
Le trombe e le tube della legione iniziarono a suonare e il generale pot vedere come sul campo di battaglia i suoi manipoli obbedissero con ferrea disciplina: gli hastati si ritirarono e lasciarono che le unit di principes li rimpiazzassero. In tal modo i soldati che affrontavano gli Iberi di Cartagine, ancora sconcertati per il fiasco degli elefanti, erano legionari freschi e, per di pi, meglio nutriti rispetto agli Ispanici, i cui stomaci vuoti iniziavano a farsi sentire.
Il generale diede un altro ordine: Che la fanteria leggera di entrambe le ali circondi il nemico e converga dalle estremit appoggiata dalla cavalleria. Voglio che inizino ad attaccare quegli Iberi sui fianchi.

Ala sinistra dell'esercito punico
Gli Iberi di Cartagine erano affamati, tuttavia il loro orgoglio guerriero li faceva combattere con furia. I Romani sostituivano di continuo le unit di prima linea con nuove unit, mentre loro erano costretti a combattere ininterrottamente, fino allo sfinimento o, in molti casi, finch cadevano feriti dal nemico, e solo allora venivano rimpiazzati da quelli che stavano dietro. Non era un sistema altrettanto efficace di quello romano, ma anche cos avrebbero potuto mantenere le posizioni pi a lungo, se sul loro fianco sinistro non fossero arrivate nuove truppe nemiche spalleggiate da una poderosa carica della cavalleria romana. Le perdite in quell'estremit furono innumerevoli e la confusione iniziale degli Iberi sul risultato finale di quella battaglia inizi a trasformarsi in profondo timore.

Centro della battaglia. Retroguardia cartaginese
Giscone osservava come la sua organizzata falange africana contenesse gli alleati ispanici dei Romani, bench quelli non cedessero troppo terreno. In qualunque caso era soddisfatto. Con gli Iberi era sempre cos: resistevano una o due ore, poi iniziavano a cedere terreno. Era questione di tempo. Un cavaliere, scortato da vari numidi, si avvicin all'alto comando. Su quel cavallo Giscone riconobbe l'inconfondibile sagoma di uno dei Barca e intu che, se aveva abbandonato la sua posizione in una delle ali della formazione, era per portare cattive notizie.
Magone smont da cavallo e si rivolse al collega con veemenza.
Bisogna ripiegare nell'accampamento e trincerarsi dentro. Le ali cedono. I Romani ci superano su entrambi i fianchi. Alcuni Iberi cominciano a fuggire dal campo di battaglia. Se ripieghiamo resteranno con noi, ma se non lo facciamo corriamo il rischio di una sbandata generale.
Giscone ascoltava senza guardarlo, concentrato com'era a contemplare la sua falange africana che manteneva il controllo nel cuore della battaglia. Magone comprese che aveva la mente offuscata.
Quello che hai davanti ai tuoi occhi  solo un miraggio! gli url. La battaglia si sta decidendo sulle ali ma, per Baal, possiamo ancora evitare il disastro e lasciare confuso il finale! Inoltre i nostri uomini, inclusa la falange, inizieranno a dare segni di sfinimento per la mancanza di cibo! Bisogna ritirarsi!
Giscone insisteva nel non volersi spostare di un passo, ma gli di decisero per loro. Il cielo, che nell'ultima ora di quel pomeriggio si era riempito di nubi nuove, si squarci nelle sue viscere con un potente tuono che scoppi sopra Cartaginesi, Numidi, Iberi e Romani, indifferente alle loro passioni, ai loro odi e alla loro guerra. L'acqua si rovesci come un torrente su guerrieri e cavalli, su feriti e cadaveri, inondando tutto nel giro di pochi minuti.

Ala destra romana. Alto comando
Publio Cornelio Scipione era zuppo fin nelle ossa. Con una mano si proteggeva gli occhi, anche se riusciva a malapena a vedere come le unit di prima linea s'impegnassero a continuare il combattimento in mezzo al fango, mischiato ad acqua e sangue, che inzuppava tutto e dove i sandali dei legionari affondavano rendendo difficile ogni manovra utile. Alle estremit i cavalli, infastiditi dalla pioggia intensa, perdevano i riflessi e risultavano meno combattivi. Publio alz la testa. Voleva vedere il cielo, controllare se c'erano schiarite, ma non riusc nemmeno a tenere aperti gli occhi tanta era l'acqua che cadeva su di lui. Quella non era pioggia, ma un violento diluvio. Strinse i denti con rabbia. Sospir e diede un calcio per terra. Alz il braccio destro, e bucinatores e tubicines suonarono la ritirata generale. La vittoria assoluta era stata cos vicina, cos vicina. Ma non era il momento di abbattersi. Si sarebbero ritirati nell'accampamento e avrebbero attaccato di nuovo non appena fosse spiovuto.

32. LA RITIRATA DI GISCONE.
Ilipa, primavera del 206 a.C.

Dopo la ritirata obbligata imposta da quel gigantesco acquazzone, i Romani non cessarono nel loro impegno e attaccarono ogni giorno. Anzi, senza lasciar tempo al nemico per il riposo, di notte lanciavano frecce incendiarie che tenevano tutti i Cartaginesi e gli Iberi dell'accampamento di Giscone occupati a spegnere il fuoco che si propagava ovunque. Era in quel modo che lottavano ormai da diversi giorni. I Cartaginesi erano stremati ma non vinti. Giscone doveva ammettere che Magone aveva organizzato con notevole successo il rinforzo delle fortificazioni dell'accampamento, il che, unito alla posizione sopraelevata su cui era stato costruito, lo rendeva una piazzaforte difficile da conquistare. Tuttavia gli animi dei mercenari ispanici erano accesi e i dubbi impregnavano i loro cuori sempre esitanti.
Magone Barca entr nella tenda di Giscone con l'aria stanca per gli interminabili compiti della difesa. Il generale lo invit a sedersi di fronte a lui. Il giovane Barca accett, cos come accett l'acqua che uno schiavo gli offriva. Saziata la sete, inizi parlare.
La situazione non  buona, Giscone, ma il problema non  questo; possiamo resistere cos qualche altro giorno, forse alcune settimane. Abbiamo rifornimenti a sufficienza. Il problema  che sar sempre peggio. Gli Iberi sono diffidenti, hanno iniziato a disertare. Al momento su piccola scala, ma temo sempre pi che venga un giorno in cui ci avranno lasciati soli e se ne saranno andati a migliaia. Nell'accampamento corre voce che il generale romano perdoni tutti gli Iberi che ci abbandonano.
E cosa vuoi che facciamo?
Attacchiamo ora che sono ancora con noi rispose Magone prontamente.
Quando ho ordinato l'attacco ti sei opposto, volevi che rimanessimo tra le fortificazioni. E ora che siamo dentro, vuoi attaccare sbott Giscone esasperato.
S,  chiaro che tu e io non concordiamo su quale sia il momento giusto per l'attacco e il migliore per difendersi.
Dopo l'ultimo commento di Magone cal il silenzio. Il vento soffiava e agitava le pareti della tenda. All'esterno si sentivano alcune grida. Era calata la notte e i Romani riprendevano a gettare frecce che incendiavano vari punti dell'accampamento.
Credo sia meglio che ti occupi dei lavori di difesa... disse alla fine Giscone ...e che lasci la strategia a me.
Magone sorrise sprezzante, mentre scuoteva la testa. Si alz e usc senza dire niente. Giscone rimase solo, a ingoiare il disprezzo del suo collega al comando. Non poteva ucciderlo perch era un Barca e Annibale era ancora molto potente, ma in quel momento giur a se stesso che se la guerra avesse risparmiato quel giovane e orgoglioso barcide, sarebbe stato lui a organizzarne la morte.
Si alz a sua volta e usc dalla tenda. Non appena fuori fu raggiunto da un piccolo gruppo di guerrieri africani, la sua scorta personale, che lo accompagnarono attraverso un accampamento agitato dove scoppiavano piccoli incendi in luoghi distinti, mentre centinaia di soldati correvano da un posto all'altro chiamando. Era una follia. I Romani stavano giocando a farli impazzire e, per Baal, erano sulla buona strada. Giscone pass davanti alla tenda sorvegliata di Imilce, ma prosegu di qualche passo fino a quella di sua figlia. I guardiani scostarono il telo d'accesso e il generale entr. Sofonisba se ne stava in un angolo, occupata a leggere alla luce di varie candele un rotolo che sembrava scritto in caratteri greci.
Che fai? le chiese mentre si sedeva su un piccolo sedile all'altra estremit della tenda.
La ragazza rispose senza guardarlo, senza distogliere i grandi e begli occhi neri dal rotolo che teneva in mano.
Leggo... Una commedia di Aristofane... Su alcune donne capaci di fermare una guerra...
Suo padre fece una smorfia di disapprovazione che non le sfugg. Sofonisba mise da parte il rotolo.
Sono d'accordo con te, padre, sul fatto che sia una sciocchezza disse sorridendo in modo malevolo. Sarebbe molto pi divertente se queste donne manipolassero gli uomini per iniziare una guerra.
Giscone aveva fatto quella smorfia perch non capiva che utilit potesse avere la lettura di vecchi rotoli scritti in lingue strane, anche se tollerava le stravaganze della figlia perch la tenevano lontana dalle passeggiate per l'accampamento dove si esibiva, tentatrice, agli occhi di tutti i suoi uomini. Sofonisba continu a parlare.
Anche se, padre, con tutto questo continuo tumulto l fuori,  difficile leggere con tranquillit.
Giscone si strinse nelle spalle. Sua figlia sapeva che non era un gesto di indifferenza, bens di impotenza. La giovane corrug in modo grazioso le sue sopracciglia depilate e strinse le labbra carnose, prima di separarle per parlare ancora.
Gli Iberi ci stanno per abbandonare, padre, lo vedo nei loro occhi, quando passano davanti alla mia tenda.  duro quello che sto per dirti, padre, ma hai perso la guerra in Iberia. Vuoi che ti dica cosa farei io?
Suo padre annu piano.
Scapperei con l'esercito africano, il pi capace, il pi fedele a te e, be', con gli Iberi che volessero ancora seguirci... ci sar sempre bisogno di carne da macello da offrire a quel romano... Ma l'essenziale, padre,  che dobbiamo tornare a Gadir e abbandonare questo Paese. Bisogna preparare l'Africa per quando la guerra arriver l; siamo nella posizione di vincerla. Il generale romano si sta ringalluzzendo, ma l'Africa non sar l'Iberia, non se riesci ad avere, se riusciamo ad avere, Siface e i sessantamila uomini del suo esercito numida. Con Siface al tuo fianco, il Senato ti rispetter, vincerai la guerra in Africa, Cartagine ti riconoscer come suo massimo generale, potremo riconquistare l'Iberia e poi, ebbene s... io sar regina di Numidia.
Giscone la guardava tra l'incredulo e l'attonito. Era duro, come aveva detto lei, accettare che tutto fosse perduto in Iberia, per in fondo al suo animo era d'accordo. Ed era sempre meglio una fuga ordinata e nei tempi giusti che essere annientati lentamente dal nemico. Asdrubale Barca aveva optato per la fuga dopo Baecula ed era stato capace di ricomporre un grande esercito e mettere in pericolo Roma, anche se poi alla fine l'impossibilit di comunicare con Annibale l'aveva portato alla morte. Ora poteva scegliere anche lui una ritirata simile e ricompattare il suo esercito, non nel Nord della Liguria e in Gallia come aveva fatto Asdrubale, bens in Africa con il potentissimo Siface. Restavano tuttavia un paio di punti in sospeso.
E Magone? E Massinissa?
Sofonisba non aveva dubbi.
Portali con te. Non c' bisogno di confessare loro tutti i nostri progetti, ma i nemici  meglio tenerseli vicini. Cos puoi sapere sempre quello che fanno.
Quando Publio Cornelio Scipione fu informato che Giscone abbandonava l'accampamento con l'esercito che gli era rimasto, non ebbe dubbi e, contrariamente a Baecula, ordin l'inseguimento delle truppe nemiche. Dal praetorium diede le prime istruzioni in modo affrettato, ma non erano ordini che impartiva senza averci meditato sopra. Era da giorni, da quando Giscone si era asserragliato nel suo accampamento, che considerava quale avrebbe dovuto essere la sua reazione nel caso in cui i Punici avessero tentato di ripiegare verso Gadir.
Che Silano prenda il comando della cavalleria e che questa li incalzi e li affronti, che li tenga impegnati. E guardando direttamente Silano aggiunse: Devi fare in modo che l'esercito cartaginese si fermi o almeno rallenti la marcia per proteggersi dalle cariche della cavalleria. Ci dar tempo alle legioni. Ora guardava Marcio, Trebellio, Digizio e Mario. Avanzeremo a marce forzate per prenderli alle spalle e, dovunque li troveremo, li massacreremo. Senza quartiere. Se la marcia durer giorni, non monteremo accampamenti fissi per la notte ma useremo le tende piccole da campagna e prima dell'alba riprenderemo la marcia per inseguirli.
Tutti assentirono. I preparativi della caccia iniziarono. Publio si ferm davanti al praetorium a braccia conserte. Quella non era Baecula: Giscone non era Asdrubale, non aveva altri eserciti che potessero accorrere in suo aiuto, gli Iberi iniziavano a stare pi dalla parte romana... Peccato che Lelio non fosse l con loro.

33. MASSINISSA DISERTA.
Sud dell'Iberia, primavera del 206 a.C.

Soltanto seimila uomini erano sopravvissuti al grande massacro durante l'umiliante ritirata di Ilipa. Massinissa contemplava la processione di soldati cartaginesi e iberici feriti davanti alla sua tenda e sapeva che ci significava la fine del potere di Cartagine in Iberia. E, chiss, forse la fine di qualcosa di pi. Lo aveva gi intuito dinanzi alla disastrosa pianificazione che Giscone aveva fatto nel corso della battaglia, prima del grande temporale, ma ora non aveva pi dubbi: stava lottando dalla parte dei perdenti. Il generale romano li aveva accerchiati. Aveva bloccato loro la strada con la cavalleria e bench lui stesso, con i suoi valorosi cavalieri, gli avesse tenuto testa, quel codardo di Giscone, anzich fornirgli l'appoggio necessario da parte della fanteria africana, aveva continuato la fuga lasciandoli soli. E cos li aveva condannati tutti. Massinissa e i suoi cavalieri avevano contenuto la cavalleria romana ma, quando le legioni si erano riunite, non gli era rimasta altra soluzione che retrocedere. Nel farlo avevano lasciato via libera ai Romani, che si erano lanciati contro la retroguardia dell'esercito cartaginese in fuga. Massinissa scosse la testa. Giscone non sapeva neanche fuggire. Il resto era stato sangue, morte, orrore. Erano sopravvissuti soltanto seimila uomini. E le diserzioni continuavano. I pochi Iberi che ancora si trovavano tra le fila cartaginesi approfittavano di qualsiasi attimo di confusione per scomparire in piccoli gruppi tra quelle colline che, in fin dei conti, conoscevano assai meglio dei loro alleati punici. Giscone e Magone si erano installati su alcuni rilievi increspati, confidando nel fatto che il terreno inaccessibile rendesse impossibile le manovre delle legioni romane che insistevano nel loro inseguimento.
Davanti alla tenda di Sofonisba c'era solo una sentinella. Le circostanze avevano obbligato Giscone a ricorrere ai suoi uomini pi fedeli per sorvegliare le diserzioni, e cos, ora, soltanto un soldato custodiva l'incolumit della preziosa figlia del generale. Era un guerriero africano alto e forte, che si trovava agli ordini di Asdrubale Giscone fin dalle prime campagne di conquista dell'Iberia, in quei tempi ormai lontani in cui la presenza romana nella penisola era del tutto irrilevante. Il guerriero era stanco e ferito. Il taglio che aveva alla gamba destra non era profondo, ma lo faceva zoppicare quando, per rilassare i muscoli, camminava su e gi davanti alla tenda della figlia del generale. Era stanco perch aveva combattuto con energia durante la battaglia di Ilipa, poi aveva dovuto spegnere i fuochi nei lunghi giorni di assedio dell'accampamento e, come se non bastasse, con le marce forzate permanenti per sfuggire alle legioni romane non aveva avuto tempo di recuperare energie o di riposarsi. Decise di sedersi un momento, appoggiando la schiena contro uno dei pali di legno che sostenevano la struttura della tenda da lui sorvegliata. Chiuse gli occhi un istante. Non doveva addormentarsi. Era fondamentale.
Sofonisba dormiva un sonno tranquillo. Sdraiata supina, le braccia distese lungo le dolci curve del corpo appena coperto da una sottile tunica di lana bianca che lasciava intuire le ondulate colline dei suoi seni. Che differenza con i monti selvaggi in cui si nascondevano, pens Massinissa mentre si avvicinava con il pugnale ancora sanguinante da cui un liquido scuro e spesso gocciolava sulle pelli distribuite intorno al letto della pi bella delle ragazze. S'inginocchi accanto a Sofonisba e le pos la mano sinistra sulla bocca premendo con forza. La giovane apr gli occhi e fece per gridare, ma quella mano era implacabile e nemmeno un suono riusc a scappare dalla sua ferrea pressione. Il re in esilio alz piano la mano destra perch la sua preda vedesse il pugnale sporco di sangue.
Un solo grido, un gemito, e ti ammazzer disse Massinissa e, guardandola dritta negli occhi, le tolse piano la mano dalla bocca, anche se gli cost non sentire pi quelle labbra carnose sulle sue dita da guerriero grosse e callose. La giovane rest in silenzio e si accovacci contro la testiera del letto, abbracciando le ginocchia con le sue lunghe braccia dalla pelle vellutata. Lui la guardava con desiderio. Lei era atterrita e, per la prima volta nella sua vita, da quando era bambina, non sapeva bene cosa fare. Quell'uomo era pazzo. Nessuno aveva mai osato aggredirla. Sofonisba comprese anche quanto doveva essere precaria la situazione dell'esercito di suo padre, se qualcuno come Massinissa osava irrompere con la forza nella sua tenda.
Il guerriero si guard intorno e trov ci che cercava. Si alz e prese il braccialetto d'oro e rubini che le aveva regalato e che giaceva su un tavolino accanto al letto.
Mettilo disse, accovacciato vicino al giaciglio per vedere come la ragazza, atterrita e confusa, allungava la mano e prendeva il braccialetto che le offriva il suo aggressore.
Sofonisba si infil il monile con l'abilit di chi ha fatto quello stesso gesto in molte occasioni. Una pratica che riemp di soddisfazione l'orgoglioso numida. Ci non pass inosservato alla giovane sconcertata, che ancora non sapeva bene cosa fare. Ed era questo che le faceva pi rabbia. Si trovava da sola con un uomo e non sapeva come manipolarlo.
Siete fatte l'una per l'altra fu il commento di Massinissa. Questa gioia e tu. Siete entrambe molto belle e siete entrambe vipere, ma ancora non so quale delle due  pi velenosa.
Sofonisba os rispondere, senza alzare la voce.
Sei venuto qui per questo? Per insultarmi? Ti facevo pi uomo e anche pi ambizioso.
Il volto di Massinissa, che fino ad allora si era mostrato lascivo ma affettuoso, si trasform. La fronte si corrug per l'ira a stento trattenuta.
Credi di sapere tutto e non sai niente. L'afferr per i capelli, poi tirando brutalmente la fece alzare dal letto.
La ragazza stava per gridare, ma di nuovo si trov la potente mano del guerriero sulla bocca. Ora era in ginocchio davanti a lui, con la testa all'altezza delle sue gambe, ma lui non poteva afferrare la daga, perch con una mano la teneva per i capelli e con l'altra le tappava la bocca. Sofonisba cercava con la coda dell'occhio dove il suo aggressore avesse lasciato il pugnale insanguinato.
Sono venuto soltanto a salutarti, preziosa figlia del generale Giscone sibil Massinissa, sputandole saliva e lascivia nelle orecchie. Sono venuto a dirti che oggi sei in ginocchio davanti a me con la forza, ma arriver il giorno in cui ti inginocchierai davanti a me per tua stessa volont, e mi supplicherai per te, per la tua vita. Quel giorno arriver e quel giorno inizier la tua nuova vita. Credi di sapere tutto e non sai niente.
Con uno spintone la gett sul letto. Lei prov a gridare, ma l'ingresso della tenda si spalanc ed entr un altro numida, uno dei Massili di Massinissa.
Mio re, disse il guerriero dobbiamo andarcene subito. Si avvicinano i soldati cartaginesi di Giscone.
D'accordo rispose Massinissa e, senza pi guardare Sofonisba, si diresse verso l'uscita.
La ragazza vide per terra il pugnale insanguinato e ci salt sopra come una gatta. Quindi si alz e si lanci con tutta la sua rabbia per pugnalare il cuore dell'esiliato re numida, che l'aveva insultata e umiliata nella sua stessa tenda, ma il re dei Massili della Numidia nordorientale aveva l'istinto guerriero dei migliori lottatori d'Africa e percep il movimento della sua preda umiliata, si gir su se stesso e afferr la mano della ragazza che impugnava il coltello con furia, stringendo il suo piccolo polso con una tale forza che la giovane apr le dita e l'arma cadde al suolo. Allora Massinissa prese la preziosa figlia del generale Giscone, la strinse con il braccio sinistro contro il suo enorme corpo e tirandole i capelli con la destra fece s che il viso di lei rimanesse indifeso, vulnerabile, poi avvicin la sua bocca a quella della giovane e la baci a lungo e appassionatamente ma, al contrario di quanto temeva, Sofonisba non lo morse n si mostr indifferente a quel bacio, anzi il corpo di lei sembr contrarsi, sussultare con una tale intensit che, quando si ritrov libera da quell'abbraccio, rimase in piedi in mezzo alla tenda, immobile, gli occhi spalancati a vedere come un sorridente Massinissa fuggiva scortato da due dei suoi uomini.
Ci vollero alcuni istanti perch Sofonisba si riprendesse da quanto era successo. Poi usc dalla tenda e vide che alcuni cavalieri si allontanavano sulla sinistra diretti verso la valle, mentre sulla destra si avvicinava un reparto di soldati di suo padre. Di colpo sent che i suoi piedi sguazzavano. Guard per terra e scopr il corpo inerme di colui che fino ad allora era stato uno dei pi fedeli guardiani della sua tenda, con il collo tagliato e il suo sangue sparso ovunque.
All'alba i Romani inviarono pattuglie in avanscoperta sulle aspre montagne che si ergevano sulla valle e si interponevano tra l'accampamento e il mare. Non trovarono niente.
Niente? domand un incredulo Marcio. Dietro di lui Publio Cornelio Scipione, seduto su uno sgabello, terminava la sua colazione a base di focacce di frumento.
Niente, tribuno ripeteva il decurione di cavalleria che portava informazioni sulle colline perlustrate quel mattino. Sono svaniti nel nulla. Restano solo alcune tende vuote, abbandonate, fal quasi spenti, armi rotte, resti di un esercito, ma non  rimasto nessun cartaginese. Gli esploratori dicono che si sono diretti verso il mare.
Marcio alz le mani in segno di impotenza. Silano stava in piedi vicino a lui, serio, la fronte corrugata. Il generale delle legioni termin di mangiare e pos la gamella per terra.
Fate portare un po' di vino disse. Marcio e Silano si voltarono verso di lui. Stavano arrivando anche Quinto Trebellio, Mario Giuvenzio, Sesto Digizio. Volevano sapere tutti se era vero quello che si diceva nell'accampamento. Il generale rispose prima che domandassero. S, centurioni e tribuni delle legioni, Giscone  svanito nel nulla. Di sicuro  fuggito a Gadir con le navi. Avrei dovuto far venire la flotta per impedirgli la fuga. Ho sempre pensato che si sarebbe deciso tutto sul campo di battaglia, ma ci  sfuggito. Publio sembrava rilassato, come se ci non lo riguardasse.
Un'altra volta... osserv Silano.
No lo interruppe Publio. No. Gli Iberi lo hanno abbandonato e, a quanto dicono le sentinelle notturne, i Numidi hanno lasciato l'accampamento stanotte. Giscone e Magone raggiungeranno in nave l'unico bastione che gli rimane in Hispania: Gadir.
E allora andiamo a Gadir! disse Marcio.
Il generale rimase in silenzio. Portarono il vino. Publio fece cenno agli schiavi di distribuire coppe fra tutti i suoi tribuni e i centurioni presenti, riuniti davanti alla tenda del praetorium. Una volta che le coppe furono servite, il generale alz la sua e tutti lo imitarono.
Tribuni e centurioni di Roma, l'Hispania  nostra disse e bevve un sorso. Marcio, Silano e il resto degli ufficiali lo imitarono, tranne Quinto Trebellio che si scol la coppa in un sorso solo. Poi non riusc a evitare un rutto.
Chiedo scusa disse a occhi bassi.
Il generale si alz e si avvicin al suo centurione. Gli mise una mano sulla spalla e si rivolse a lui con un ampio sorriso sulla faccia.
Quinto Trebellio pu ruttare quando lo desidera in mia presenza. Come potete farlo tutti voi. Tutti insieme abbiamo liquidato il potere di Cartagine in Hispania. Romani, l'Hispania  nostra. Gadir  una ridotta poco importante. Andare a Gadir? Non so... disse poi come se parlasse tra s e s, guardando un istante il cielo.
A quel punto arrivarono nuovi esploratori. Uno di loro smont e, sorvegliato dagli attenti lictores, si mise davanti al generale. Publio lo guard e fece cenno con la mano perch parlasse.
Ci sono alcuni numidi davanti all'accampamento. Dicono di voler parlare con il generale. Uno di loro dice di essere re.
Un re numida? Publio fece una smorfia di approvazione. Questo mi interessa, portatelo.
Il generale si accomod di nuovo sul piccolo sgabello, mentre i suoi ufficiali condividevano il vino e si mostravano anch'essi incuriositi. Quel numida doveva essere uno dei mercenari di Cartagine che avevano abbandonato Giscone quella notte. Non aveva molto senso parlare con loro, a meno che non fosse per ammazzarli, ma ormai erano tutti abituati ai modi curiosi di condurre la guerra del loro generale e, alla luce dei successi raccolti, nessuno poteva criticare le sue strategie. Se il generale voleva parlare con i numidi, che ci parlasse.
Massinissa smont da cavallo presso la porta principalis sinistra e seguendo la via principalis a piedi, circondato da diversi legionari armati, avanz tra le decine, centinaia di tende di quell'immenso accampamento militare. Rimase impressionato nel vedere la massa ingente di uomini affaccendati in compiti di tutti i tipi: affilare armi, pulire corazze, riparare lance, cucinare, dar da mangiare ai cavalli, riparare sandali, infornare il pane... Tutto era perfettamente organizzato. Non fu pi cos sorpreso per la vittoria romana sui Cartaginesi di Giscone.
I legionari che lo sorvegliavano si fermarono davanti a una tenda molto pi grande delle altre. Davanti all'ingresso erano riuniti vari ufficiali e su un piccolo sgabello stava colui che, dal modo in cui tutti lo guardavano, doveva essere il comandante in capo. Non sembrava affatto temibile, ma il rispetto di quegli sguardi, sguardi di uomini rudi e forti, nei confronti del giovane generale fece capire a Massinissa che non doveva sottovalutare quell'uomo, avrebbe potuto rivelarsi un grandissimo errore.
Dicono che sei re gli disse il giovane generale, sorprendendo il numida immerso nei suoi pensieri.
Cos , generale di Roma. Sono Massinissa, re dei Massili, re di tutta la Numidia nordorientale.
Capisco gli rispose il romano fissandolo intensamente. Lo stava studiando. Capisco, giovane re dei Massili, per sembra che il re Siface di Numidia non sia del tuo stesso parere.
Cal un silenzio teso. Massinissa rispose con calma.
Siface  un miserabile e un usurpatore che non riconosce i miei legittimi diritti al trono dei Massili. Solo con l'aiuto dei Cartaginesi ha potuto soggiogare il mio popolo e obbligarmi a combattere in esilio...
Combattere in esilio a fianco degli stessi Cartaginesi che appoggiano chi ti ha detronizzato lo interruppe il generale romano.  strano, non credi, giovane re?
Massinissa sbatt un paio di volte le palpebre e guard per terra. Non era abituato a essere interrotto, per almeno quel generale si rivolgeva a lui in qualit di re, cosa che ormai da molto tempo non faceva nessuno tranne i suoi uomini pi fedeli.
Pensavo inizi a spiegare che mostrando ai Cartaginesi il mio valore nella loro guerra contro i Romani mi avrebbero permesso di recuperare il mio trono, ma ora capisco che mi sono sbagliato tutti questi anni.
E lo hai capito adesso che i Cartaginesi sono stati sconfitti comment il generale.
Adesso che sono stati sconfitti in Iberia, s, ma anche dopo aver visto come il generale romano tratta i suoi alleati, con lealt, con generosit; dopo aver visto che anzich imprigionare mio nipote Massiva lo hai liberato, bench lottasse contro di te e le tue legioni. Sei un uomo strano, generale, ma gli Iberi ti rispettano, mentre non rispettano i Cartaginesi. Tu mantieni ci che dici e ho imparato a mie spese che i Cartaginesi non mantengono le loro promesse. Dopo aver lottato tre anni con loro, so che non mi aiuteranno mai con Siface, ma se tu ti impegni ad aiutarmi a recuperare il mio trono, quando la guerra arriver in Africa, io combatter a fianco dei tuoi uomini. La mia cavalleria  la migliore del mondo.
Come sai che questa guerra arriver in Africa?
Ne hanno gi discusso varie volte al Senato di Roma, e tutto il mondo parla di ci che si discute al Senato di Roma.
Publio Cornelio Scipione si alz. Quell'uomo lo incuriosiva. Ed era sicuro che la sua cavalleria avrebbe potuto essere assai valorosa sul campo di battaglia, poteva essere l'elemento che avrebbe sbilanciato il confronto tra grandi eserciti e, per tutti gli di, se c'era un punto debole negli eserciti romani era la cavalleria. Un'alleanza con quell'uomo avrebbe potuto rivelarsi interessante. Publio si ferm davanti a Massinissa, occhi negli occhi, a un solo passo di distanza.
D'accordo, re Massinissa. Quando sbarcher con le mie truppe in Africa, tu mi aiuterai a combattere contro i Cartaginesi e, in cambio, dopo la loro sconfitta definitiva, recupererai la regione della Numidia che ti appartiene per lignaggio. Questo  il patto che ti offro ed  un patto cui terr fede, se tu manterrai la tua parte.
Massinissa guard il generale, poi si volse intorno, fissando il viso di ciascuno degli ufficiali l riuniti, e di nuovo guard il generale.
Terr fede alla mia parte.
Il generale annu senza aggiungere altro. Il numida riprese, scortato, il cammino verso l'esterno dell'accampamento. Publio si accorse che il giovane re era senza spada.
Perch un re numida non porta la spada?
Massinissa si ferm e si volt per rispondere, ma fu anticipato da un legionario.
Mio generale, lo abbiamo disarmato all'ingresso, per sicurezza.
Il re dei Massili non deve andare disarmato in mia presenza disse Publio Cornelio Scipione e, prendendo la spada che pendeva dal balteo di uno dei suoi lictores, la offr a Massinissa.
Il numida esit, ma allung la mano e afferr l'arma con una mano.
 una spada romana disse Publio, mentre l'altro la esaminava. E ti ricorder sempre per chi combatti adesso.

34. LA LETTERA DI LELIO.
Sud dell'Hispania, primavera del 206 a.C.

Il destino a volte  curioso. Presso la porta decumana Massinissa, ancora a piedi, incroci un cavaliere che irrompeva nell'accampamento al gran galoppo. I legionari di guardia si spostarono per lasciarlo passare, poich erano gi stati avvisati dagli esploratori che pattugliavano i dintorni della fortificazione che era in arrivo un messaggero ufficiale da Carthago Nova. Il numida guard quel cavaliere con curiosit, un po' perplesso perch lo si lasciava passare senza alcuna obiezione, ma non gli diede molta importanza. Sulla soglia dell'accampamento si riun con il gruppo di Massili che lo avevano accompagnato. I legionari, su istruzione del generale, restituirono loro armi e cavalli. Il re dei Massili mont sul suo nero destriero e i suoi uomini lo imitarono. Con la loro agilit nell'arte equestre, si allontanarono dall'accampamento galoppando verso ponente.
Il messaggero smont davanti al praetorium e consegn alcune tavolette al generale che le ricevette in piedi.
Vengo da Carthago Nova, mi manda il tribuno Gaio Lelio, mio generale.
Publio prese le tavolette, annu, si gir e inizi a camminare verso l'ingresso della tenda. Era il momento di sapere che cosa aveva risposto Siface a Lelio.
Siface si era sollevato contro i Punici e aveva ricevuto aiuto da suo padre e da suo zio, ma in quella occasione i Cartaginesi, con Asdrubale Barca al comando e Massinissa al suo fianco, lo avevano sconfitto. Da allora era passato parecchio tempo e Siface si era rifatto: approfittando della lontananza degli eserciti punici, di stanza in Hispania e in Italia, come pure dell'assenza dello stesso Massinissa, aveva recuperato il Nord-Est della Numidia, il territorio dei Massili, scacciando tutti gli uomini fedeli a Massinissa, quando non li aveva uccisi senza piet. Ora, senza ombra di dubbio, Siface non era solo pi potente del suo rivale numida, bens l'uomo forte di quell'immenso Paese e, poich i Cartaginesi non volevano aprire un altro fronte di guerra in Africa mentre combattevano contro i Romani in Hispania e in Italia, avevano accettato le sue conquiste come un nuovo status quo, ci di cui Massinissa si era lamentato appena pochi minuti prima davanti alla stessa tenda del praetorium. Cartagine voleva Siface come alleato e anche Publio, per quello aveva inviato Lelio a negoziare con lui. Quelle tavolette gli avrebbero svelato subito qual era stato il risultato dell'incontro. Il re numida doveva aver sfruttato il fatto di essere tanto temuto quanto desiderato da tutti. Massinissa ormai non sembrava cos importante a nessuno, ma Publio aveva ritenuto conveniente accettare l'offerta del re in esilio, poich qualsiasi rinforzo di cavalleria poteva essere utile e lui avrebbe combattuto con smania in favore dei Romani nella speranza di recuperare il regno perduto. Ci che sembrava pi complicato era come guadagnarsi la fiducia di Siface, ottenerne l'aiuto o almeno la neutralit e, al contempo, strappargli parte della Numidia per poi consegnarla a Massinissa.
Publio si ritrov da solo all'interno del praetorium e si sedette. Ogni cosa a tempo debito. Al momento poteva contare sull'alleanza con Massinissa. Un patto con Siface avrebbe significato tenere il piede in due sandali, ma in quella lunga guerra tutto era incerto.
Vediamo che cosa ci racconta Lelio disse a voce alta, come per scuotersi dal torrente di pensieri che gli mulinavano nella testa.

Publio Cornelio Scipione, imperator delle legioni in Hispania
Ho parlato con Siface, re di Numidia, nel porto di Siga. L'incontro  stato breve. Si  mostrato offeso. Ha insistito sul fatto che un re negozia solo con re, sufeti o generali cartaginesi oppure con consoli romani o generali di Roma investiti del grado di imperator. Ha detto che, se Publio Cornelio Scipione desidera qualcosa da lui, deve negoziare di persona con lui. Non c' stato modo di parlare. Secondo me, Siface ha gi venduto i propri servigi a Cartagine. E sono sorpreso che ci abbia lasciati vivi.
Gaio Lelio, tribuno
Publio pos la tavoletta sulle ginocchia. Era seduto su uno sgabello, da solo. Aveva bisogno di meditare. Lelio sempre cos parco di parole... Andare in Numidia? Attraversare il mare nel bel mezzo di una guerra? Abbandonare l'Hispania per negoziare con un re pazzo? E tuttavia Siface aveva fatto partire Lelio. C'erano varie ragioni possibili: voleva che il messaggio arrivasse forte e chiaro oppure non voleva dare motivo a Roma di attaccare in modo diretto la Numidia. Di fatto, se avesse ucciso Lelio, ora Publio avrebbe avuto un buon motivo per presentare al Senato di Roma l'invio di legioni in Africa come giusta causa. Per molti senatori la morte del suo tribuno inviato come negoziatore sarebbe equivalsa a un oltraggio da non lasciare senza risposta. Publio avvert una sensazione amara allo stomaco. Per un istante era stato come se avesse desiderato la morte di Lelio.
Marcio e Silano entrarono nella tenda silenziosi e si fermarono appena oltre la soglia. Publio li vide e parl loro con determinazione.
In una settimana dobbiamo essere a Carthago Nova. L ci imbarcheremo su una quinquereme.
Torniamo a Tarraco via mare? domand Marcio a Publio, mentre si accarezzava il mento con il palmo della mano.
No. Tu andrai a Tarraco e Silano si tratterr a Carthago Nova.
I due ufficiali si scambiarono un'occhiata.
E cosa far il generale? volle sapere Silano.
Io andr in Africa.

35. GADIR.
Gadir, sud dell'Iberia, estate del 206 a.C.

Erano arrivati ordini dal Senato di Cartagine. Magone Barca sembrava agitato ma deciso a mettersi in marcia. Doveva partire per le Baleari e da l, una volta reclutato un esercito di mercenari, sbarcare nel Nord Italia. Il piano iniziale di Annibale sembrava godere ancora di qualche appoggio tra i senatori punici. Rimaneva solo una questione in sospeso.
Si present al cospetto di Giscone che, a sua volta, aveva ricevuto dal Senato cartaginese istruzioni di tornare in Africa. Il giovane Barca trov il generale immerso nei preparativi per imbarcare le truppe verso sud.
Le strade della citt sono sottosopra inizi Magone senza attendere che il generale pi anziano gli rivolgesse la parola.
Giscone ingoi quell'offesa, l'ennesima da parte dei vanitosi Barca, e se la segn nella memoria.
Sanno che stiamo per partire rispose senza guardarlo, fingendosi occupato a controllare le tavolette che contenevano gli inventari delle provviste per il viaggio di ritorno in Africa.
Salper per Minorca con la prossima marea annunci Magone.
Cos sia concesse Giscone senza guardarlo.
Resta solo una questione in sospeso.
Il generale veterano sollev gli occhi dalle tavolette. Quei Barca lo irritavano proprio.
Ebbene?
Imilce, la moglie di mio fratello. Non posso portarla con me, ma non vogliamo nemmeno che resti qui e cada nelle mani dei Romani.
La faccia di Giscone si apr in un largo sorriso.
Non mi sembra che Annibale ne abbia una grande stima. Non ha nemmeno scritto per chiedere di lei.
Magone scosse la testa in segno di diniego.
Non si tratta di qualcosa di personale, bens di una questione politica e di potere. Imilce  la moglie di un generale cartaginese. Magari non sar utile, ma non possiamo abbandonarla alla sua sorte.
Giscone corrug la fronte. Odiava quando i Barca avevano ragione. Decise di porre fine a quella conversazione.
D'accordo. Rester con me e mi accompagner in Africa. Verr custodita come la moglie di un generale cartaginese, come ho fatto finora.
Magone annu un paio di volte. Si volt e se ne and.
Asdrubale Giscone gett le tavolette per terra. Una and in pezzi. Si avvicin uno schiavo per raccoglierli, ma il generale lanci un tale urlo che quello si allontan di corsa lasciando il padrone da solo.

36. IL RE DI NUMIDIA.
Baia di Siga, nord dell'Africa, estate del 206 a.C.

Lelio stava sulla prua della nave. Avevano avvistato triremi nemiche, ma dalla coperta ancora non erano visibili. Era la seconda volta in poco tempo che faceva la stessa rotta. Di nuovo verso le coste della Numidia. La traversata era stata convulsa. Publio aveva deciso di navigare solo con due quinqueremi. Non voleva portarsi tutta la flotta e lasciare sguarnite le baie delle citt ispaniche, specialmente quella di Carthago Nova per il suo valore strategico, e quella di Tarraco perch Emilia e i suoi figli stavano l. Ancora si ricordava le parole del generale quando si erano imbarcati, in risposta al suo sguardo preoccupato per il fatto di partire con due navi soltanto.
Cos saremo pi rapidi. Una flotta  sempre lenta.
All'orizzonte iniziarono a scorgersi gli alberi e le vele spiegate delle imbarcazioni nemiche. Due, quattro, sei... sette in totale. Sette triremi contro due quinqueremi. Le navi romane avevano maggiore capienza e avrebbero opposto una grande resistenza se fossero state raggiunte, ma il maggior numero e la maggiore capacit di manovra delle agili navi puniche non lasciavano presagire nulla di buono. Se una delle triremi fosse riuscita a speronarli su un fianco, avrebbe aperto una grande falla e sarebbero stati condannati al naufragio o, ancora peggio, a cadere prigionieri.
Cosa succede? Perch mi avete svegliato...? chiese Publio, che era comparso sulla prua alle spalle di Lelio. Non termin la frase. Le triremi cartaginesi erano gi ben visibili. Ci furono alcuni istanti di silenzio finch il generale domand ancora: E la costa? Dovremmo essere gi vicini.
Lelio guard alla sua destra. Avevano navigato al largo proprio per evitare le pattuglie di navi cartaginesi che costeggiavano tutta la Numidia e l'Africa. Di fatto la presenza di quelle navi doveva essere altres un indizio che stavano arrivando a destinazione.
S, dovremmo essere vicini, conferm ma ci raggiungeranno prima che approdiamo a Siga.
Publio si guard intorno. La nave era piena di provviste e armi. Le vele erano appena gonfiate dal vento.
Quasi non c' vento. Parlava con rapidit. Questo  un fatto buono. Nemmeno loro lo avranno. Si tratta della forza dei nostri remi contro la loro.
Ma queste navi sono assai pi pesanti replic Lelio.
 vero,  vero... Dovremo remare pi forte. Publio si guard di nuovo intorno. Che vengano gettate a mare tutte le provviste. Si tengano a bordo solo le armi e quanto serve per difenderci in caso di abbordaggio. Tutto il resto a mare. E poi ai remi. Tutti.
Il mare inizi a ricevere anfore piene di olio o acqua, sacchi di grano, grandi ceste con carne secca di cinghiale, ceste di pesce sotto sale. Tutto a mare. E un istante dopo tutti corsero ai remi. La seconda quinquereme ricevette gli ordini gridati e, bench increduli, nel vedere come dalla nave del generale si gettavano tutti i viveri, seguirono l'esempio senza obiezioni.
I marinai vogavano al massimo delle loro forze, ma non era sufficiente. Le triremi cartaginesi si avvicinavano. Publio era disperato: aveva pi uomini che remi. Ordin allora che i legionari imbarcati sostituissero i marinai quando questi iniziavano a perdere vigore. In tal modo ottenne un ritmo uniforme e poderoso che per qualche miglio marino mantenne i Cartaginesi a una distanza costante, ma fu un'illusione, perch nel giro di due cambi le triremi recuperarono la distanza. Il generale allora prese una decisione insolita: nel cambio successivo occup il posto di uno dei legionari e si mise a remare con tutte le forze per dare l'esempio. Lelio fece lo stesso e si sedette a fianco del generale. Le forti braccia del tribuno veterano e quelle muscolose e pi giovani di Publio si tendevano e si contraevano a un ritmo esagerato che il resto dei legionari si sforzava di seguire a fatica. Le fronti del generale e del tribuno erano imperlate di sudore. Lelio guard un istante l'amico e, con il respiro rotto dalla fatica, rivolse un commento all'uomo che lo aveva messo in quella situazione.
Sei ancora pi matto di quanto pensavo.
Publio sorrise senza smettere di remare. Non c'era ironia n cinismo nelle parole di Lelio: era davvero ci che il veterano pensava di lui.
 vero... Per devi riconoscere che con me non ti annoi...
Non mi annoio? Per tutti gli di...! E scoppi a ridere.
Non ridere, che perdi forza osserv il generale.
Ma la risata di Lelio fu contagiosa e ben presto si estese a tutti, legionari e marinai, anche se nel giro di pochi istanti lo sforzo continuo di coloro che remavano e la persistente preoccupazione di coloro che vigilavano in coperta, mentre recuperavano fiato prima di dare il cambio ai rematori, fece s che le risate pian piano si spegnessero. Di colpo si sent solo la voce del generale.
Remate! Remate! Remate!
Infine intravidero la linea di costa che sembrava avvicinarsi, ma altrettanto facevano le triremi puniche.
Publio e Lelio furono sostituiti al cambio successivo e salirono di nuovo in coperta.
Si stanno separando disse Lelio.
Vogliono caricarci e si stanno avvicinando su entrambi i fianchi comment Publio sottovoce. Tacque un momento, poi inizi a gridare ordini per farsi sentire anche sulla seconda quinquereme, che a malapena riusciva a navigare in parallelo con loro. Non ci sono pi cambi! Marinai ai remi, legionari alle armi! Preparate i corvi! Se si avvicinano, andremo all'arrembaggio! E di nuovo, a voce bassa, rivolto a Lelio: Se ci speronano e aprono una falla, abborderemo una delle triremi e la useremo per arrivare a Siga.
Lelio assent con gli occhi pieni di stupore. Publio non sembrava disposto a darsi per vinto, mai, ma qualcosa richiam la sua attenzione e indic la costa. Il generale si volt: proprio davanti a loro c'era Siga, la baia di Siga, il grande porto della Numidia, piena di piccole imbarcazioni da trasporto e decine di barche da pesca, con i moli dove marinai e pescatori scaricavano mercanzie e dove almeno un centinaio di soldati numidi sorvegliavano le installazioni portuali che alimentavano con pesce e altre mercanzie l'immenso esercito di Siface, accampato nelle vicinanze.
Siga disse Publio. Ci siamo quasi. Siamo arrivati. Remate. Per tutti gli di, remate! Remate! Remate!
Si fermano! grid Lelio.
Publio si volt per osservare le triremi. Annu, mentre commentava laconico:  perch temono Siface o perch hanno stretto gi qualche patto. In ogni caso lo scopriremo presto.
Il re Siface accett di ricevere l'imperator romano delle legioni d'Hispania. La sua pelle scura e la grande altezza, evidente bench fosse seduto su un pesante trono dorato, impressionarono il giovane Publio che, tuttavia, non arretr di un passo e avanz al suo cospetto. Siface fu il primo a parlare usando un greco pi o meno accettabile.
Sembra che tu abbia avuto una traversata complicata, giovane generale romano.
Siamo in guerra e nelle guerre ci sono momenti di trambusto, ma apprezzo la protezione della tua ospitalit e la considerazione dimostrata nell'accettare di ricevermi.
Siface sapeva che quelle dimostrazioni di rispetto volevano soltanto ingraziarselo, ma le accolse di buon grado. Gli piacevano gli adulatori.
Posso offrirti da mangiare, da bere e un luogo dove riposare, finch deciderai di riprendere il viaggio di ritorno ma, romano,  difficile che io possa offrirti qualcos'altro.
Publio accett il vino che gli veniva offerto e Lelio, molto compiaciuto, fece lo stesso: erano loro due soli dinanzi al grande Siface. Gli altri legionari che li avevano accompagnati dalla nave avevano dovuto fermarsi fuori dal palazzo reale di mattoni e pietra, dove il re riceveva tutti gli ambasciatori che speravano di incontrarsi con lui.
Publio bagn le labbra nel vino e restitu la coppa a una bella schiava in ginocchio accanto a lui.
Ti ringrazio per il cibo, per il vino e per l'alloggio, ma per quanto difficile devo chiederti qualcosa di pi.
Chiedermi? Siface si erse in tutti i suoi due metri di statura e, alzando la voce che rimbomb per tutta la stanza, ripet una seconda volta: Chiedermi?.
Publio rispose con serenit. S, chiederti. Devo chiederti che il re Siface sia neutrale in questa guerra tra Cartagine e Roma.
Adesso Siface era confuso. Quel giovane generale non sembrava intimidito dal fatto di aver scatenato la sua furia.
Dovrei ordinare di ammazzarti qui sul posto minacci, e da dietro il trono le guardie numide avanzarono di qualche passo piazzandosi tra il loro re e gli alti ufficiali romani.
Non farai mai una cosa simile, nobile re, disse Publio mantenendo sempre il suo tono sereno perch Siface non vuole la guerra con Roma, e l'uccisione di uno dei suoi generali non sarebbe considerato un gesto molto pacifico dal Senato romano. Sono venuto a negoziare.
Siface si contenne e prese di nuovo posto sul trono. I guerrieri numidi si fecero da parte.
Di' quello che devi dire e poi vattene ribatt il re, ancora visibilmente in collera.
Roma rispetta Siface e chiede solo amicizia a un re cos nobile e potente come te. Ma Roma  anche in guerra con Cartagine e, prima o poi, le sue legioni sbarcheranno in Africa. Ti propongo solo, re Siface, di restare neutrale durante quello scontro. Una volta sconfitti i Cartaginesi, potrai ampliare le tue frontiere verso est impadronendoti di una gran quantit di citt che ora sono governate secondo le intenzioni dei Punici.  un buon premio per non fare niente.
Siface dapprima tacque, poi scoppi a ridere. Grandi risate piene, gravi, profonde, che si interruppero di colpo. Nessun altro rise nella sala. Publio e Lelio si scambiarono un'occhiata confusa.
E se verranno sconfitti i Romani? domand allora il re. Dovr aspettarmi premi dai Cartaginesi o dovr forse affrontare la loro ira per non averli aiutati?
La sconfitta di cui tu parli non ci sar. Ma, dimmi, da quando il re di Numidia ha paura dei Cartaginesi?
Paura dei...? Il re rise di nuovo, stavolta in modo pi rilassato, pi naturale. Hai fegato, romano. Davvero.  la neutralit che vuoi? E va bene, romano, avrai la mia neutralit, ma non perch me la chiedi tu. Questa non  la mia guerra e non voglio nemmeno regali da Roma. Quando riterr di ampliare le frontiere del mio regno, lo far come sempre con la forza delle armi del mio esercito.
D'accordo. Ho dunque la tua parola? insistette Publio corrugando la fronte.
S rispose Siface, che accompagn la sua risposta con un cenno. Le guardie circondarono Publio e Lelio. Ora vattene da qui e abbandonate Siga il prima possibile. Non voglio Romani in Numidia, n ora n mai.
Publio e Lelio tornarono sui loro passi. Il re alz la mano destra e tutti i guerrieri numidi uscirono dal salone reale. Siface parl all'aria.
Ora puoi uscire. Non  necessario che continui a nasconderti, Giscone.
E il generale cartaginese fece capolino tra le tende che si allungavano dietro il trono.
Il romano ci inganna, perch hai dovuto dargli la tua parola? inizi Giscone. Ti promette ricompense se non aiuti Cartagine, ma se Cartagine cade la Numidia sar il prossimo obiettivo delle sue legioni. L'ambizione di Roma non conosce limiti.
Siface si reclin sul suo trono, lasciando cadere il peso del petto sul braccio sinistro appoggiato al bracciolo reale.
Anche l'ambizione di Giscone non sembra avere limiti, ma in ogni caso la mia parola  volubile, come la mia volont rispose Siface.  possibile che il romano stia mentendo, lo ammetto.
 sicuro insistette Giscone ignorando il precedente commento sulla sua ambizione. Re di Numidia, ti offre soltanto parole. Io ti offro qualcosa di pi tangibile. Qualcosa che tu stesso potrai palpare e... godere. E un'alleanza permanente con Cartagine, Cartagine che dominava il mare prima che Roma avesse una sola colonia e che alla fine di questa guerra torner a reggere il destino di tutto il Mediterraneo occidentale. Siface, non fare la scelta sbagliata.
Il re Siface si alz e si diresse verso la grande porta che dava accesso al salone.
Non ti preoccupare, Giscone, non far la scelta sbagliata. Non la faccio mai disse mentre usciva, senza rivolgere una sola occhiata al generale cartaginese. Ora va' e portami il mio regalo. Poi... poi vedremo.

37. DISCESA AGLI INFERI.
Roma, estate del 206 a.C.

Tito Maccio Plauto camminava con le spalle basse e lo sguardo sprofondato nella sporcizia delle strade di Roma. Ritornava dall'Aventino, da casa di Ennio, dove aveva raccolto l'ennesimo rifiuto. Nemmeno lui osava aiutarlo. Nessuno s'azzardava a intercedere in favore dell'incarcerato Nevio al cospetto dei potenti senatori di Roma. Rispetto alle preoccupazioni di Plauto per il suo amico Ennio si era mostrato pi comprensivo, pi attento, pi compassionevole di altri, specie del distaccato Livio Andronico, ma in definitiva il rifiuto era stato lo stesso. Arriv al Foro Boario e l, circondato da decine di mercanti e centinaia di compratori di ogni tipo di bestiame, tra i belati di pecore pronte per essere sacrificate, gli agnelli squartati, il sangue di centinaia di animali che impregnava l'aria di un odore che gli ricordava il campo di battaglia dopo il combattimento, Plauto si sent pi abbandonato che mai. Tutti quelli che gli diventavano davvero amici nel corso della sua complicata vita finivano morti o peggio ancora imprigionati, come ora Nevio. S'infil nel Clivus Victoriae per sfuggire a quel fetore di morte in vendita e anche per evitare i miasmi della Cloaca Maxima che contaminava l'altro viale parallelo, il Vicus Tuscus, a quell'ora ormai pieno di pederasti che offrivano i propri servizi al miglior offerente. Ne aveva gi abbastanza di miseria per affrontare i cattivi odori di quella citt e la prostituzione che sembrava palpitare tra il sangue di animali morti e la putrefazione delle sue cloache. Roma. La grande Roma. Plauto arriv al Foro da est, facendo una deviazione, ed entr nella grande spianata passando accanto al tempio delle Vestali. Si ferm. Forse era l'unico luogo puro di tutta la citt. Peccato lui fosse cos poco religioso, cos tanto sacrilego e non conoscesse n sacerdoti n sacerdotesse. In quegli anni di guerra, religione e superstizione mischiate insieme erano temute dal popolo e usate dai senatori per manipolarlo a proprio favore. In ci era assai abile Fabio Massimo, poich utilizzava le sue presunte facolt di ugure per predire orrori nefandi quando gli conveniva. Ma tutti i patrizi usavano la religione allo stesso modo. Anche Scipione. Forse con un po' pi di sottigliezza, ma con gli stessi fini. Le vestali. Se avesse conosciuto una vestale, costei avrebbe potuto intercedere per Nevio e ottenere la sua libert persino con pi facilit dello stesso Quinto Fabio Massimo. Una vestale che si conservava pura agli occhi del popolo era sacra e aveva il potere di liberare un uomo e di evitare persino che venisse giustiziato, se s'imbatteva in lui per le vie di Roma e il suo spirito la spingeva a ci.
Plauto riprese il cammino. Erano sogni puerili. Le vestali erano sorvegliate da vicino dal pontifex maximus e dai legionari delle legiones urbanae. Se cercava aiuto, avrebbe dovuto trovarlo tra i patrizi e sarebbe dovuto essere un patrizio disposto ad affrontare tutti gli altri per liberare uno spregevole scrittore. Sembrava impossibile.
Attravers il Foro, ormai ripulito dalle scritte. Dall'arresto di Nevio erano passati mesi e nessuno osava pi riproporre le proprie idee per le vie di Roma, un tempo decorate con frequenza di messaggi. Roma era in guerra e non era permesso neanche il dissenso anonimo con una scritta sul muro. Arriv alle porte delle carceri e, dopo aver intascato la solita tangente, le sentinelle lo lasciarono passare. Plauto entr cos nelle viscere della citt, immergendosi nelle gallerie della prigione, avvertendo come l'umidit che filtrava dalle anguste pareti di quel luogo di perdizione consumasse l'aria e soffocasse qualsiasi speranza. A ogni passo che muoveva, sul suo viso compariva sempre pi il terrore di dover confessare a Nevio che non era riuscito a ottenere niente, nessuno li avrebbe aiutati. Comprese che era troppo crudele. C'era solo una possibilit: mentire. Mentire e dare false speranze, e poi uscire da l e cercare il modo di concretizzare quelle menzogne. Conosceva un unico patrizio a cui chiedere aiuto, Publio Cornelio Scipione, ma era in Hispania ed era stato anche lui oggetto delle critiche di Nevio. Quale senatore non lo era stato? Si ferm un attimo per recuperare fiato. Era quasi impossibile respirare l. Era felice di avere con s uno stilus con cui Nevio poteva scrivere, una boccetta di atramentum, denso inchiostro nero, diverse candele e un fascio di schedae, o fogli sciolti di papiro. Corrompendo le guardie con regolarit, avrebbe ottenuto che Nevio ricevesse una fornitura regolare di candele. Scrivere l'avrebbe aiutato a trascorrere le ore, i giorni, forse gli anni, senza perdere la ragione. La luce delle fiaccole era scarsa e per la penuria d'ossigeno le fiamme erano tremule, come stanche di ardere in quelle grotte alla fine del mondo. Chiss se le candele bruciavano bene? Scipione. S, pens Plauto. Sent che il legionario che lo accompagnava per indicare dov'era la cella di Nevio si stava spazientendo, cos riprese a camminare. S, nonostante tutto era la sua opzione migliore, ma quel patrizio sarebbe tornato vivo dall'Hispania? Da quel fronte della guerra per il momento arrivavano buone notizie, ma la fortuna era cos volubile, cos volubile...

38. L'OMBRA DELLA MORTE.
Carthago Nova, Hispania, estate del 206 a.C.

Erano terminati i giochi che Publio aveva organizzato per festeggiare il suo assoluto trionfo sui Cartaginesi d'Hispania e sugli stessi Iberi. Dopo il suo ritorno dalla Numidia aveva infatti conquistato le ultime citt iberiche che resistevano al dominio romano. Tra l'altro, contrariamente alla sua politica generale, era stato pi crudele del solito con Iliturgis e Castulo, due insediamenti che aveva ordinato di radere al suolo per la loro ostinata fedelt ai Cartaginesi prima e, in seguito, per la permanente riluttanza a riconoscere il potere di Roma stabilito sulla regione. Poi era arrivata la resa incondizionata di Gadir che, abbandonata da Giscone e Magone, non disponeva n di truppe n di risorse sufficienti per resistere all'assedio. In quel caso Publio era stato, di nuovo, generoso perch evitare un assedio presupponeva un risparmio di legionari e di energie, che sarebbero serviti invece per le future campagne ormai disegnate nella sua mente.
Carthago Nova era tranquilla, quell'alba, dopo vari giorni di festeggiamenti. Scipione si alz presto. Aveva voglia di tornare a Tarraco per abbracciare Emilia e i suoi figli, Cornelia e il piccolo Publio. Mentre usciva dal palazzo del governatore della citt, incontr Gaio Lelio e i lictores con un cavallo per lui. Era tutto pronto. Un manipolo di soldati era gi schierato nella piazza. Il resto dell'esercito aspettava accampato sull'istmo, vicino alle mura. Publio mont a cavallo.
Buongiorno, Lelio.
Buongiorno, mio generale. Che bella mattinata! Gli di vogliono facilitarci il ritorno rispose Lelio con rispetto, ma anche un po' distante.
Abbiamo portato a termine la nostra missione con abilit disse Publio facendo mostra di non percepire la freddezza con cui lo aveva accolto il tribuno. L'episodio del viaggio in Numidia, quando avevano remato insieme per salvarsi dalle triremi cartaginesi, li aveva fatti riavvicinare, ma nessuno dei due riusciva a dimenticare la discussione di Baecula. Gli uomini si sono comportati bene aggiunse a voce alta, in modo che i soldati l riuniti udissero le sue parole di soddisfazione. Erano uomini venuti con lui dall'Italia ormai quattro anni prima, che avevano conquistato citt e sconfitto eserciti sotto il suo comando. Quelle truppe veneravano il generale e sentivano il suo coraggio nelle loro vene. Dopo ogni vittoria sui Cartaginesi e sulle tante trib iberiche che si erano opposte a loro, si era creata una chimica speciale tra quelle legioni e Publio Cornelio Scipione.
Iniziarono a cavalcare. Molti cittadini di Carthago Nova si affacciavano alle finestre per salutare chi era ormai l'indubbio padrone della citt. Publio teneva il corpo eretto com'era solito fare quando andava a cavallo, anche se quella mattina gli costava pi fatica del solito. Si sentiva stanco, come addormentato. E aveva freddo. Una sensazione strana, che mal si conciliava con il caldo sole gi spuntato all'orizzonte. Lelio disse qualcosa sui giochi e i combattimenti che avevano avuto luogo, ma si accorse che il generale non era disposto alla conversazione. Sembrava che le cose tra loro faticassero a sistemarsi. Decise di non pensarci pi. Del resto, di tanto in tanto, Scipione trascorreva qualche giorno sovrappensiero e taciturno. Gaio Lelio aveva imparato a rispettare quei silenzi, anche ora che erano pi distanti. Se lui avesse dovuto pensare a come conquistare una regione tanto vasta quanto l'Hispania, come impossessarsi di varie citt e come sconfiggere tre eserciti cartaginesi e i loro alleati in quattro anni soltanto, avrebbe avuto bisogno di infinite ore di riflessione per non raggiungere, senza dubbio, nemmeno la minima parte dei successi di quel giovane generale. Era vero che lo aveva umiliato a Baecula. Quello restava un argomento non risolto tra loro. Nessuno dei due ne parlava, ma nessuno dei due lo dimenticava. Lelio ricord l'incontro con Fabio Massimo e come il senatore avesse voluto convincerlo che era lui, Lelio, il grande artefice delle vittorie, nel tentativo di risvegliare la sua vanit per allontanarlo dall'amico. Ricord anche la profezia del vecchio console: Scipione non torner vivo dall'Hispania e quanti lo accompagnano nutriranno con i loro corpi gli avvoltoi di quella regione su un desolato campo di battaglia. Dopo le vittorie di Baecula e di Ilipa, la presa di Iliturgis e Castulo, dopo le sconfitte inflitte a ciascuno dei tre eserciti cartaginesi, con Giscone in Africa, Magone nascosto in qualche isola del Mediterraneo, e avendo ottenuto patti rispettivamente con Massinissa e Siface, dopo aver inoltre celebrato la gloriosa vittoria con i giochi della settimana trascorsa, quelle parole sembravano senza senso, dettate dall'ignobile rancore di un vecchio. Lelio si dispiacque pi che mai che le parole di Fabio avessero, in qualche momento del passato, alimentato i suoi dubbi, specie in seguito alla decisione di Publio di non avventurarsi verso nord dopo lo scontro con Asdrubale. Ma ormai era tardi per scusarsi.
Arrivarono alle porte della citt, saldamente custodite da decine di soldati. Scipione non abbassava la guardia nemmeno con due legioni alle porte e gli eserciti cartaginesi sconfitti. La sua meticolosa cautela gli aveva procurato vittorie e sopravvivenza, l dove nessuno avrebbe pensato che un generale romano potesse trionfare, e non pensava di cambiare ora il suo modo di agire. Sentiva inoltre che gli stessi soldati avevano imparato ad apprezzare quelle norme rigide: si sentivano pi sicuri nel seguirle e quando veniva ordinato loro di adeguarvisi. Oltrepassarono le porte e, bench il sole gi spuntasse potente dal mare, il freddo che sentiva da quando si era alzato si era trasformato in intense fitte di dolore che gli tormentavano la fronte. Publio si port la mano alla testa e s'accorse delle gocce di sudore che bagnavano la sua pelle, eppure quell'assurda sensazione di freddo persisteva. No, non stava affatto bene. Forse aveva mangiato qualcosa di strano la sera prima, qualcuno di quei manicaretti marinari, le salse pesanti, troppo garum. O semplicemente tante cose diverse mischiate e, ovviamente, il vino. A quel punto osserv di sottecchi Lelio che cavalcava al suo fianco: stava benissimo, sembrava contento e soddisfatto. Era incredibile il vino che quell'uomo poteva ingurgitare in una notte, per poi presentarsi fresco e pieno di energie il giorno dopo. Publio sorrise tra s e s, ma cerc di controllare l'espressione del viso. Di colpo sent una nausea strana e perse la nozione dello spazio, era come se oscillasse sul cavallo. Aveva perso il senso dell'equilibrio. Non voleva cadere l, davanti ai lictores e ai tribuni delle legioni, gi pronti in formazione. Perci tir le redini e ferm il cavallo. I lictores e Lelio si arrestarono. La nausea persisteva insieme a un forte desiderio di vomitare, pur avendo consumato una colazione frugale, e poi ancora quel sudore freddo. Ora sentiva le gocce che gli scendevano sulla faccia, ma non pot asciugarle perch, senza sapere come, si ritrov abbracciato al collo del suo cavallo per mantenersi in sella e non cadere. Non aveva quasi pi forze e non sapeva perch, cos alla fine si arrese senza volerlo e sciolse la stretta delle braccia. Il suo corpo scivol lentamente, inclinandosi su un fianco del cavallo. Lelio salt subito gi dalla sua cavalcatura e affianc il generale, afferrandone il corpo nel momento in cui perdeva i sensi e cadeva a terra. Prima che gli stessi lictores reagissero, Lelio aveva preso al volo il corpo svenuto e sudato di Publio e ora lo sosteneva tra le braccia. I lictores, gli ufficiali Silano, Marcio, Trebellio, Digizio e Mario, che il generale aveva riunito a Carthago Nova per le celebrazioni di quei giorni, e gli altri centurioni si avvicinarono per aiutare, ma Lelio non permise a nessuno di toccarlo. La sua voce risuon con forza.
Il generale non si sente bene. Fate passare! E a piedi, con Publio tra le braccia, inizi subito a tornare verso la citt. I lictores circondarono Lelio, facendogli strada. I soldati del manipolo di scorta ricevettero da Marcio l'ordine di proteggere il tribuno, gi diretto nuovamente verso il palazzo.
Gaio Lelio sentiva tremare le braccia sotto il peso del generale, ma in nessun momento gli pass per la mente di chiedere aiuto. Si sforzava inoltre di cancellare dalla sua faccia qualsiasi segno esteriore di preoccupazione. Una nausea, un'indisposizione pu capitare a chiunque. Non c'era da preoccuparsi. I soldati erano gente superstiziosa e, bench si trovassero in una situazione tranquilla, nell'Hispania conquistata ai Cartaginesi, era meglio non mostrare debolezze di nessun tipo negli alti comandi. Arrivarono al palazzo in pochi minuti. Una volta che le porte furono richiuse e che fu sicuro di essere da solo con gli ufficiali e i lictores, Lelio ordin a due delle guardie di portare il corpo del generale nelle sue stanze. Liberato dal peso del corpo svenuto di Publio, ordin a un altro lictor che andasse di corsa in cerca dei medici della legione.
Cosa facciamo con le truppe? domand Marcio. Al suo fianco Silano, Trebellio, Mario e il resto degli ufficiali guardavano Lelio nervosi.
Gaio Lelio rispose con precisione e sicurezza.
Il generale ha bisogno di riposare. Le legioni restano nell'accampamento vicino alla citt fino a nuovo ordine. E guard tutti quelli che lo circondavano. Marcio assent e, dopo di lui, lo fece il resto dei tribuni. Lelio si allontan e con un cenno invit Marcio e Silano ad avvicinarsi. I tre uomini discussero in separata sede.
Ho fatto chiamare i medici disse Lelio a bassa voce.
Hai fatto bene. Mi sembra una buona idea rispose Marcio nello stesso tono bisbigliante. Forse non  niente.
S, lo penso anch'io. Un'indisposizione. A tutti  successo, qualche volta aggiunse Silano.
S, a tutti conferm Marcio.
Forse ha bevuto troppo vino concluse Lelio, senza troppa convinzione. Marcio e Silano tacquero. Publio non beveva mai troppo e per di pi era parco con il cibo. Quello svenimento era strano, ma non aveva senso pronunciarsi prima di sentire l'opinione dei medici.
Nel giro di mezz'ora il medico della legione, Attilio, nato a Roma ma di famiglia tarantina e di formazione greca, usc dalla stanza dove riposava il generale delle truppe d'Hispania, accarezzandosi la barba con la mano destra. Era un uomo di mezza et, rispettato nella sua professione e con molta esperienza nelle malattie dei legionari, dopo varie dure campagne in Hispania. Era apprezzato dagli ufficiali e pure dai soldati, poich nelle situazioni di necessit, dopo un combattimento, dopo una feroce battaglia, si faceva in quattro per recarsi dove erano richieste le sue capacit. Da quando nella battaglia di Carthago Nova aveva contribuito alla pronta guarigione delle ferite di Gaio Lelio, il generale Publio Cornelio Scipione si era sempre comportato con lui con enorme generosit. Ora, nel vedere lo stesso generale prostrato e malato, Attilio si sentiva triste.
Per tutti gli di, che cos'ha? chiese Lelio.
Attilio alz gli occhi e vide tutti i tribuni delle legioni riuniti intorno a lui. Medit un attimo prima di rispondere.
Il generale  malato di certe febbri che ho gi visto in molti nostri uomini. La vicinanza della laguna, a nord della citt, potrebbe avere influito. Queste febbri sono pi frequenti nelle zone paludose, non sappiamo perch ma  cos. Ho visto altri legionari prostrati come il generale. Ho raccomandato che non si beva pi l'acqua stagnante, solo quella dei pozzi e delle sorgenti usate dagli Iberi.
S, ma questo cosa significa? insistette Lelio
Gli altri uomini intervenne Marcio sono guariti tutti?
Attilio guard il tribuno con aria preoccupata.
Alcuni s, ma altri no. Quelli che ci mettono pi tempo a guarire hanno ancora attacchi febbrili intermittenti, ma sembra che si stiano rimettendo. Invece quelli che non sono guariti affatto sono... sono morti.
Il silenzio si impadron del gruppo l riunito. Marcio e Silano fissavano il pavimento.
Cosa si pu fare? chiese infine Lelio.
Ecco... Suggerisco che il generale beva molta acqua limpida delle sorgenti di Carthago Nova e infusioni di camomilla. Sar opportuno che qualche schiavo di fiducia sia sempre al suo capezzale e gli rinfreschi la fronte e le braccia con panni umidi, soprattutto se la febbre sale, com' probabile che accada.  possibile che deliri. Il generale  un uomo forte e ha una ferrea volont di vivere, sono speranzoso, ma questa  una battaglia che deve combattere da solo. Noi non possiamo fare molto di pi. Preghiamo gli di per lui e offriamo loro sacrifici. Mi spiace non potervi aiutare di pi, queste febbri per me sono nuove. L'acqua e le infusioni aiutano, ma non sono sufficienti.
Nessuno critic Attilio. Tutti sapevano quanto fosse stimato dal generale e come ce la mettesse tutta, l dove poteva aiutare. I tribuni salutarono il medico, che se ne and dicendo che sarebbe tornato entro un paio d'ore per vedere come evolveva la situazione, sempre che non ci fosse qualche crisi, nel qual caso avrebbero dovuto chiamarlo all'istante.
Mi occuper io di trovare qualcuno che assista il generale in modo adeguato disse Lelio, rivolto a Marcio. Tu occupati delle legioni...
Marcio assent e, accompagnato da Silano e dagli altri ufficiali, scomparve gi per la scalinata del palazzo. Lelio rimase con i lictores. Si rivolse al proximus lictor, quello di maggiore fiducia.
Marco, va' ai miei alloggi e porta qui la schiava Netikerty. Sar lei a occuparsi del generale. Il legionario part diligente in cerca della giovane schiava. Lelio tentava di organizzare i pensieri mentre entrava nell'alcova dove giaceva Publio, ammalato, steso sul letto, con gli occhi chiusi. Era la stanza che, tempo addietro, avevano occupato i generali cartaginesi al comando in Hispania, compreso lo stesso Annibale. In quel momento, tuttavia, si era trasformata nell'improvvisato ospedale di un generale romano. Diversi schiavi avevano gi portato bacili e bacinelle con acqua fresca e un paio di anfore, lasciate di riserva. Accanto al letto c'era un tavolino e un solium con spalliera per la persona che avrebbe vegliato il generale. Sul tavolino stavano gi impilate varie decine di panni puliti. All'altra estremit della stanza era stato acceso il fuoco del camino e si era predisposto un fornello in ferro battuto e un pentolino di creta. Accanto al camino c'erano un paio di boccette di vetro con spezie varie. E la camomilla procurata da Attilio. Lelio stava esaminando tutto, quando alle sue spalle sent la voce di Netikerty.
Mio signore, mi hai fatto chiamare?
Lelio si gir e scorse la ragazza nella penombra della stanza. Il proximus lictor, eseguita la sua missione, era scomparso. Lelio sapeva che le dodici guardie sarebbero rimaste appostate fuori della stanza, impedendo che chiunque non fosse autorizzato potesse avvicinarsi al generale. Publio era al sicuro. Ora mancava soltanto che fosse curato bene, ma i soldati non erano bravi in questo. Ecco perch aveva fatto chiamare la giovane.
Ho bisogno di te, Netikerty. Il generale  molto malato. Non sappiamo bene cosa sia. Ha la febbre alta. Voglio che tu stia al suo capezzale notte e giorno, che non ti separi da lui neanche un momento. Devi inumidirgli la fronte e le braccia con acqua e fargli bere infusioni di camomilla. Se hai qualche dubbio, puoi far chiamare il medico. Di qualunque cosa tu abbia bisogno, devi solo chiedere.
Netikerty si avvicin piano al letto. Lelio la osserv mentre guardava il generale. Sembrava inquieta. La ragazza inizi a parlare e ci che disse non gli piacque.
Credo, mio padrone, che sia meglio cercare un'altra persona di maggiore esperienza, magari qualche schiava pi anziana, pi abituata a curare i malati. Il generale  una persona cos importante... Non so se sono io la pi adatta per...
Lelio la interruppe. Fino a quel momento Netikerty non aveva mai rifiutato nulla. N aveva mai manifestato il bench minimo dubbio, e ora, quando lui aveva bisogno di lei come mai prima, si ritrovava con quella risposta... E da parte di una schiava.
Sei una schiava e questo  un ordine. Ti prenderai cura del generale e non replicare pi. Mai pi.
Netikerty apr la bocca, ma non disse nulla. Comprese che era inutile opporsi, non avrebbe fatto altro che far infuriare ancora di pi il padrone gi molto preoccupato. Assent e rimase con gli occhi fissi per terra.
Lelio, gi pi calmo, adott un tono conciliante.
Netikerty, tu sai che ti... che ti stimo molto. Non mi fido di nessuno come mi fido di te. Il generale... Be', ora ci siamo un po' allontanati, non so, sono cose che succedono... Lelio parlava passandosi il palmo della mano destra dietro la nuca. Ma il generale  la mia vita. Buona o cattiva,  la mia vita. Una volta, molto tempo fa, giurai... Ebbene, ho giurato a suo padre che l'avrei protetto sempre. Ora devo andare a parlare con Marcio, Silano e gli altri tribuni. Dobbiamo discutere della campagna e delle legioni. E non me ne andrei tranquillo se il generale fosse affidato alle mani di qualche altra schiava che non conosco. So che tu mi apprezzi e so che ti occuperai bene di lui. Il medico verr a visitarlo, pu essere anche che si fermi, ma per vegliare su di lui ho pi fiducia in te che in nessun altro. Che ne so io di questo Attilio? La sua famiglia  di Tarentum, una citt che in questa guerra  passata dall'uno all'altro almeno tre volte. Non so. Ti conosco. Tu, e nessun altro, starai accanto al generale. E lui si riprender e star bene. Star bene. Quest'ultima frase la disse guardando per terra, come per convincere se stesso.
Netikerty inizi a piangere. Lacrime brillanti scorrevano lungo le sue guance scure. Il singhiozzo sommesso della ragazza richiam l'attenzione del padrone.
Perch piangi?
Lei si limit a scuotere la testa, Lelio inspir aria di colpo. Non capiva le donne. E una donna schiava ancora meno. Non le aveva poi ordinato qualcosa di cos terribile. Perch tutto quel rifiutarsi prima e ora piangere? Non era un compito impossibile... Temeva forse la responsabilit?
Ascolta. Tu devi soltanto curarlo.  possibile che guarisca oppure no, ma questo non ti nuocer, capisci?
Netikerty continu a tenere gli occhi bassi e a singhiozzare, tuttavia annu. Lelio sospir di nuovo.
Bene, per gli di, allora  tutto chiaro. Ora inumidisci quei panni e rinfrescalo.
Netikerty si gir verso il tavolino e inizi a inzuppare vari panni in un bacile. Lelio la guard un istante e poi part veloce in cerca di Marcio.
Publio si agitava, a disagio, tra le lenzuola del letto. Provava un calore asfissiante e poi di colpo un freddo gelido gli percorreva le viscere. Cerc di raddrizzarsi un poco e, inclinato su un fianco, contrasse il corpo scosso dai conati di vomito che gli tormentavano lo stomaco. Vomit due, tre, quattro volte. Una dolce voce gli parlava.
Ora sdraiati, mio signore, e riposa.
Una dolce voce di donna e una mano dalla pelle vellutata che si posava sulle sue tempie.
Emilia? domand Publio.
No, mio signore. Sono Netikerty. Mi manda Lelio.
Netikerty? Publio faticava a respirare. E a parlare. Dove siamo? Che giorno  oggi?
Sei nel tuo palazzo, a Carthago Nova. Sta calando la sera.  da qualche ora che stai male, hai la febbre. A volte deliri. Tieni, devi bere questo. La mano si pos sulla sua schiena, un braccio fermo e giovane lo aiutava a tirarsi su.
Publio si sedette e appoggi la schiena contro uno dei cuscini che aveva tutt'intorno, senza sapere da dove venissero. Vedeva ombre. Era sfinito. La ragazza gli avvicin una ciotola con un'infusione calda. Publio bevve tre lunghi sorsi. Il liquido plac il suo animo. Si addorment.
Lelio usc quella stessa notte e, su un altare innalzato in onore di Giove, ordin che fossero sacrificati dieci buoi e dieci agnelli. Controll che i soldati, come voleva la tradizione, dessero il colpo di grazia agli animali prima di sgozzarli, per evitare versi e lamenti mentre si dissanguavano in onore del dio supremo. E tutto and bene fino all'ultimo agnello. Questo, forse perch era stato testimone della sorte dei suoi compagni di sventura o forse perch era destino, mosse la testa per evitare il colpo che quindi fu meno forte di quanto avrebbe dovuto. I soldati che eseguivano la procedura non si accorsero che l'animale era ancora vivo e lucido, di modo che quando Lelio gli affond il coltello sacrificale nel collo, l'agnello si rivolt e bel dal dolore mentre si agitava e schizzava di sangue tutti quelli che gli stavano intorno. Quello non era un buon sacrificio e non augurava niente di buono. Tuttavia ormai non si poteva fare nulla. Lelio alz le sue suppliche a Giove.
Oh, Giove Ottimo Massimo! Ti imploro di non abbandonare il nostro generale e di aiutarlo in questa sua oscura lotta contro la malattia! Supplico te e tutti gli altri di di aiutarlo in questo momento! E poi, a voce bassa, in modo che non si sentissero le sue parole, continu: Aiutate il mio generale e aiutate me, perch io non so pi cosa fare n a chi rivolgermi. E se... se vi abbiamo offeso in qualche cosa, portate me all'Averno e lasciate in vita il generale, se questo servir a placare la vostra ira.
Lelio parlava a testa bassa, vinto. Non riponeva molte speranze in quel sacrificio, terminato in malo modo con l'ultimo animale. N che gli dei avrebbero preso la sua vita al posto di quella del generale. Era desolato per la sua immensa sensazione di impotenza. Se si fosse trattato di combattere contro un migliaio di nemici da solo, nonostante l'impresa fosse impossibile, avrebbe saputo raccogliere le forze per lanciarsi in quella follia. Lui sapeva combattere contro gli eserciti, ma contro quel nemico invisibile che minacciava il generale sentiva di sferrare solo colpi a vuoto, era come lottare contro il vento con la spada sguainata. E chi mai potrebbe ferire il vento? Di nuovo risuonarono nella sua mente le parole di Fabio: Scipione non torner vivo dall'Hispania e quanti lo accompagnano nutriranno con i loro corpi gli avvoltoi di quella regione su un desolato campo di battaglia. Quello non era tuttavia un campo di battaglia, ma spesso gli uguri sono imprecisi. L'importante  il fondo di verit che trasmettono e, senza ombra di dubbio, nella sostanza, il cattivo presagio, quella maledizione che Fabio aveva lanciato in anticipo, si stava compiendo. Tuttavia Lelio, dentro di s, si ribellava a quel destino. Publio Cornelio Scipione non poteva morire cos, come un cane, malato, in un angolo sperduto del mondo, senza combattere al comando delle sue legioni, spargendo il proprio sangue per sconfiggere il pi grande nemico di Roma.
Netikerty era rimasta immobile per un'ora. Era difficile prendere la decisione, ma ancora pi orribile sembrava non fare niente. Il generale dormiva placidamente. Aveva ancora la febbre alta, ma resisteva. Non poteva aspettare oltre. Aveva pensato che forse la malattia avrebbe deciso per lei, ma quel patrizio romano che il suo padrone ammirava tanto aveva una volont ferrea che le febbri non riuscivano a piegare. Fu allora che, molto lentamente, la ragazza si alz e a piccoli passi raggiunse l'accesso alla camera. Apr la pesante porta di legno, che scricchiol sui vecchi cardini di ferro, e si affacci. Come immaginava, appostati all'ingresso c'erano diversi lictores. Due a ogni lato dell'ingresso. Il resto delle fedeli guardie di sicuro sorvegliava il corridoio e l'accesso principale al palazzo dalla piazza del Foro. Uno dei soldati, il proximus lictor, si gir nel vederla comparire.
Mi serve ancora un po' d'acqua, un'anfora piena. E altri panni disse Netikerty.
Il soldato annu.
E poi un coltello... ben affilato aggiunse la giovane quando il legionario era gi sul punto di andare a procurarsi ci che lei aveva chiesto.
I quattro lictores si voltarono verso la ragazza. Quello che si era mosso la fiss.
Un coltello?
Netikerty rispose con tono tranquillo.
S. Ne ho bisogno per tagliare le foglie di camomilla, cos si diluisce meglio ed  pi efficace per il generale.
Il proximus lictor rimase fermo un istante.
Bene. Ora ti porteremo ci che chiedi. E l'imperator sta meglio?
La schiava esit, ma alla fine si avventur in una risposta.
Non sono il medico, per direi che il generale sta meglio, s; ma ci vorr ancora molto tempo, credo, perch guarisca del tutto.
Bene rispose il legionario con maggiore sicurezza. And a procurarsi ci che la giovane schiava aveva richiesto ma, diretto alle cucine del palazzo, si ferm presso gli alloggi di Gaio Lelio. Era pomeriggio inoltrato e il tribuno con ogni probabilit riposava. Buss alla porta. La voce di Lelio risuon potente.
Avanti.
Il legionario entr.
Per Ercole, inizi Lelio alzandosi dal triclinio sul quale era sdraiato c' qualche problema, Marco?
No, no, non  questo. Sembra che l'imperator stia meglio, secondo quanto dice la giovane schiava.
Per Giove Ottimo Massimo, ma queste sono notizie eccellenti. Il generale  forte. Forte.
S, tribuno.  cos aggiunse il lictor, senza dire altro ma senza neanche andarsene.
Ebbene?
Si tratta della giovane schiava.
Netikerty? chiese Lelio corrugando la fronte. Che succede con lei?
Il proximus lictor si chiedeva se facesse bene a rivelargli i suoi dubbi; sapeva, tutti sapevano, quanto il tribuno veterano apprezzasse quella giovane schiava egizia. Certo era molto bella, ma... un coltello?
La schiava ha chiesto acqua e altri panni...
Portateglieli.
...e un coltello.
Un coltello? Perch? indag Lelio, ma poi spian la fronte.
Dice che le serve per tagliare le foglie di camomilla, che cos si diluiscono meglio nell'acqua o qualcosa del genere, tribuno.
Lelio rispose con rapidit.
E allora portaglielo, stai gi tardando. Dovrebbe gi essere tutto nelle mani della schiava.
Vado subito, tribuno. Mi spiace aver esitato.
Ma Lelio lo stava gi accomiatando con un gesto della mano, indicandogli che partisse di corsa a cercare ci che la ragazza aveva sollecitato. Una volta rimasto da solo, Gaio Lelio si sedette su un lato del triclinio. Il generale stava meglio. Meglio. E trattenne una lacrima, mentre in silenzio ringraziava gli di.
Il proximus lictor entr nella stanza e pos panni e coltello sopra il tavolino vicino al letto del generale, ma rimase immobile con l'anfora nella mano sinistra.
E questa?
Netikerty gli indic il camino. Era impegnata a vuotare in un piatto d'argilla il contenuto di una delle boccette portate dal medico. Il soldato vide il piatto colmo di foglie e piccoli rametti con fiori giallognoli e vide la ragazza prendere il coltello, e iniziare a tagliuzzare tutto fino a ottenere un trito dove non si distinguevano pi foglie, rami o fiori. Il soldato lasci la giovane schiava sola con il generale
La porta si chiuse lasciando sfuggire un cigolio che echeggi nella penombra della stanza. Il sole della sera entrava a malapena dalla finestra, poich Netikerty aveva tirato la tenda di lana grezza. Una brezza rinfrescante spirava nella sala, ma la luce era tenue. La ragazza continuava a tagliare foglie e fiori di camomilla fino a ridurli in polvere e, quando furono polvere, continu a passarci sopra con il coltello senza fermarsi, come spaventata dall'idea di smettere. Quel compito. Le lacrime sgorgarono dai suoi occhi e scivolarono sul suo bel viso, che per era contratto in una smorfia. Soffoc un gemito di sofferenza. Devo farlo, devo farlo continuava a dire. Aveva fatto tutto il possibile per evitarlo, per non essere l, per aspettare, ma ormai non restava pi tempo. Il generale si stava rimettendo. Non sarebbe mai dovuto succedere. Tutto andava pi o meno bene, finch il generale si era ammalato. Poi tutto si era complicato. Tutto. Netikerty si volt verso il generale, impugnando il coltello.
Publio Cornelio Scipione, generale cum imperio sulle legioni romane di stanza in Hispania, respirava gi con pi fermezza rispetto a qualche giorno prima, per ancora in modo agitato. Muoveva il capo da un lato all'altro. Stava sognando. Il caldo era immenso. Un sole impietoso cadeva sulle sue truppe. Si trovavano in una terra strana, il nemico aveva lanciato l'attacco o stava per attaccare. Le legioni erano schierate per resistere all'impatto, ma di colpo sembrava che la terra tremasse. Gli elefanti barrivano con una tale furia che il frastuono delle loro grida selvagge aveva un effetto assordante. Lui sguainava la spada per dare il segnale e, in modo del tutto sorprendente, il sole si riflett sul filo del suo gladio accecandolo. Volt la testa e, quando torn a guardare, la spada era un coltello e a impugnare il coltello non era lui ma un'altra persona. Era una mano piccola. Di donna. Pens a Emilia, proprio come aveva fatto qualche giorno prima mentre delirava, ma di colpo si ricord di essere malato e che era la bella Netikerty, la schiava di Lelio, a prendersi cura di lui.
Netikerty? Publio pronunci il suo nome lentamente. Il coltello rimase sospeso in aria, ad appena pochi centimetri dal suo viso. I pensieri di Publio si confondevano. Si chiedeva che cosa ci facesse l quel coltello, ma tentava anche di capire il significato del suo sogno, tormentato ancora da quegli elefanti. Che stesse ancora dormendo? Allo stesso tempo era contento, perch infine aveva ricordato ci che cercava nella sua memoria, quando era bambino e studiava con Tindaro, il suo tutore greco.
Netikerty ripet parlando a bassa voce e guardando il coltello, che gli sembrava si avvicinasse piano. Ora ricordo... ci che significa il tuo nome... Me lo insegn il vecchio Tindaro. Insisteva sempre sul fatto che ogni nome egizio... ha un significato particolare... Anche il tuo.
Il coltello si ferm e, a poco a poco, scese, ma non sul generale bens sul tavolo. Netikerty, con la mano tremante, lo pos piano. Attese qualche secondo perch il tremore scomparisse. A poco a poco. Gi pi calma, prese il piatto con la camomilla tagliata, triturata, e lo vers nella ciotola di creta.
Hai ragione, mio signore rispose Netikerty a bassa voce, in un sussurro. Tutti i nomi egizi significano qualcosa.
Si alz e pos la ciotola di creta sul fornello di ferro sistemato nel camino acceso, all'altra estremit della stanza. Non piangeva pi. Avvertiva come una strana pace. Ormai non avrebbe mai pi ottenuto ci a cui aspirava, ci che era giusto, ma non poteva fare quello che doveva fare.
S, mio signore ripet la giovane dal caminetto. Tutti i nomi egizi significano qualcosa.
Publio gir lentamente il viso verso il focolare. Vide la ragazza che scaldava l'infusione al fuoco del camino. Ora doveva essere sveglio, prima non lo era. Tra loro, tuttavia, sul tavolo, scintillante, c'era un coltello posato sul legno, impassibile, immobile. Il generale non era in grado di distinguere ci che era stato, sogno e realt. Tutto era confuso. Netikerty torn vicino al letto con una scodella calda.
Bevi, mio signore. Questo ti far molto bene.
Publio si alz sul letto, fino a rimanere mezzo seduto. Si sentiva pi forte. Cos prese la scodella con le sue stesse mani e bevve a piccoli sorsi.

39. L'AMMUTINAMENTO DI SUCRO.
Carthago Nova, Hispania, estate del 206 a.C.

La luce del sole lo accec. Publio si protesse dall'intensit di quel bagliore, portando la mano destra alla fronte. Si ferm sulla soglia del palazzo che un tempo era stato di Annibale, nel cuore di Carthago Nova. Era la prima volta che usciva dopo la malattia e gli sembrava fossero passati anni, eppure aveva trascorso solo alcune settimane in balia delle febbri che per vari giorni l'avevano tenuto tra la vita e la morte. Era caldo. Aveva fatto bene a bere molta acqua, come gli avevano suggerito i medici. Gli tornava in mente la costante presenza al suo capezzale di Netikerty, che si era presa cura di lui con molta dedizione.
Una strana schiava: era attraente e servizievole, intelligente ma discreta. Era normale che Lelio si sentisse attratto da lei e gli era grato per aver disposto che fosse lei a prendersi cura della sua malattia in ogni istante. Ma che cosa vedeva la giovane in Lelio? Nel suo letto, ancora stordito dalla febbri, Publio aveva avuto molto tempo per meditare sulla guerra, sulla famiglia, sugli amici, sui nemici, sul mondo e su Roma. Quella schiava, nelle poche parole che avevano scambiato in quelle settimane e in poche altre occasioni, lasciava trapelare autentica stima per Lelio e forse qualcosa di pi. Publio non riusciva a leggere nel fondo della sua anima e ci lo infastidiva. Di sicuro lei nutriva la speranza non solo di venire liberata bens di sposarsi addirittura con Lelio, cosa per lui del tutto inaccettabile. Intuiva che l'amico pensava qualcosa di simile e non osava condividerlo con lui. Del resto sapeva che lui non avrebbe mai accettato.
Publio osserv il praetorium, innalzato giusto di fronte al palazzo, sede del generale di Roma in Hispania. I suoi pensieri abbandonarono le piccole storie personali e ritornarono ad argomenti pi incalzanti: la guerra, Cartagine, Annibale.
Publio scese piano le scale accompagnato dai lictores della sua guardia personale. Davanti al praetorium c'erano alcuni giovani legionari in piedi, sudati, saldi sulle gambe ma esausti. Avevano trascorso tutta la notte in punizione, dritti in piedi davanti alla tenda per qualche mancanza minore. La disciplina era fondamentale. Publio ignor la loro presenza ed entr. Era soddisfatto di se stesso. Sapeva di aver raggiunto i suoi obiettivi prima di ammalarsi: aveva sconfitto in modo definitivo i Cartaginesi e li aveva espulsi dall'Hispania, prima con la conquista della loro capitale nella regione, Carthago Nova, poi con le battaglie cruciali di Baecula e Ilipa. Si aspettava dunque di trovare facce felici tra i suoi ufficiali, quando entr nel praetorium, facce contente per tutto ci che si era ottenuto e soddisfatte per la guarigione del loro generale in capo.
Invece, non appena entrato, Publio comprese che qualcosa non andava come doveva: Lelio, Marcio e Silano, seduti a un tavolo con l'aria preoccupata, ascoltavano un messaggero coperto di polvere fino alle sopracciglia. E sui lati della tenda i rimanenti centurioni di primo rango, come Mario Giuvenzio Tala, Quinto Trebellio, Sesto Digizio e altri, tenevano gli occhi fissi a terra, abbattuti.
Lelio e Marcio si alzarono non appena lo videro entrare. Lui lanci loro uno sguardo interrogativo. Lelio rest in silenzio e fu Marcio a parlare.
Gli di ci hanno restituito il nostro generale. Questa  senza dubbio una grande notizia.
Publio annu senza dire niente. Marcio comprese che il generale non cercava complimenti ma un aggiornamento rapido sugli avvenimenti in Hispania nel periodo della sua malattia, qualcosa che spiegasse la preoccupazione riflessa sul volto di tutti gli uomini riuniti. Marcio si schiar la gola e aggiunse alcune frasi al suo sintetico benvenuto.
Abbiamo dei problemi, mio generale. A nord Indibil e Mandonio si sono ribellati e minacciano le nostre forze. La regione non  sicura.
Publio si sedette sul robusto solium che Trebellio e Mario gli avevano avvicinato. Gliene fu grato perch, anche se cercava di mostrarsi completamente ristabilito, in realt si sentiva ancora debole. In effetti aveva abbandonato il letto contro il parere dei medici.
Ed  tutto? La voce di Publio si alz chiara, seria, severa. Marcio sapeva che il generale era un uomo sagace: la ribellione degli Iberi era senza dubbio un problema di complessa soluzione, ma non giustificava cos tanta preoccupazione tra gli ufficiali, specie ora che i Cartaginesi si erano ritirati dall'Hispania. Il generale non doveva nemmeno temere per la sua famiglia, poich a nord avevano forze a sufficienza per fare di Tarraco un bastione che resistesse fino all'arrivo delle legioni da Carthago Nova.
C' un ammutinamento aggiunse Lelio, fissando Publio negli occhi. La guarnigione di Sucro ha espulso i tribuni militari e si  sollevata in armi. Non riconoscono nessuna autorit. Controllano la via di approvvigionamento tra Carthago Nova e Tarraco, e non sappiamo se pensano di unirsi alle truppe di Indibil e Mandonio. Ecco cosa ci preoccupa.
Un ammutinamento. Per tutti gli di! Publio comprese la tremenda portata degli avvenimenti.
Ma com' successo? chiese il giovane generale, con un tono gi un po' meno fermo. L'impatto della notizia risult evidente nel vibrare della sua voce, e non senza motivo: un ammutinamento sarebbe stato usato dai suoi nemici al Senato per mettere in questione tutta la sua campagna, un neo da aggiungere alla decisione di permettere che Asdrubale abbandonasse l'Hispania. Publio gi vedeva Fabio Massimo occupato a fregarsi le mani. Un ammutinamento poteva presupporre la fine della sua carriera militare e politica, ma pi ancora la fine del suo progetto di portare la guerra in Africa. Come poteva il Senato appoggiare una campagna tanto rischiosa, se lui non era nemmeno capace di mantenere l'ordine tra le proprie fila?
Sembra che ci fossero dei ritardi nel pagamento degli stipendi. Fu Marcio a riprendere con le spiegazioni. Si sono lamentati che c'era denaro a sufficienza per i festeggiamenti di Carthago Nova e invece non ce n'era per pagarli. Inoltre si sentono poco considerati per non aver partecipato alle battaglie di Baecula e Ilipa e per essere relegati sempre nelle retrovie. E poi le voci sulla tua... Qui Marcio esit qualche secondo, deglut a vuoto e prosegu: Le voci sulla morte del generale, che al contempo hanno favorito la ribellione degli Iberi, hanno provocato anche il sollevamento di vari centurioni di Sucro contro i propri tribuni e la successiva decisione di ammutinarsi. Pare che abbiano deciso di iniziare una guerra per conto loro, una guerra di saccheggio nella regione che controllano, per rifarsi cos dei pagamenti mancati.
Il ritardo dei pagamenti  reale?
S intervenne Lelio, poi si ferm un istante prima di continuare, stavolta a occhi bassi. Mi hai lasciato al comando... C'erano molte decisioni da prendere, eravamo tutti preoccupati per la tua salute... Tutte le pratiche amministrative sono in ritardo. Sono... Sono stato negligente nelle mie funzioni.
Il silenzio si fece pesante, nessuno guardava nessuno. Solo Publio osservava Lelio e fu il generale a spezzare il rumore dell'aria che filtrava dagli spiragli della tenda del praetorium.
Un ritardo giustificato, in ogni caso:  logico che la malattia del generale al comando porti con s qualche lentezza nelle decisioni.
Tutti tirarono un sospiro di sollievo. Con quelle parole il generale esonerava Gaio Lelio da qualsiasi responsabilit rispetto all'accaduto. Publio vide che l'espressione dei presenti si rilassava. Lelio era molto stimato dai colleghi e aveva dimostrato coraggio nel non nascondere la sua parte di responsabilit, ma tutti sapevano quanto fossero problematiche le relazioni tra i due uomini che, pure, combattevano cos bene insieme. Nessun tribuno n ufficiale l presente voleva che quella coppia perfetta si dividesse: con quei due uomini insieme si sentivano capaci di affrontare qualsiasi crisi. Cos, per un istante, avevano temuto la reazione del generale nel venir informato sugli ultimi avvenimenti e, in particolare, sull'ammutinamento di Sucro.
Inoltre continu il giovane Publio nessun ritardo nella riscossione dello stipendio pu giustificare una ribellione. L'ammutinamento  il peggiore dei crimini che un legionario possa commettere.  tradimento a Roma. Peggio ancora:  tradimento nei miei confronti.
Il generale vide come lo guardavano tutti con la fronte corrugata e un'espressione strana. Era la prima volta che Publio sembrava porsi al di sopra di Roma ma, ben lungi dal correggersi, lui conferm le sue parole.
Nessuna guarnigione romana si  mai ribellata contro uno Scipione, tanto meno contro mio padre o mio zio. Nessuno si ribella contro uno Scipione. Nessuno.  un'ignominia che non tollerer. E sottoline l'ultima frase alzandosi dal suo seggio. Nessuno.
Publio era adirato, nervoso, teso.
Chi capeggia questa ribellione? chiese il giovane generale, il viso sudato, arrossato per l'agitazione.
I loro capi sono Gaio Albio Caleno e Gaio Atrio Umbro disse Silano. A costoro si sono uniti una trentina, forse trentacinque ufficiali. Gli altri, quasi ottomila uomini, li seguono come accecati dalla follia.
Publio assent varie volte con la testa, poi diede il suo primo ordine dopo la malattia.
Voglio quei due uomini vivi qui, al mio cospetto, no anzi, voglio tutti gli ottomila uomini qui, nel Foro di Carthago Nova, vivi, e voglio sentirli reclamare con le loro bocche il pagamento dei salari in ritardo e come giustificano il loro tradimento. In meno di un mese li voglio qui,  un ordine. Sono di nuovo al comando. Guard Lelio, che annu, poi si rivolse a tutti i presenti: Mandate subito due messaggeri a Sucro. Devono riferire che il generale  vivo e vuole parlare con Gaio Albio e Gaio Atrio.
Tutti si stupirono per la facilit con cui il generale sembrava aver trattenuto nella sua mente i nomi di quegli uomini e nessuno pens che ci non presagisse nulla di buono per i due ufficiali in rivolta.
E... La voce di Marcio Publio si rivolgeva a lui.
E...?
Gli Iberi?
Gli Iberi? Publio ripet la domanda come chi ricorda qualcosa di ormai lontano nel tempo. Marcio, gli Iberi adesso non sono importanti. Portatemi gli ammutinati di Sucro. Una volta che casa nostra sar pulita, allora entreremo in quella degli altri. Tarraco ha forze sufficienti per resistere. E non oseranno attaccarla. E quando torner al Nord, non oseranno pi ribellarsi contro di me.
E con quelle parole Publio Cornelio Scipione abbandon il praetorium e all'uscita fu raggiunto dai suoi lictores. Il generale si avvi in fretta, ma di colpo si rivolse a uno degli uomini in punizione davanti alla tenda del comando.
Qual  stata la vostra mancanza?
Il legionario, sorpreso, rispose cautamente.
Il nostro centurione ha visto che... Gli  sembrato... che non tenessimo le armi ben pulite, mio generale,  tutto.
 tutto? E la punizione ti sembra eccessiva? chiese il generale
No, mio signore, no. La punizione  corretta e adeguata.
Bene, che cosa hai imparato questa notte in piedi davanti al praetorium?
Che devo tenere pulite le mie armi.
Le armi sono tutto nella vita di un legionario, devono essere sempre pronte. Non si pu mai sapere quando attaccher il nemico. Provi rancore nei confronti del tuo centurione?
No, mio generale.
Chi  il tuo centurione?
Quinto... Quinto Trebellio.
Un uomo valoroso.  possibile che pi di una volta ti salver la vita sul campo di battaglia. Devi rispettarlo.
Sar fatto, generale.
Bene, legionario, bene.
Publio si sentiva sfinito. Doveva rimettersi a letto il prima possibile e riposarsi un po', non doveva giocare con le sue deboli forze n svenire di nuovo davanti a tutti. Nessuno ha rispetto per la debolezza. Il generale si ritir nella sua stanza.
I due legionari puniti davanti al praetorium erano pi impettiti che mai. Si sentivano persino orgogliosi di essere stati puniti. Il generale aveva parlato con loro.

Mario Giuvenzio Tala, centurione ed esperto messaggero, scortato da vari cavalieri, part quella sera stessa da Carthago Nova verso Sucro. In due giorni di cavallo, dopo lunghe ore passate in sella, raggiunsero il distaccamento vicino all'omonimo fiume. Prima di poter attraversare il fiume, venne loro incontro una turma della cavalleria romana i cui uomini, con le spade sguainate, li costrinsero a fermarsi.
Chi siete? Da dove venite? furono le parole, pronunciate con un tono che denotava sfiducia e nervosismo, con cui ricevettero il messaggero e la sua scorta.
Mario fece avanzare di un paio di passi il suo destriero prima di rispondere.
Sono Mario Giuvenzio Tala, centurione delle legioni d'Hispania, al comando di Publio Cornelio Scipione, che mi manda per essere informato dei vostri reclami e per chiedere perch avete espulso dall'accampamento i tribuni militari eletti dal popolo di Roma. Vengo per ordinarvi a suo nome di presentarvi al cospetto del generale Scipione a Carthago Nova, dove reclamerete il pagamento dei vostri salari.
Le parole di Mario caddero su di loro come una doccia gelata di delusione.
Ma allora... inizi, stavolta con tono meno ostile, colui che sembrava il decurione di quella turma ...il generale  vivo?
Il generale Publio Cornelio Scipione  vivo e attende una risposta al messaggio che vi ho appena riferito.
Il decurione assent varie volte, poi fece girare il cavallo.
E allora seguiteci.
Tutti avanzarono al trotto, diretti all'accampamento di Sucro. Mario era tranquillo. Gli ammutinati non erano ancora sicuri che il generale fosse sopravvissuto alla sua malattia. Ora si trattava solo di aspettare che la notizia si propagasse tra le truppe ribelli e osservare chi fra tutti quegli uomini persisteva nella sua posizione di rivolta. Avrebbero accettato di presentarsi al cospetto del generale? Avrebbero dovuto essere molto folli o molto ottusi per farlo, ma gli uomini che commettono un tradimento spesso sono capaci di qualunque cosa.

Le truppe ammutinate arrivarono alle porte di Carthago Nova. Gaio Albio e Gaio Atrio, nonostante le istruzioni ricevute da Mario, avevano ritardato il loro arrivo a Carthago Nova per assicurarsi prima, tramite i loro esploratori, che Gaio Lelio fosse partito verso nord con il grosso delle legioni di Scipione. Ci dava loro la superiorit numerica, una situazione nella quale Gaio Albio, il capo di quell'ammutinamento, si sentiva a proprio agio. L'enormit di quella fortezza, tuttavia, impression i soldati che avevano partecipato raramente alle campagne in Hispania. Molti avevano sentito parlare della capitale punica di quel vasto territorio che il loro generale, Publio Cornelio Scipione, lo stesso generale contro cui si erano ribellati, era riuscito a conquistare in sei giorni soltanto. Ammirando le elevate mura che custodivano l'accesso a Carthago Nova dall'istmo, l'unico punto di terraferma che collegava la citt con il resto del territorio, quella conquista parve a tutti impossibile. La mente dei soldati ribelli si riemp di dubbi e timori. Chi era davvero l'uomo contro cui si erano ammutinati? Ripassando le sue campagne, tutto tornava: quel generale, con soltanto quattro legioni e le sue truppe ausiliarie, insieme a qualche aiuto aggiuntivo ma incostante di certe trib iberiche, aveva sconfitto ed espulso dall'Hispania tre eserciti cartaginesi al comando dei fratelli del mitico Annibale e del generale punico Giscone. Mentre gli ammutinati oltrepassavano la porta che si spalancava per dare loro libero accesso, molti gi si chiedevano fino a che punto fosse stata saggia la loro decisione di spalleggiare Gaio Albio, Gaio Atrio e il resto dei capi di quella ribellione. Il generale  molto malato, avevano detto loro il generale morir, ed  questa la nostra occasione per recuperare i salari e il bottino di guerra, a risarcimento di questi anni di ristrettezze e sofferenza. Allora quel modo di pensare era parso loro sensato; ma adesso, salendo per le strade di Carthago Nova in direzione del Foro di quella fortezza, sul punto di incontrarsi con il generale in persona, non tutto sembrava pi cos chiaro.
Leggo il dubbio sulla faccia di molti uomini disse Gaio Atrio a voce bassa.
Pu essere, rispose Gaio Albio ma le legioni di Scipione saranno ormai lontane, vicino all'Ebro; a Carthago Nova il generale ha solo una piccola guarnigione. Siamo cinque volte pi di loro. Finch gli uomini vedranno che siamo molto pi numerosi dei soldati di cui dispone il generale, non c' niente da temere.
Atrio annu, rinfrancato.
Forse dovremmo dire loro qualcosa...
Gaio Albio lo guard qualche istante. Annu e, senza attendere altri commenti da parte del compagno di ribellione, inizi a parlare con voce alta e potente, rivolto ai soldati ammutinati sotto il suo comando, man mano che questi gli passavano davanti.
Coraggio, soldati! Questa sera riceverete finalmente le vostre paghe! Sarete pieni di denaro e con quello potrete avere donne e vino e giorni di meritato riposo! Oggi  il giorno in cui le vostre giuste richieste saranno esaudite! Il generale ci conceder ci che  giusto, ci che  nostro, oppure ce lo prenderemo con le nostre mani! Siamo gli uomini di Sucro e siamo in tanti! Coraggio, soldati! Oggi sar un gran giorno per tutti!
Albio non era un grande oratore, ma le sue parole riempirono di aspettativa i cuori dei soldati, avidi di ricevere il denaro per cui si erano ribellati, ansiosi di riposare e bere e giacere con una donna. Erano entrati in combattimento di rado, solo qualche piccola scaramuccia. Per la maggior parte di loro quella marcia da Sucro a Carthago Nova era l'impresa pi dura che avessero affrontato. Albio aveva ragione. Le loro proteste erano giuste e se quel generale aveva perdonato persino i propri nemici, poich a tutti era nota la generosit di Scipione nei confronti degli Iberi sconfitti, ancora maggiore sarebbe stata la sua generosit con loro, legionari di Roma, soldati al suo servizio, ribellatisi soltanto per chiedere ci che era giusto: le loro paghe e un maggiore riconoscimento del loro lavoro e una partecipazione maggiore a quel conflitto, in cui proteggevano le linee di rifornimento fra Tarraco e il Sud-Est della Hispania. E inoltre erano molti di pi.
Il generale era rimasto con un piccolo distaccamento, forse un migliaio di uomini, poich le legioni stavano marciando verso nord e, in effetti, le avevano incrociate a un giorno o pi di cammino da Carthago Nova. Erano al gran completo, con la fanteria leggera dei velites, gli hastati, i principes e i veterani triarii. Pi di uno tra gli ufficiali vicini a Scipione aveva commentato che, se ci fosse stato qualcuno di quei veterani, forse la ribellione non avrebbe avuto luogo e, tuttavia, Gaio Albio e Gaio Atrio, i capi dell'ammutinamento, erano triarii.
Publio Cornelio Scipione contemplava il crepuscolo scendere sul Foro di Carthago Nova. Le ombre dell'antico palazzo di Annibale e dei templi si allungavano pesanti sulla grande spianata al centro della citt. Le vie che portavano alla grande agor erano deserte e nel Foro stesso si vedevano solo i legionari della guarnigione ai quali il generale aveva ordinato di fermarsi presso la fortezza per vegliare sulla popolazione, difenderla da attacchi nemici e, in quel frangente, ricevere le truppe ammutinate di Sucro.
Era seduto su un'ampia e confortevole cathedra con la spalliera leggermente curva. Era un sedile che d'inverno era solito coprire con pelli di lupo, ma che in quei giorni estivi lasciava scoperto, tranne un paio di cuscini dietro ai reni. Il fatto che avesse chiesto di portargli quella sedia comoda al posto di una semplice sella senza spalliera sembrava inviare a tutti un messaggio: quella faccenda sarebbe andata per le lunghe.
Accanto al giovane Publio, impettiti e in piedi, stavano Lucio Marcio Settimio che, con Lelio distaccato a nord, fungeva da secondo al comando, Silano, con la sua mente fredda calcolatrice, e Quinto Trebellio, che come primus pilus fungeva da centurione a capo delle truppe schierate nel Foro: duecento uomini armati alle spalle del generale e vari manipoli in ogni angolo della piazza. Uomini selezionati con cura dallo stesso Trebellio e da Gaio Lelio, prima della sua partenza, ma in ogni caso insufficienti, quale che fosse il loro comprovato valore, se le negoziazioni con gli ammutinati si fossero trasformate in uno scontro fra truppe romane.
Trebellio aveva avvertito i suoi uomini di quanto la situazione fosse pericolosa e aveva sollecitato presso il generale la possibilit di ridurre il corpo di guardia alle porte e alle mura cittadine, per poter disporre di pi uomini nel Foro; ma il generale aveva respinto una simile opzione insistendo di voler essere sicuro che il controllo delle porte fosse sempre nelle mani di legionari fedeli. Il veterano primus pilus aveva imparato, qualche volta a sue spese, che il generale aveva sempre le sue ragioni per agire come agiva, cos non insistette oltre e sistem cinquecento uomini, una buona met di tutte le sue forze, a controllare la grande porta d'accesso nel settore est delle mura di Carthago Nova. Ma perch la porta era cos importante, quando ormai non c'erano pi Cartaginesi in tutta la regione n Iberi in rivolta?
Gaio Albio entr infine a Carthago Nova con gli ultimi manipoli delle sue truppe ammutinate. Si sentiva sicuro. Ottomila uomini al suo comando erano entrati in citt. Il generale disponeva a malapena di mille unit: la situazione era sotto il suo controllo. Avrebbe negoziato in una posizione di forza. Forse poteva prospettare non solo il pagamento dei salari in ritardo e il perdono per la sollevazione, cosa che dava gi per scontata, bens una percentuale sul bottino di guerra ottenuto in quelle campagne, nel corso delle quali loro avevano mantenuto aperte le linee di rifornimento.
Dovremmo mettere uomini alle porte. Era la voce di Gaio Atrio, alle sue spalle. Non mi piace che siano loro, gli uomini del generale, a decidere quando aprire o chiudere le porte.
Gaio Albio guard verso l'alto delle mura. Decine di legionari della prima legione di stanza in Hispania si affacciavano, appostati tra i merli della muraglia.
Che chiudano pure le porte, se vogliono sbott Gaio Albio con disprezzo. Un manipolo degli ammutinati si era fermato accanto a loro, mentre discutevano sulla questione del controllo delle porte; Albio se ne accorse e decise di approfittare della situazione. E sia, per tutti gli di, per Marte e Giove, se vogliono chiudere le porte che le chiudano. Non abbiamo paura di restare rinchiusi con gli uomini del generale!
E lanci nell'aria una possente risata che fu subito accompagnata dalle risa dei legionari di quell'ultimo manipolo di ammutinati. Il vento fece la sua parte e port le risate fino in cielo, e nel loro volo portarono odio e disprezzo, ma anche un po' di timore, nei cuori dei legionari fedeli a Scipione appostati sull'alto delle mura. Ma ad Albio non bastarono quelle parole, cos si piazz a braccia conserte e a gambe ben aperte, piantate per terra, dinanzi alle porte.
Andiamo, chiudetele una buona volta, maledetti! Chiudetele e rimarremo da soli, il vostro generale e io, i suoi uomini e i miei!
L'esitazione corse tra i legionari in cima alle mura, finch il centurione di guardia annu e varie decine di legionari iniziarono a tirare le catene che fecero cigolare i cardini delle immense porte di Carthago Nova. Dopo un lungo stridio di cardini, sporchi per lo scarso utilizzo, le gigantesche porte della citt rimasero sigillate. Publio Cornelio Scipione si era rinchiuso al suo interno con le truppe ribelli, che superavano i suoi uomini di ben otto volte.
Un messaggero port veloce la notizia della chiusura delle porte a Trebellio e questi, la fronte corrugata, pass l'informazione a Marcio, che a sua volta la trasmise con voce seria al generale. Publio Cornelio Scipione annu piano.
Bene, gli di sono con noi, veglieranno su quanti sono fedeli a loro e non vengono meno ai giuramenti sacri fu la sua risposta.
Marcio, Silano e Trebellio avrebbero preferito parole meno sacre e un'azione pi audace. Il generale sembrava convinto che gli di, cos come lo avevano aiutato a conquistare Carthago Nova contro i Cartaginesi, l'avrebbero aiutato anche ora a preservarla dalle truppe sollevate. Ma prima ancora che qualcuno potesse dire qualcosa, i manipoli degli ammutinati iniziarono a sfilare nel Foro della citt. Lo fecero in forma ordinata, come a voler mantenere un'apparenza di disciplina, di vero esercito romano, e ci stavano riuscendo. Sia Trebellio che Marcio e Silano avrebbero preferito maggiore indisciplina tra le loro fila. Tanto pi vicini erano nell'organizzazione e nello schieramento all'esercito romano, quanto pi complessa sarebbe stata la situazione. Schieravano i manipoli lasciando un passaggio al centro del Foro, come se con tale disposizione le truppe che non riconoscevano Scipione come generale volessero dimostrare di avere comunque i loro alti comandi. Marcio e Silano guardarono Publio. Il generale osservava impassibile quell'esibizione di ordine militare da parte delle truppe ribelli senza mostrare emozioni, attento ma controllato. Come pensava di risolvere quella situazione? Accettando tutte le richieste? Forse. Visto l'attuale stato delle cose sembrava l'unica via di uscita, ma ci non avrebbe fatto altro che incoraggiare l'indisciplina e la ribellione in qualsiasi guarnigione romana disseminata per l'Hispania. Non si poteva certo fare, ma che altra soluzione avevano? Affrontare un numero di effettivi otto volte superiore era, da tutti i punti di vista, un suicidio. Stava davvero bene il generale? Si era ristabilito del tutto dalla sua malattia o gli erano rimasti degli strascichi, non nel corpo che sembrava guarito, bens nella mente, l dove gli occhi degli uomini non arrivavano?
Dal corridoio centrale lasciato dalle truppe ammutinate, Gaio Albio e Gaio Atrio fecero il loro ingresso nella piazza del Foro di Carthago Nova come generali in trionfo, acclamati dai loro uomini che ne gridavano i nomi come i sudditi fanno con i loro re.
Publio, seduto sulla cathedra, attendeva senza dire nulla.
Gaio Albio e Gaio Atrio, spalleggiati da un nutrito gruppo di uomini, gli altri capi della ribellione, si avvicinarono fino a restare a una decina di passi dal generale. Gli uomini di Scipione che fungevano da lictores si fecero avanti per piazzarsi tra il generale e gli ufficiali ribelli, ma Publio Cornelio Scipione alz una mano e i lictores si fermarono di colpo.
Non  necessario che io mi protegga, vero? disse Publio guardando Gaio Albio dritto negli occhi.
Albio medit un secondo su cosa rispondere. Era stato sorpreso dalla pronta richiesta del generale.
Veniamo in pace rispose infine.
Capisco ribatt Publio, rilassato sulla cathedra, e a un suo gesto i lictores indietreggiarono e andarono a mettersi alle sue spalle.
Tra Publio e gli interlocutori in rivolta c'erano solo una decina di passi, nessuno che si frapponesse tra loro. Il generale fece sentire di nuovo la propria voce.
Parla dunque, ti ascolto.
Gaio Albio diede voce ai polmoni e si prepar per declamare il suo lungo discorso di reclami, richieste e giustificazioni. Ogni singolo giorno di marcia da Sucro a l l'aveva dedicato prima a redigere e poi a imparare a memoria quel discorso. Era il momento di esporlo con voce forte e chiara. Sapeva che tutti i suoi uomini, i suoi compagni di ribellione, lo ascoltavano attenti, ansiosi.
Siamo venuti qui... Siamo venuti qui perch...
Chiedo scusa, lo interruppe Publio ma io esattamente con chi sto parlando?
Gaio Albio lo guard confuso. Publio si alz piano e parl con un tono deciso e potente che risuon anche tra le ultime case in fondo al Foro.
Mi spiego. Io sono Publio Cornelio Scipione, generale cum imperio su tutte le truppe romane di stanza in Hispania, con diretto mandato dal Senato di Roma per scacciare i Cartaginesi da questa regione! Sono il conquistatore di Carthago Nova, la citt nella quale ora vi trovate perch prima io l'ho strappata ai Cartaginesi, e sono il vincitore degli eserciti di Asdrubale e Magone, fratelli di Annibale, e dell'esercito di Asdrubale Giscone nelle battaglie di Baecula e Ilipa. Sono altres il conquistatore di tutte le citt iberiche situate tra l'Ebro e la citt di Gadir, ho al mio comando varie legioni complete con le loro truppe ausiliarie e anche la guarnigione di Sucro! Tuttavia... il generale prese a camminare intorno ad Albio, che era in posizione avanzata rispetto ai suoi compagni di ammutinamento ...tuttavia, non so con chi ho il piacere di parlare! Per Castore e Polluce, devo ammettere che nelle tue mani vedo le fasces, i simboli di comando di un tribuno militare, per  curioso, perch non riconosco in te nessuno dei tribuni militari che il popolo di Roma ha scelto per esercitare tale funzione nelle truppe al mio comando! A quel punto Scipione si ferm, in posizione diagonale rispetto a quella di Gaio Albio, e lo guard inclinando leggermente la testa di lato, come chi contempla qualcosa di strano che non riesce a interpretare, o come chi osserva un essere deforme e prova un certo disgusto. Perci, soldato, ti chiedo con chi sto parlando, perch non lo so, e questo... questo ora... come potrei dirti, per Giove, questo mi turba!
Gaio Albio ascolt le disquisizioni del generale dapprima confuso, poi con un certo disprezzo e infine con collera trattenuta.
Sono Gaio Albio! Gaio Albio, colui che attualmente detiene il comando della guarnigione di Sucro, gli ottomila uomini armati che stanno alle mie spalle e che sono venuti a reclamare quanto gli spetta!
Gaio... Albio... disse piano il generale senza smettere di guardarlo con la testa un po' inclinata di lato. Ecco un nome che non dimenticher.
Albio non sapeva bene come interpretare quelle ultime parole. Sembravano una minaccia. Qualcosa di assurdo. Erano a Carthago Nova e loro erano otto volte pi numerosi degli uomini del generale. In un certo senso la citt era in suo potere. Restava solo la questione di strapparla a quel generale testone e stupido, se non voleva sentire ragioni. I suoi uomini, tutta la guarnigione di Sucro, erano ansiosi di riscuotere il denaro e decisi a ottenerlo in un modo o nell'altro. Quel modo di agire del generale era un'assurda pantomima. In ogni caso, Albio aveva gi dimenticato il suo discorso.
Sei venuto a chiedere ci che  giusto.
La voce del generale lo prese di nuovo alla sprovvista, mentre stava soppesando se continuare a parlare con quel fantoccio o lanciare l'ordine d'attacco e impadronirsi di tutta la citt. Era una magnifica fortezza. Da l avrebbero potuto esercitare il potere per anni. Roma era troppo occupata nella guerra con Annibale per occuparsi di loro. Avrebbero potuto essere i nuovi mamertini, vivere nel lusso e nell'opulenza per il resto della loro vita.
Ma che cos' giusto, Gaio Albio? La voce del generale era ancora l, che lo interrogava, lo confondeva.
E finalmente Albio parl come un fiume, quando salta una diga e l'acqua esce a fiotti, con furia scatenata.
Il giusto  ottenere i nostri salari in ritardo di tutto quest'ultimo anno e ricevere una parte ragionevole del bottino ottenuto in queste campagne, perch  stato grazie al nostro sforzo che si sono tenute aperte le linee di rifornimento! Questo  giusto, ci che chiediamo e che vogliamo subito!
Il generale lo ascolt in piedi. Smise, piano, di inclinare la testa e camminando con irritante lentezza torn alla sua cathedra, dove si sedette di nuovo. Osserv i capi che accompagnavano Gaio Albio. Dietro di lui si faceva avanti un altro presunto ufficiale, con qualche grado in pi degli altri, che senza dubbio doveva essere l'altro capo della ribellione di cui gli avevano parlato: Gaio Atrio. Quest'ultimo sembrava un po' pi anziano, pi veterano, pi cauto. L'avrebbe tenuto presente. L'altro, Albio, quello che parlava, era un pericolo, ma un pericolo stupido.
Publio osserv come i soldati delle prime linee degli ammutinati, fin dove poteva arrivare la sua vista, annuivano allo sproloquio di Gaio Albio. Era ci che gli pesava di pi nel cuore. Quanti ne avrebbe dovuti uccidere per soffocare quella sollevazione? Si rese conto che mai prima d'ora aveva sparso sangue romano. Almeno non in modo diretto. Era possibile che ci fosse stato qualche condannato a morte nelle legioni sotto il suo comando, giustiziato per essersi addormentato al posto di guardia o per non essersi dimostrato all'altezza sul campo di battaglia; ma erano casi che venivano risolti sempre dai tribuni oppure, spesso, da Lelio o Marcio. Ora era diverso. Non c'erano intermediari tra il crimine commesso, i criminali in questione e lui stesso in quanto giudice.
Hai ragione, Gaio Albio, hai ragione! disse infine Publio Cornelio Scipione.
Le sue parole colsero di sorpresa tanto Albio e il resto dei sollevati quanto i lictores e i legionari che si trovavano alle spalle del generale. Solo Lucio Marcio, Silano e Quinto Trebellio mantennero la loro espressione austera, senza mostrare alcuna emozione dinanzi alle spiegazioni di Scipione.
Hai ragione, Gaio Albio! ripet il generale e si alz di nuovo dalla sua cathedra, perch tutti lo vedessero. Avreste dovuto partecipare alla distribuzione del bottino di guerra per il vostro grande lavoro di mantenimento delle linee di rifornimento, ed  solo per negligenza mia e dei miei comandanti che si sono verificati ritardi nel pagamento dei vostri salari! Occorre porre rimedio a tutto ci! Spero capiate che la negligenza  dovuta alla mia malattia e che quello  stato il motivo del ritardo dei vostri pagamenti, ma tutto ci pu e deve essere sistemato!
Albio e Atrio si scambiarono un'occhiata stupita. Nessuno dei due si era aspettato che il generale cedesse con tanta facilit. Albio ne dedusse che il generale aveva considerato un elemento del tutto ovvio: la totale superiorit numerica dei suoi uomini, e da ci derivava questo repentino cambio di atteggiamento da parte di Scipione. Atrio, pi diffidente, si guardava intorno, ma riusciva a vedere soltanto le centinaia, migliaia di soldati che li accompagnavano, a fronte dei quattro o cinque manipoli di legionari che il generale aveva schierato alle estremit del Foro. Albio riprese la parola.
Vogliamo anche che, una volta esaudite le nostre richieste, non si prendano misure di punizione contro nessuno dei nostri! Solo cos riconosceremo di nuovo il comando del generale! Nessuna punizione! E qui Albio alz le mani con la spada sguainata, rivolgendosi agli ammutinati. Nessuna punizione!
I soldati ribelli colpirono gli scudi con i pila e ripeterono le parole del loro capo come uomini risoluti e decisi a ottenere ci che pretendevano.
Nessuna punizione, nessuna punizione, nessuna punizione!
Publio attese, sospirando piano, che l'immenso baccano a poco a poco si spegnesse. Quando i soldati, sollevati, tacquero, Albio si gir di nuovo verso di lui in attesa di una risposta.
Bene, per tutti gli di, esclam Gaio Albio credo che tutto sia stato detto.
S,  cos. Tutto  stato detto rispose il generale. La cosa opportuna sarebbe che metteste per iscritto l'ammontare esatto delle vostre richieste e lo consegnaste a Lucio Marcio e Silano.  tardi, il sole ormai sta tramontando all'orizzonte e sono stanco, e voi lo sarete ancora pi di me. Nel corso della serata rivedr con i miei ufficiali le domande formulate per iscritto e domani all'alba ci incontreremo per soddisfare, a una a una, tutte le vostre richieste. Nel frattempo potete accamparvi qui, sar una notte calda, gradevole, e dar ordine che distribuiscano cibo e vino tra i tuoi uomini affinch si possano rilassare e riposare. Domani verr tutto risolto. Questo soddisfa i vostri reclami, Gaio Albio?
Albio guard i suoi. I capi si scambiavano sguardi un po' confusi ma contenti per le parole del generale. Annuivano. Atrio fu quello che tard di pi a muovere la testa, mentre guardava il generale che, come distratto, alzava gli occhi verso l'orizzonte rosso di quel tramonto.
Siamo d'accordo! disse infine Albio. In un'ora consegneremo le nostre richieste a Marcio e per domani mattina ci aspettiamo la soddisfazione delle stesse.
E sia! rispose il generale che, come spinto da una molla, salt su dalla cathedra e senza dire altro si volt verso il palazzo. I lictores si avviarono al suo fianco.
Publio confabul un istante con Marcio, Silano e Trebellio, che si erano avvicinati per ricevere istruzioni. Parl loro sottovoce, appena un dolce mormorio fatto di ordini precisi.
Marcio e Silano, voi raccoglierete le richieste di questi uomini e provvederete alla loro cena. E che ricevano pi vino che cibo. Marcio e Silano sorrisero e annuirono. A quel punto il generale, gi in cammino verso il palazzo, si rivolse a Trebellio: Quinto, i tuoi uomini controllano ancora le porte, giusto?.
Proprio cos, mio generale, come hai ordinato.
Bene, che continuino cos. Siamo rinchiusi in mezzo ai serpenti, sar una notte pericolosa, ma l'alba ci porter un nuovo giorno. Montate di guardia e controllate gli ammutinati. Che nessuno abbandoni la spianata del Foro. E se qualcuno desidera andarsene da qui, convincetelo con altro cibo, con denaro, con vino o con donne, se necessario.
Marcio, Silano e Trebellio annuirono per l'ennesima volta. Il generale restitu il saluto e si ritir nel palazzo scortato dai lictores, le cui asce affilate risplendevano sotto gli ultimi raggi di quel sanguinolento sole al tramonto.
Mentre l'astro solare languiva in un orizzonte tra il rosso e l'indaco, i legionari fedeli al generale iniziarono a portare grandi ceste piene di cibo alle truppe ammutinate, accampate nel Foro della citt. Agli ammutinati venne l'acquolina in bocca non appena estrassero le vivande dalle ceste. Erano piene di pani con la cresta superior imbevuta di uovo, semi di anice e cumino, e tagliati in quadrae secondo il pi autentico stile romano. Erano anni che non vedevano pagnotte cos. Publio aveva sollecitato la collaborazione di tutti i fornai della citt, perch provvedessero sia alle legioni che partivano verso nord sia ad accogliere gli ammutinati di Sucro con abbondanti manicaretti che ne placassero le lamentele.
No, non cederemo disse Gaio Atrio, quando le prime ceste arrivarono tra le mani dei capi della ribellione. Il generale sta solo cercando di blandire i nostri cuori con un po' di cibo e di vino.
Pu essere, rispose uno degli ufficiali per erano anni che non mangiavo alla romana e non m'importa ci che vuole il generale. E poi, guarda, ci sono i circuli e il laganum.
L'ufficiale affond la sua mano in un'enorme canasta piena di ciambelle fatte con acqua, farina e formaggio, insieme ad altre paste dalle forme diverse a base di farina messa a mollo in vino, olio, miele e latte. Quello non era cibo, erano autentici manicaretti per uomini che insieme all'assenza dei loro stipendi avevano sofferto una notevole carenza di provviste nel corso degli ultimi mesi, poich gli approvvigionamenti passavano lontano da loro, verso sud o dovunque stessero combattendo le legioni del generale.
E se il cibo ... avvelenato? chiese Atrio guardando il resto dei capi della ribellione.
Alle sue parole molti smisero di mangiare. Fu allora che Albio intervenne prontamente.
Che i nostri prendano vari legionari del generale e li costringano a mangiare!
Scoppi allora un grande schiamazzo in uno degli angoli pi vicini ad Albio e ai suoi ufficiali, perch decine di soldati ammutinati iniziarono a costringere i legionari del generale a mangiare l sul posto il cibo che veniva distribuito. Lucio Marcio, che insieme a Silano stava controllando la distribuzione dei pasti, si fece sentire al di sopra delle grida degli uni e degli altri.
Per Castore e Polluce, silenzio! Che cosa succede?
Vari legionari fedeli lo informarono sui dubbi degli ammutinati rispetto al cibo. Gaio Albio e Gaio Atrio, con le spade sguainate, si erano gi avvicinati al luogo dove Marcio tentava di riportare l'ordine.
Se questo cibo  buono, tribuno, mangialo anche tu! disse Albio, fissando Lucio Marcio.
Il tribuno, luogotenente di Scipione a Carthago Nova, fece un cenno con la mano perch i suoi legionari mantenessero la calma e si ritirassero.
 dunque questo che vi preoccupa? Il cibo? chiese Marcio.
Mangia e taci! intim Albio, brandendo minacciosamente la spada.
Il tribuno mosse la testa un paio di volte in senso affermativo. Si avvicin a una delle ceste con il cibo, mentre una cinquantina di soldati fedeli e diverse centinaia di ammutinati osservavano i suoi movimenti con trepidazione. Marcio si chin di lato, piano, e affond la sua mano tra i pani impilati. Ne estrasse uno e se lo port alla bocca. Nell'intenso silenzio che si era creato, si sent lo scrocchiare della crosta tra le mandibole. Marcio mastic e ingoi. Poi si diresse a un'altra cesta e prese uno dei circuli. Ripet l'operazione, ingoi la ciambella in due grandi bocconi, e lo stesso fece con altre ceste piene di carne secca di cinghiale, formaggio e uva.
 cibo migliore di quanto meritiate. Se fosse per me, non vi darei neanche le carrube. Per avete l'immensa fortuna di beneficiare della benevolenza del generale! sbott Marcio con la bocca ancora piena, sputando resti di cibo mentre parlava. Si avvicin poi al punto dove i suoi uomini avevano ammucchiato varie dozzine di anfore. Una coppa! ordin, allungando la mano in attesa che uno dei suoi soldati obbedisse all'ordine.
Marcio non smetteva di fissare Albio e Atrio. Un legionario gli port la coppa. Il tribuno si serv il vino da s e ne bevve un lungo sorso. Quindi ruppe l'anfora scagliandola per terra.
Potete obbligarmi a mangiare e bere per stare tranquilli, e tutto perch il generale ha detto di rispettarvi e di nutrirvi, ma non acconsentir mai a condividere un'anfora di vino con ribelli come voi. Da dove ho bevuto io non berr nessuno di voi. Poi si rivolse ai suoi uomini. Lasciate qui il cibo e le bevande. Se lo vogliono, mangeranno e berranno; e se non vogliono, che marciscano loro, il cibo e il vino.
Lucio Marcio Settimio si fece strada tra i suoi legionari e lasci i capi della ribellione da soli con decine di ceste di pane, paste e dozzine di anfore di vino.
Mangiamo e beviamo disse Atrio.
E centinaia di soldati si gettarono sul cibo e sul vino. Quella che era iniziata come un'ordinata distribuzione di viveri si trasform in un caos assoluto, dove il primo che arrivava a una cesta afferrava con le mani tutto quello che poteva, ma n Albio n Atrio n il resto dei capi si preoccuparono di ci. La maggioranza degli ufficiali si impegn a reclamare pi cibo e pi vino, e i legionari del generale si limitarono a soddisfare le richieste portando pi provviste.
Albio, dal canto suo, si divertiva a vantarsi della sua impresa.
Avete visto chi comanda qui? Ma, per Giove, lo avete visto? Il tribuno faceva tutto ci che gli chiedevamo. Sono pi terrorizzati di quanto pensassi. Domattina otterremo tutto quanto chiediamo e anche di pi... Anche di pi...
Smise di parlare solo perch Atrio gli pass una pasta di laganum e una brocca di vino.
Brindiamo a domani propose Atrio.
S, brindiamo accett Albio.
E tre dozzine di brocche alzate dai capi della ribellione si scontrarono in aria per festeggiare con gioia l'inizio della loro era di abbondanza e della ricompensa.
A ogni modo, disse Atrio dopo il brindisi dovremmo controllare che gli uomini non bevano troppo. E nemmeno noi.
Hai ragione convenne Albio. E con gli altri capi concordarono che i soldati mangiassero quanto volevano, ma fossero pi oculati con il vino.
Gli ordini furono riferiti e passarono da un manipolo all'altro, tuttavia i soldati, anche se annuivano agli ordini, afferravano quanto cibo e quante brocche di vino capitavano loro a tiro e facevano fuori tutto, senza attenersi a una disciplina che ormai da mesi non abitava pi tra le loro fila.

40. LA GIUSTIZIA DI SCIPIONE.
Carthago Nova, Hispania, estate del 206 a.C.

L'alba port con s una fresca brezza. I soldati ammutinati dormivano tranquilli. Albio e Atrio avevano ottenuto, a fatica, che un piccolo gruppo si trattenesse nel bere e montasse di guardia durante la notte intorno all'improvvisato accampamento del Foro.
 possibile che con questa cena il generale abbia voluto indebolire la nostra determinazione nel momento in cui reclamiamo ci che ci spetta, inizi Gaio Albio rivolto al suo collega Atrio, che si stiracchiava ancora mezzo addormentato ma si sbaglia se crede che con un po' di pane e di vino rinunceremo alle nostre rivendicazioni. Questa  solo una piccola dimostrazione di quanto sia stato ingiusto finora il diverso trattamento riservato alle sue legioni e a noi.
Gaio Atrio annu, mentre si sfregava un occhio. Albio continuava a parlare, ancora pi infervorato dalle ore di attesa. Aspettavano ancora la decisione finale del generale riguardo alle loro richieste. Ed era deciso a non attendere oltre.
O il generale inizia la distribuzione dei nostri salari stamattina o avr dei problemi.
Sono d'accordo conferm Atrio, poi guardando verso il palazzo aggiunse: Ecco il generale con i suoi ufficiali... Stanno uscendo.
In effetti Publio Cornelio Scipione, scortato dalla sua guardia personale e in compagnia di Lucio Marcio Settimio, Silano e Quinto Trebellio, usciva dal palazzo e scendeva la scalinata diretto al Foro. In quello stesso momento, i quattro manipoli fedeli al generale si misero in formazione a ciascun angolo della grande spianata. Una volta che Publio fu davanti alle truppe ribelli, dai quattro angoli i suoi uomini fecero suonare le tube con forza, come se fossero sul campo di battaglia. Il frastuono delle trombe, con il loro gioco di echi tra le case adiacenti, risult assordante e i soldati ammutinati ebbero un brusco risveglio. La maggior parte di loro sguain le spade pensando a un attacco, ma non appena si resero conto che a fare quel rumore erano solo i pochi uomini schierati dal generale agli angoli del Foro, passarono in fretta dalla paura all'irritazione. Tuttavia non ebbero il tempo di lamentarsi n lo ebbero i loro capi, Albio e Atrio, poich il generale inizi a parlare dai primi gradini della scalinata del palazzo.
Soldati di Sucro, non so in che altra forma rivolgermi a voi, poich non siete legionari n cittadini di Roma e nemmeno nemici! Non siete legionari perch avete rotto tutti i vostri giuramenti sollevandovi in armi contro i vostri legittimi comandanti, non siete cittadini di Roma perch avete tradito le leggi di quella citt e non vi posso chiamare nemmeno nemici perch siete mille volte peggiori che il peggiore dei nostri nemici! Ma basta cos, per tutti gli di, basta parole! Gaio Albio e Gaio Atrio, ho preso la mia decisione in merito alle vostre richieste! disse il generale fissando i due capi della ribellione, confusi e irritati dal tono aspro del discorso di Publio, il quale tuttavia aggiunse: Ma prima di anticiparvi quale sar la vostra sentenza, Lucio Marcio vi esporr l'attuale stato delle cose.
Quindi si allontan da Marcio, che rimase sulla scalinata, e si sedette sulla cathedra che le sue guardie avevano di nuovo portato con loro.
Lucio Marcio osserv la moltitudine in armi degli ammutinati. Ottomila soldati disposti a tutto, nervosi, quasi tutti con i postumi di una sbornia, molti con le spade in mano, desiderosi di farla finita con quelle negoziazioni e risoluti a farsi giustizia da s e impossessarsi, se era necessario, di quella citt passando anche sopra il generale e i suoi uomini. Marcio non aveva mai avuto davanti a s una moltitudine armata di Romani cos ostile e pericolosa, ma gli ordini del generale erano precisi e tutto stava andando secondo i suoi piani. Cominci il suo breve discorso.
Due giorni fa, uomini di Sucro, vi siete imbattuti nelle legioni che marciavano verso nord per affrontare la ribellione iberica di Indibil e Mandonio. Ci che non sapete  che quelle legioni avevano l'ordine esplicito del generale di ritornare sui propri passi dopo avervi incontrato, non appena fossero state fuori dal vostro campo visivo. In tal modo, seguendo gli ordini del generale, Gaio Lelio vi ha seguiti per un giorno intero, accampandosi a cinquanta stadi dalla citt, mentre voi entravate a Carthago Nova. E questa mattina all'alba, un'ora fa, mentre dormivate nel Foro, le porte della citt sono state spalancate per far entrare i legionari al comando di Quinto Trebellio. Cos le due legioni comandate da Gaio Lelio e fedeli a Publio Cornelio Scipione, unico generale cum imperio in Hispania, hanno avuto accesso alla citt in attesa del segnale delle tube con cui siete stati svegliati. In questo stesso momento, oltre quindicimila uomini armati, leali al generale, stanno salendo per le vie che portano a questa spianata e, quando avr terminato il mio discorso, queste truppe avranno circondato il Foro, chiudendo qualsiasi via d'accesso e impadronendosi anche dei tetti delle costruzioni innalzate tutt'intorno. Gli di sono con Roma e Roma, in Hispania,  Publio Cornelio Scipione! Salve, generale!
Come per magia, le parole finali di Marcio furono sottolineate dal rumore di migliaia di sandali che si avvicinavano da tutte le estremit del Foro. E da ogni angolo i soldati dei quattro manipoli risposero al grido di Marcio, imbaldanziti dal fatto di sapersi infine protetti dalle due legioni di compagni fedeli alla loro stessa causa.
Salve, generale, salve! Salve!
Prima a decine e poi, nel giro di un istante, a centinaia, i legionari entrarono da ogni dove, decisi, perfettamente armati con le loro aste, i pila e le spade, protetti da scudi, elmi, corazze e gambali scintillanti, soldati freschi e riposati, decisi, uomini che erano andati a dormire presto, avevano cenato frugalmente e consumato una buona colazione, sobri, fedeli, in assetto da guerra, esperti nel combattimento corpo a corpo, conquistatori di citt, vincitori contro i Cartaginesi e gli Iberi, vicini al loro generale, obbedienti a Roma. Su tutti i tetti degli edifici contigui al Foro spuntarono arcieri pronti, con le saette gi innestate negli archi, tutti in attesa dell'ordine di un unico uomo che, ai piedi della scalinata del palazzo, di fronte alle truppe ammutinate al centro del Foro, seduto sulla cathedra, si accarezzava i capelli. Solo l'espressione seria del volto lasciava intravedere un'intensa sensazione di potere e disprezzo che, mischiati, si dibattevano in una lotta interiore di proporzioni inimmaginabili.
Publio Cornelio Scipione smise di accarezzarsi la testa. La sua mano cadde lentamente per raggiungere l'impugnatura della spada, si alz e si avvicin piano a Gaio Albio e Gaio Atrio che, stupefatti, retrocedettero nel tentativo di camuffare i loro corpi nella moltitudine degli ammutinati. Nel frattempo, Gaio Lelio raggiunse la posizione di Marcio e si consult con lui sugli ordini dati da Publio. Marcio gli rispose sottovoce senza smettere di guardare il generale. Quest'ultimo continu a camminare alla volta di Albio e Atrio. Gli ufficiali ribelli continuarono a retrocedere, ma non raggiunsero il grosso delle loro truppe ammutinate perch queste, a loro volta, stavano ripiegando da tutti i punti della piazza, ammucchiandosi al centro del Foro in modo disordinato, cedendo cos terreno alle legioni che stringevano via via un cerchio sempre pi stretto intorno agli uomini in rivolta.
Dove vai, Gaio Albio? disse il generale, mentre sguainava la spada e tracciava un arco in cielo girando l'arma a trecentosessanta gradi, lo stesso giro insegnatoli tanto tempo prima dallo zio, la stessa mossa con cui Gneo indicava ai suoi uomini che entrava in combattimento, un giro che, tuttavia, non aveva ancora mai esibito contro un romano.
Albio si ferm. Diede le spalle a Publio perch stava cercando di defilarsi nel mare degli ammutinati che ora, preoccupati di salvare la propria pelle, si dimenticarono di lui e lo lasciarono solo di fronte all'ira del generale. Gaio Albio si gir e, nel vedere Publio Cornelio Scipione che brandiva la spada ad appena cinque passi, sguain la sua arma.
Lelio, Marcio, Silano e Trebellio contemplavano la scena dalla scalinata del palazzo. Lelio lanci una rapida occhiata alle guardie personali del generale. L'ufficiale al comando dei lictores, confuso poich Publio non aveva dato alcuna indicazione, interpret con rapidit l'occhiata di Lelio e ordin ai suoi uomini di accorrere in aiuto del generale, ma non avevano ancora iniziato ad avvicinarsi con le spade gi pronte a difendere l'imperator che il generale stesso alz una mano indicando loro di mantenersi a distanza.
Tranquillo, Albio! La voce di Publio conferm a tutti che quel combattimento era personale. Non ho bisogno della mia guardia personale per fare quello che devo fare! Un rifiuto come te non merita l'attenzione di tanti uomini! Ma perch esiti ancora, Gaio Albio? Ieri sera sembravi assai deciso nelle tue richieste e altrettanto lo sei stato quando hai obbligato i miei ufficiali a mangiare il cibo che vi ho servito. Credi forse, miserabile infame, che abbia contemplato anche solo una volta qualche altra possibilit che non fosse quella di infilzarti con la mia spada? E credi forse che mi interessi di pi sedare una rivolta iberica che un ammutinamento delle mie truppe? Gaio Albio, sei pi stupido che vigliacco. Traditore, corrotto, disertore di Roma. Avvelenarti con il cibo? No, no, questo non soddisferebbe minimamente i miei desideri. Voglio vederti trapassato dalla mia spada, ora e subito, poi andr da ciascuno degli altri capi di questa ribellione. Vi ammazzer con le mie stesse mani, uno a uno! Qui il generale alz il tono della voce perch tutti lo sentissero bene. Voglio che tutti sappiano cosa succede a quelli che si ammutinano sotto il mio comando! Voglio che lo sappiano bene e voglio che i sopravvissuti lo raccontino, sempre che io lasci sopravvivere qualcuno! Vieni, Albio, non retrocedere pi, per Giove e per tutti gli di, questo  il tuo momento di gloria! Se qualcuno mai ti ricorder, sar perch ti sei ribellato contro di me, e ora far s che ti ricordino per la tua morte e per quella di quanti ti hanno seguito!
Gaio Albio mantenne la distanza tra lui e il generale con il braccio teso e la spada per aria, un po' tremante. Publio, al contrario, parl con le braccia rilassate, l'arma vicino al corpo, sereno ma in tensione, come un leone in agguato sul punto di lanciarsi sulla sua preda. Albio guard nervoso intorno a s, ma nessuno si fece avanti per aiutarlo. Atrio si era stretto al resto dei compagni di ribellione e se ne stava lontano, cos come era gi lontano il giorno passato, quando gli avvenimenti erano sembrati evolvere in loro favore. Come era potuto cambiare tutto in cos poco tempo? Le legioni avevano fatto dietrofront e li avevano seguiti? E la ribellione degli Iberi? Davvero non interessava al generale? Chi era quest'uomo che lasciava che gli Iberi si impadronissero del Nord della Hispania per concentrarsi ad attaccare loro? Non aveva senso, non aveva senso, ma ora preoccuparsi di tutto ci non aiutava. Il generale si avvicin e lev la spada contro la sua. Albio la blocc. Lottarono entrambi senza scudi, lui fece un passo indietro, il generale torn all'attacco, questa volta da destra, e Albio par di nuovo il colpo ma un istante dopo Scipione lo stava gi attaccando da sinistra. Era rapido. Albio gir, ma troppo lentamente, per una frazione di secondo. Un taglio secco all'inguine a sinistra fece sgorgare il suo sangue caldo. Gli faceva male muovere il piede sinistro, ma come triarius esperto sapeva che non poteva n doveva guardare la ferita oppure in quell'istante sarebbe arrivato il colpo fatale. Era un traditore, ma sapeva combattere. Quel maledetto generale torn all'attacco. Era cos rapido. Arrivava da tutte le parti. Albio par un colpo da sinistra, poi un altro da destra e si prepar per un altro fendente da sinistra, ma Scipione aveva cambiato strategia e attacc due volte dal fianco destro. Un nuovo taglio, stavolta al braccio destro, priv di forze la sua mano e la spada cadde a terra. Era disarmato. Il generale si avvicin.
Non puoi uccidere un uomo ferito e disarmato! esclam Albio contorcendosi dal dolore, contratto, mentre cercava di retrocedere, ma sapendo che tutto era vano. Chiuse gli occhi. Percep l'odore della pelle sudata del generale quando si avvicin per affondargli la spada nel petto. Albio sent il filo dell'arma che gli sezionava la carne, i muscoli, il cuore. Gaio Albio inspir aria e si strozz. Non sapeva con che cosa, finch inizi a sputare sangue sul corpo del suo giustiziere. Sent come il generale gir la spada dentro di lui, mentre la estrasse piano.
 vero gli disse Publio Cornelio Scipione all'orecchio, non posso uccidere un uomo ferito e disarmato, ma, caro Albio, tu... tu non sei un uomo, sei solo un traditore. Gli uomini, Albio, onorano i loro giuramenti.
Lui vide la spada uscire dal suo corpo e con essa le sue ultime forze. Un fiotto di sangue e la vita, la luce, la piazza, il grido degli ammutinati, le voci degli ufficiali del generale, l'odore di quell'uomo, tutto svan e lui croll per terra, come aveva visto anni prima cadere i pirati dell'Illiria che, vinti e catturati, venivano gettati dall'alto della Rupe Tarpea nel cuore stesso di Roma.
Publio Cornelio Scipione gir sui suoi sandali. Un giro veloce, con la spada sguainata, che schizzava sangue fresco tutt'intorno. Alcuni passi pi in l trov ci che cercava. Gaio Atrio, pallido in viso, la fronte sudata, che indietreggiava verso i suoi uomini. Il generale lo indic con un dito. Al gesto di Scipione la folla degli ammutinati sembr restringersi, lasciando Gaio Atrio solo in uno spazio senza uomini. Atrio comprese ci che stava per succedere. Pens con rapidit. Sguain la spada.
Uno scudo! grid, rivolto a coloro che solo pochi minuti prima si dicevano suoi uomini, ma nessuno gli lanci l'arma difensiva sollecitata. Nemmeno il generale aveva uno scudo. Era un combattimento alla pari. Per Lelio, Marcio, Silano e Trebellio, i lictores e il resto dei legionari fedeli, era gi molto pi di quanto si meritasse quel traditore.
Atrio non retrocedette n reclam pi uno scudo. Con il dorso della mano libera si asciug le gocce di sudore che gli scendevano dalla fronte attraversata da rughe profonde. Avanz verso il palazzo.
Publio cap quel movimento. Il suo avversario voleva evitare di combattere contro sole. Il generale sent il dispiacere scalfirgli il cuore. Erano buoni guerrieri quelli e, ci nonostante, doveva ucciderli tutti. Tutti. Uno per uno. Sterminarli per sradicare la ribellione, l'indisciplina. Non c'era altra soluzione. Mosse alcuni passi verso Atrio. L'ufficiale ribelle teneva la spada alta. In guardia. Era un avversario pi cauto di Albio, pi sagace, pi attento. Il generale controll la respirazione e si lanci all'attacco. Fu un'avanzata folgorante. Due colpi secchi che Atrio par con la spada, un nuovo giro, stavolta completo, per attaccare dal lato contrario, e di nuovo Atrio lo blocc. Il generale inspir, retrocesse e lasci dello spazio tra lui e il suo rivale. Atrio avanz piano, ma era chiaro che esitava su come attaccare. Publio decise di semplificargli la decisione. Rapido, si scagli sull'ufficiale ribelle e, proprio come aveva fatto prima, con la sua spada colp la spada di Atrio. Questi mantenne teso il braccio con l'arma aspettandosi un secondo colpo che per non arriv dall'alto, perch il generale, un ginocchio a terra, lo infilz alla coscia proprio dove terminava il gambale. Atrio gemette nel sentire il filo dell'arma che penetrava nella pelle. Barcoll, ma tenne la spada salda e il braccio fermo per proteggersi da un nuovo affondo. Tuttavia per un breve secondo chiuse gli occhi per sopportare il dolore della ferita aperta e quando li riapr sent la fredda lama del generale sulla pelle del collo come una strana carezza. Atrio vide Publio che si allontanava, dandogli le spalle, quasi stesse gi cercando un altro uomo da affrontare, e non capiva perch. Si alz e pens di lanciargli la spada contro la schiena. Cos poteva ferirlo e poi avvicinarsi rapido e finirlo, prima che i lictores si muovessero per difenderlo. S. Doveva fare cos. Poi ci sarebbe stata una battaglia campale. La spada era molto pesante. Strano. Si sentiva male. Non vedeva bene. Prov a parlare. Sput sangue. La spada. La sent cadere per terra. Il generale si allontanava senza guardarlo. Si port le mani alla gola. Il sangue sgorgava a pi non posso, senza freni, in ogni direzione. Cadde bocconi. Qualche tremito scosse il suo corpo, che poi rimase quieto, inerte, immobile.
Il generale camminava in cerca degli altri capi della rivolta da uccidere. Aveva bisogno di sangue. A uno a uno. Tutti.
Lelio, da lontano, pens di intervenire, ma Publio si era mostrato preciso e molto insistente nelle istruzioni. Non voleva che nessun'altro intervenisse. Quanti uomini avrebbe dovuto ammazzare ancora, prima che la recente malattia, da cui si era appena rimesso, gli facesse tornare la ragione? Lelio scosse la testa. Al suo fianco Marcio, Silano e Trebellio condividevano in silenzio lo stesso turbamento.
Scipione pugnal alla schiena con la spada un ufficiale ribelle che fuggiva. Erano bestie. Non importava come venivano uccisi. Importava soltanto eliminarli tutti. Ma era una cosa troppo lenta, noiosa. Aveva sangue sull'elsa dell'arma, tra le dita, sulle mani, sulle braccia, sulla corazza, sulla fronte, sulle tempie, sulle gambe. Sangue dei traditori di Roma, dei traditori della sua persona.
Per tutti gli di! grid Publio Cornelio Scipione con tutte le forze rimastegli in corpo dopo aver ucciso gi tre uomini. Prendete tutti i capi! Catturateli tutti!
Il generale si ferm. Intorno a lui decine di legionari fedeli si lanciarono sui trenta ufficiali ribelli, sopravvissuti alle singole esecuzioni. Alcuni cercavano di nascondersi nella grande massa di soldati ammutinati, per costoro, con un risentimento sempre crescente, spingevano via quelli che prima avevano scelto come loro ufficiali e li restituivano ai legionari del generale.
Publio Cornelio Scipione cammin piano verso la scalinata del palazzo. Sal varie rampe e si ferm al centro, girato verso gli ammutinati. Nelle prime file c'era un turbinio di uomini che combattevano. Alcuni alla caccia dei capi della rivolta, che tentavano vanamente di svignarsela nell'immenso groviglio dei ribelli che indietreggiavano sempre di pi.
Miserabili di Sucro! La voce di Publio Cornelio Scipione sorprese tutti. Era terribile, implacabile e vibrava in modo tremendo a ogni parola. Tutti lo ascoltavano, ammutinati e fedeli, legionari e centurioni. Siete miserabili! E pure stupidi! Per tutti gli di, avete dimenticato ci che accadde alla legione ribelle di Rhegium? Non lo ricordate? Qui Scipione si ferm per lasciare che la memoria dei ribelli risvegliasse in loro il terrore. S. Lo vedo dai vostri occhi. Molti di voi iniziano a ricordare. Si sollevarono in armi sotto il comando del tribuno Decimo Vibelio e si ribellarono per dieci anni senza riconoscere l'autorit della loro patria, di Roma, alla quale, come lui, dovevano obbedienza assoluta per nascita e per giuramento. Almeno quegli uomini non negoziarono con i nemici di Roma, non scesero a patti con Pirro, n con i Sanniti n con i nostri nemici della Lucania. Si trincerarono in quella citt e pretesero di vivere l per sempre. Un desiderio assurdo. Dove sono ora tutti loro, dove, vi chiedo? Una breve pausa e, subito, la cruda verit: Sono morti, tutti morti, catturati, giudicati e giustiziati a uno a uno nel Foro di Roma, la citt che osarono tradire! Nessuno tradisce Roma e vive per raccontarlo! E ora io vi domando, traditori, non  pi terribile ancora il vostro crimine, dal momento che voi non solo vi siete ribellati contro l'autorit romana, ma avete anche negoziato e stretto patti con Indibil e Mandonio, i nostri nemici in terra nemica? O credete che non sappia delle negoziazioni di Albio e Atrio con loro? Vedo che alcuni mi guardano stupiti. Forse che Albio e Atrio non condividevano con voi la gravit del loro tradimento nei confronti di Roma? Ma non m'importa che lo sapeste o no. Non m'importa niente tranne punire la ribellione con la morte, poich che altra sentenza sarebbe giusta di fronte a tali crimini? Oh di, ditemi che cosa devo fare! Cosa devo fare?.
Publio sollev le braccia, con la spada sguainata puntata contro il cielo. Il sangue dei capi infilzati dall'arma gli scorreva sulla pelle, come se si fosse bagnato nel sangue sacrificale. Per i legionari fedeli quello era un uomo unto dagli di. Per gli ammutinati il peggiore dei loro incubi.
Dopo pochi istanti due schiavi, su ordine di Lelio, gli portarono una piccola sella, un bacile con acqua e un asciugamano. Il generale accett la sella e si sedette, lasciando cadere il peso del suo corpo sfinito, ma rifiut di usare l'acqua e l'asciugamano. Lelio e Marcio si avvicinarono. Fu Lelio a informarlo.
Tutti i capi della ribellione sono nelle nostre mani. Cosa facciamo?
Quanti... Quanti sono?
Lelio guard Marcio e Silano. Marcio chiese a Trebellio, che era appena arrivato, sudato per aver catturato personalmente pi d'uno degli ufficiali ribelli. Il primus pilus diede una cifra.
Trenta, mio generale. Trenta miserabili.
Fateli uccidere tutti sentenzi Publio senza esitare un istante. Crocifiggeteli. Trebellio stava gi partendo per riferire gli ordini ricevuti, quando il generale continu: Ma crocifiggeteli per terra, con i chiodi. Voglio sentire come spezzate le loro ossa nell'inchiodarli alla terra e voglio che soffrano.
Il centurione annu e raggiunse in fretta il luogo dove i legionari tenevano i condannati.
Lelio osservava il giovane generale. Respirava in modo affannoso. Non era guarito del tutto. Combattere contro quei ribelli non era stata una buona idea, o forse s. Gli ammutinati erano terrorizzati e non appena fosse iniziato il supplizio dei capi lo sarebbero stati ancora di pi. E a ragione. Sembrava che al generale non fosse rimasto che odio e rancore per ciascuno di loro. Rancore meritato, ma Lelio era nervoso. Non aveva mai visto tanta violenza riflessa nell'espressione di Publio. In passato sarebbe intervenuto. Era meglio sottomettere le truppe ribelli e poi, con pi tranquillit, decidere cosa fare. Contrariamente alle sue abitudini, Publio invece sembrava agire seguendo l'impulso.
Gli ululati dei primi crocifissi irruppero nella sua mente. Lelio si gir verso gli ammutinati. A venti passi da dove si trovavano, stavano inchiodando vari ribelli alla terra. Scalciavano, da codardi quali erano. Alcuni pregavano insultando o maledicendo gli di.
Che facciamo con gli altri? chiese Marcio guardando il generale. Sono pi di ottomila uomini.
Pi di ottomila. S. Sono molti. Publio rispondeva cos, lo sguardo fisso per terra.
Marcio esit prima di domandare di nuovo, ma alla fine si decise.
Tutti? Li uccidiamo tutti?
Il silenzio nel conclave dell'alto comando romano era accompagnato dalle urla dei crocifissi. Trebellio torn per metterli al corrente.
Sono stati tutti crocifissi. Il sole e la fame faranno il resto. Agonizzeranno per giorni. Sembrava soddisfatto.
Che vengano decapitati rispose Publio, con gli occhi ancora bassi. Ho bisogno di silenzio... Per pensare.
Decapitarli? Trebellio pareva contrariato.
Lelio intervenne con prontezza.
Tutti decapitati, s, Quinto! Il generale non vuole sentire altri ululati! Oggi per quei cani  un giorno fortunato!
Trebellio si port il pugno chiuso al petto e part per eseguire gli ordini. Port con s due dei lictores armati di asce. Le due guardie del generale, trasformate in carnefici, passarono di crocifisso in crocifisso facendo cadere le loro pesanti asce sui colli nudi di quegli infelici. Per trenta volte si sent lo scricchiolio inequivocabile di un collo mozzato dal potente filo delle asce. Il silenzio si propag nel Foro ormai domato, mentre il sangue dei decapitati irrigava la terra di Carthago Nova.
Ottomila uomini e molti buoni guerrieri, non tutti, ma molti avrebbero potuto aiutarci. Publio parlava da solo, senza ascoltare nessuno. Abbiamo bisogno di questi uomini per attaccare Indibil e i suoi, eppure dobbiamo ucciderli.
Silano azzard una possibile soluzione.
Potremmo punirli con la decimazione.
Publio alz lo sguardo.
Decimarli? Poi guard Lelio. Tu hai pi esperienza. Cosa ne pensi dell'idea di Silano?
Lelio fu sorpreso. Era la prima volta, da Baecula, che Publio chiedeva il suo parere. Forse la malattia aveva in parte cancellato la distanza che negli ultimi anni li aveva separati.
Decimarli.  una buona idea concluse.
Suppongo di s convenne Publio. Abbiamo bisogno di uomini. Persino questi miserabili possono risultare utili per soffocare la ribellione di Indibil e Mandonio. Man mano che parlava, sembrava convincersi dell'idea. Decimateli, e quelli che sopravvivono verranno schierati in prima linea. Cos quelli che saranno abbastanza valorosi, potranno redimersi dal proprio crimine... Almeno in parte.
Lelio, Silano e Marcio assentirono.
Sono sfinito disse ancora Publio e si alz piano. Fatemi portare acqua nel palazzo. Vado a riposare. Terminate le esecuzioni il prima possibile. Domani partiremo all'alba, diretti a nord, verso Tarraco, e l decideremo cosa fare con gli Iberi. Abbiamo aspettato anche troppo.
Il generale sal pesantemente le scale, affiancato dai lictores della sua guardia personale.
Lelio, Marcio e Silano si guardarono.
Credo spetti a te parlare agli uomini disse Marcio a Lelio.
D'accordo. Lelio si mise diritto, si schiar la gola e sput sui gradini, e da l pronunci la sentenza che non avrebbe mai pensato di pronunciare, una sentenza con la quale condannava ottocento uomini, uno per ogni dieci ribelli, a morire giustiziati nelle ore successive. Traditori di Sucro, il generale Publio Cornelio Scipione, a dimostrazione di una magnanimit fuori del comune, ha deciso che il vostro distaccamento sar decimato! Lelio osserv come molti ribelli tiravano un sospiro di sollievo e come altri, pi cauti, trattenevano il respiro perch ancora non era stato specificato chi avrebbero giustiziato e chi no. Per questo vi metterete subito in formazione secondo il vostro manipolo! Una volta schierati, vi conteremo e uno ogni dieci, a partire dal punto in cui inizieremo a contare, verr giustiziato senza piet. Se qualcuno cercher di cambiare posizione una volta che inizieremo la conta, sar giustiziato anche lui. Gli altri, coloro che sopravvivranno anche senza meritarlo, mi seguiranno per integrarsi nelle forze in partenza domani verso nord, dove affronteremo gli Iberi. E ringraziate gli di per la vostra sorte!
Dalla sua stanza Publio sentiva le urla degli uomini che la Fortuna aveva abbandonato durante il sorteggio mortale, i soldati che dovevano essere giustiziati; erano grida di terrore che si mischiavano alle suppliche infruttuose di altri. Cos, lento e doloroso, pass il resto del mattino, del mezzogiorno e del pomeriggio. Il sole della sera accarezz la terra con i suoi ultimi raggi accompagnando le ultime esecuzioni di quella giornata sanguinosa. In quelle ore Publio non ricevette nessuno. Rimase chiuso nelle sue stanze. Si sedette prima su un solium, lo stesso usato da Netikerty quando lo aveva vegliato durante la sua lunga malattia, poi su un triclinio e infine sul letto. L si accovacci come un bambino, abbracciandosi le ginocchia con le mani e, senza che nessuno lo vedesse, pianse a singhiozzi silenziosi ma convulsi. Era stordito e stanco. Quella punizione esemplare era stata necessaria, si diceva, ma il gemito di ottocento gole romane tagliate martellava dentro il suo essere come se fosse rinchiuso nella fucina di Vulcano. Cos, agitato com'era e in preda ai rimorsi e ai dubbi, la sua mente si addentr in un tortuoso sogno che lo fece agitare da un lato all'altro del letto per varie ore, finch all'alba, in qualche modo, la sua anima trov una certa calma, una debole pace che il suo corpo accolse con avidit.
Publio Cornelio Scipione non sub mai pi un ammutinamento.

41. INDIBIL E MANDONIO.
Vicino all'Ebro, a est dell'Hispania, autunno del 206 a.C.

Pochi giorni dopo aver sedato l'ammutinamento della guarnigione di Sucro, Publio riun le legioni sull'istmo di Carthago Nova e arring i legionari con grande veemenza.
Legionari di Roma! Avete conquistato questa citt inespugnabile, avete sconfitto Asdrubale Barca a Baecula e Giscone e Magone a Ilipa! Sotto il potere delle vostre armi sono cadute le ultime citt iberiche che appoggiavano i nostri nemici! Dovremmo poter dire che l'Hispania  nostra, ma non  cos! Per Giove Ottimo Massimo, non  cos! Siamo stati clementi con gli Iberi! E cosa  successo? Ve lo dir io. La maggioranza delle trib di questo vasto territorio ci ha giurato fedelt, ma fra tutte le loro innumerevoli trib, gli Iberi capeggiati da Indibil e Mandonio si sono ribellati di nuovo contro di noi! E sapete perch? Qui si ferm per guardare le truppe dal podio di legno da cui parlava loro. Ve lo dir io! Perch mi credevano morto! E allora io vi domando, ve lo domando forte e chiaro: sono morto, vi sembro un generale morto?
I soldati replicarono a migliaia: No, no, no!.
No, non sono morto, ma sarebbe lo stesso perch ci che importa  che non siate morti voi. Siete voi quelli che ora governano questo Paese! L'Hispania  vostra e quelli che si ribellano devono perire sotto le vostre armi, perch voi siete Roma e Roma governa in Hispania. E coloro che non lo capiscono o si rifiutano di accettare questa situazione meritano solo di morire! Morire! Morire!
Le legioni replicarono con veemenza.
Morte, morte, morte!
Intanto il loro generale, con le mani alzate verso il cielo, ordinava che si sacrificassero dodici buoi agli di affinch benedicessero la nuova campagna.
Publio Cornelio Scipione, completamente ristabilito dalla malattia, si mise cos a capo delle sue quattro legioni e da Carthago Nova risal fino a raggiungere l'Ebro in pochi giorni di tremende marce forzate. In tal modo, molto prima di quanto potessero attendersi i capi iberici in rivolta, il generale romano mosse contro di loro. Publio non si ferm davanti a niente, anzi ordin che una volta attraversato l'Ebro le sue truppe distruggessero tutto, fattorie, piccoli insediamenti, piantagioni o campi, tutto. Avanzavano bruciando, distruggendo e confiscando il bestiame e il grano. Indibil e Mandonio non ebbero molto tempo per pensare a una strategia. Avevano pensato che il generale romano, sempre tanto attento a negoziare con loro, avrebbe fatto lo stesso anche stavolta e, quando videro che le legioni radevano al suolo tutto al loro passaggio, non seppero bene come reagire, se non affrontarle il prima possibile per cercare di fermare tutta quella distruzione.
Il primo scontro fu bestiale. La fanteria leggera delle legioni non si ferm quando Indibil e Mandonio si piantarono davanti a loro con il proprio esercito, anzi li attaccarono ripetendo l'assalto di Baecula. Gli Iberi combatterono fieramente, al punto che i velites subirono un incalcolabile numero di perdite, finch la cavalleria romana, comandata da un Lelio infervorato nel vedersi di nuovo al centro di un attacco delle legioni, intervenne facendo retrocedere il nemico. La notte sorprese tutti e il combattimento si ferm. Tuttavia all'alba gli Iberi non avevano perso la loro voglia di combattere contro le legioni e schierarono un'altra volta tutto l'esercito davanti alle truppe romane, ma quando Publio vide che nella loro incapacit come generali Indibil e Mandonio avevano mischiato cavalleria e fanteria, comprese che era solo questione di ore. Il generale romano ordin che le quattro legioni avanzassero frontalmente contro fanteria e cavalleria iberiche. Lo scontro fu alla pari per qualche ora, finch ancora una volta la cavalleria romana di Lelio spunt dalla retroguardia iberica, dopo aver circondato le posizioni ispaniche. Gli Iberi, che dovevano combattere su due fronti allo stesso tempo, iniziarono a perdere terreno e il combattimento termin con uno dei maggiori massacri che Publio Cornelio Scipione avesse mai comandato in quell'interminabile guerra.
Al crepuscolo Indibil e Mandonio stavano davanti al praetorium dell'accampamento provvisorio che Scipione aveva fatto alzare vicino all'Ebro. Il generale ricevette i suoi nuovi prigionieri seduto. Parl loro con disprezzo.
In ginocchio disse in tono sereno, ma dal momento che gli orgogliosi Iberi non volevano umiliarsi, il generale si alz e url il suo ordine con una furia brutale. In ginocchio, ho detto in ginocchio!
Senza che i legionari che sorvegliavano gli Iberi dovessero intervenire, Indibil e Mandonio, ormai certi della loro morte imminente, senza sapere bene perch si inginocchiarono, forse nella vana speranza che quel gesto potesse ancora contribuire a salvare le loro vite.
Publio Cornelio Scipione si alz dalla sua sella e si avvicin ai due capi iberici che avevano le facce quasi sprofondate nella terra d'Hispania. Parl loro senza rancore, piuttosto con amarezza.
Vi ho trattati bene, vi ho regalato persino trecento cavalli, ho rispettato le vostre terre e voi che cosa fate? Che cosa fate? Per tutti gli di, vi siete sollevati contro di me, vi siete ribellati contro la mia generosit e ora, tuttavia, ora che ho raso al suolo i vostri campi e annientato il vostro esercito, vi inginocchiate davanti a me.  questa l'unica cosa che capite? Mi avete avuto come amico e ora mi avete come nemico. Ditemi, voi due, ditemelo forte e chiaro, ora che mi avete conosciuto sia come amico sia come nemico, come mi preferite, Iberi?
Indibil e Mandonio, confusi, si scambiarono un'occhiata. Fu Indibil che os rispondere.
Come amico, imperator, come amico.
Come amico ripet Publio annuendo in modo esagerato. E lo capite solo adesso. Ma, dico io, non credete che sia un po' tardi per rendervene conto? Non credete? E tacque per osservare il sudore freddo che scendeva a gocce pesanti dalle fronti dei due capi iberici. Dovrei ammazzarvi qui e ora. Dovrei crocifiggervi e lasciarvi morire lentamente d'inedia. Non mi dispiacerebbe e so che non dispiacerebbe ai miei uomini. Tacque di nuovo, vide come Indibil e Mandonio guardarono il suolo della loro patria, inginocchiati davanti a lui, ingoiando saliva e paura. Ma non lo far. Vi perdoner e vi offrir una seconda opportunit, se mi giurate qui e adesso lealt assoluta per sempre. Giuratelo! Giuratemi lealt e sarete liberi!
Lo giuro, imperator disse subito Indibil.
Lo giuro, imperator, lo giuro sui miei di aggiunse Mandonio.
Publio si volt verso il praetorium e parl ai lictores della sua scorta, dando la schiena ai capi iberici inginocchiati al suo cospetto.
Liberate questi uomini e toglietemeli dalla vista. Poi, guardando Lelio, Marcio, Silano, Trebellio e il resto dei tribuni e dei centurioni: Andiamocene da qui.  ora di tornare a Roma.
Due notti pi tardi Publio giaceva nel letto della sua domus a Tarraco. Non riusciva a conciliare il sonno. Al suo fianco sentiva il respiro dolce e ritmico della moglie. Pensava che stesse dormendo. Si rallegr che almeno uno dei due potesse dormire tranquillamente.
Stai bene? gli chiese Emilia in un dolce sussurro.
Pensavo che dormissi rispose, girandosi su un fianco per vederla mentre le parlava.
Cosa ti preoccupa?
Credo di dovermi presentare come console alle prossime elezioni, quest'anno.
Il popolo ti appogger rispose Emilia, per nulla sorpresa dall'idea del marito anche se avrai mezzo Senato contro, con Fabio Massimo in prima fila.
Lo so, ma devo tentare.
Ci riuscirai. Dopo le tue vittorie in Hispania non potranno rifiutare. Nemmeno Fabio Massimo potr opporsi, ma...
Ma...?
Fabio far tutto il possibile perch non ti diano il permesso per invadere l'Africa con un esercito consolare.
Publio tacque. La moglie aveva ragione. A ogni buon conto doveva tentare. Forse avrebbe potuto persuadere il Senato, una volta investito della carica di console, se gli avessero lasciato esporre le sue ragioni di fronte a tutti i senatori in una seduta plenaria alla Curia. Si poteva fare.
I bambini e io ti seguiremo sempre, ovunque tu vada. Questo devi saperlo aggiunse Emilia per cercare di incoraggiarlo.
Publio sorrise. La lealt irremovibile di sua moglie, dopo battaglie, assedi, ammutinamenti e ribellioni, era come una baia sicura dove rifugiarsi in mezzo alla tempesta infinita nella quale si era trasformata la sua vita.

42. IL TEMPIO DI BELLONA.
Roma, inverno del 206 a.C.

Publio sal la piccola scalinata che dava accesso al tempio di Bellona, la dea della guerra. Pass tra le colonne e si ferm in piedi davanti all'altare della vecchia divinit romana. L, in pieno Campo Marzio, fuori dal recinto delle mura serviane, quasi un secolo prima Appio Claudio Cieco aveva fatto costruire quel tempio. Nel silenzio che regnava all'interno, Publio si raccolse nei suoi pensieri. Cercava tranquillit e calma per dibattere con Fabio Massimo, che ben presto sarebbe arrivato e avrebbe presieduto la commissione del Senato che doveva riceverli. Fuori attendevano i suoi ufficiali pi fedeli, tra gli altri Gaio Lelio, Lucio Marcio Settimio, Sesto Digizio, Mario Giuvenzio Tala, Silano e il sempre intempestivo Trebellio. Tutti desideravano che venisse loro concesso l'onore di celebrare un trionfo per le strade di Roma. Avevano lottato duramente, con enorme tenacia e contro avversit davanti alle quali la maggior parte degli uomini avrebbe rischiato di soccombere, mentre quei soldati, le loro legioni, tutti al suo comando, avevano invertito il corso degli avvenimenti e della guerra in Hispania. Erano arrivati in una regione sotto il controllo dei Cartaginesi e avevano lasciato un territorio governato dalle leggi di Roma. Meritavano un trionfo. Lo meritavano, ma Fabio Massimo si sarebbe opposto. Fino a che punto, con quanto accanimento? Era quello che Publio non sapeva. Era possibile negoziare con il resto dei senatori o tutti avrebbero seguito il vecchio princeps senatus come agnellini spaventati? Secondo le informazioni di suo fratello Lucio, si sarebbero seguiti i consigli di Fabio. Tale era il suo controllo e il suo potere a Roma.
Publio abbozz un sorriso laconico. Peccato che contro il vecchio Fabio non potesse usare le armi. Pensieri funesti. Ispirati senza dubbio dalla dea della guerra nel cui tempio si trovava. Forse quello non era il posto migliore per recuperare l'autocontrollo di cui aveva bisogno per una nuova discussione con Fabio Massimo. Era stanco di quell'uomo. Tutto iniziava con lui e tutto terminava con lui. Quando Publio era ancora un bambino, quell'uomo era gi console. Ora aveva conquistato tutta l'Hispania e quell'uomo continuava a controllare Roma. Era lo stesso uomo che aveva rifiutato i rinforzi richiesti da suo padre e da suo zio, dopo di che il padre e lo zio erano morti perch costretti a cercare gli uomini che mancavano loro nelle alleanze sempre incerte con gli Iberi. In seguito era stato Massimo a opporsi che gli venisse concesso il comando sulle legioni di Hispania e quando Publio, nonostante tutto, l'aveva ottenuto ricorrendo al popolo, passando sopra il Senato, era stato di nuovo l'anziano senatore a tramare impedendogli di andare in Hispania con il rango di magistrato proconsolare: su istanza di Massimo, Publio era stato messo al comando delle legioni cum imperio, per evitare di dover affrontare il popolo che lo spalleggiava, ma privandolo della nobilt della carica di proconsole. E quello sarebbe stato il punto su cui Quinto Fabio Massimo avrebbe insistito e Publio, con sommo dispiacere, non per s ma perch sarebbe stata frustrata la giusta aspirazione a una ricompensa di ufficiali e legionari, non intravedeva una possibile difesa. Non c'era. Bisognava ignorare la legge, il che implicava scavalcare Massimo e ci, nel cuore di Roma, era semplicemente impossibile.
Publio usc dal tempio pi sereno di quando era entrato. Dal portico del santuario osserv i suoi ufficiali sparsi tra le colonne dello spazio che si estendeva per una decina di passi dal tempio di Bellona. Quella piccola piazza, coperta a una delle sue estremit e scoperta all'altra, circondata da colonne antiche ma salde, era uno dei senacula eretti a Roma. Si trattava di spazi utilizzati a mo' di sala d'attesa per invitati importanti. Ce n'era uno anche accanto all'edificio della Curia, che gli stessi senatori usavano come anticamera e dove spesso si riunivano in piccoli gruppi prima e dopo le sedute, e ce n'era un altro accanto alla Porta Capena, a sud-est della citt. Il terzo era l dove si trovavano Lelio, Marcio e Trebellio con il resto degli ufficiali, aspettandolo e in attesa, a loro volta, della comitiva di senatori che doveva riceverli dopo quella serie cos gloriosa di campagne militari in Hispania. Publio vide che Lelio indicava qualcosa a Marcio in direzione sud, il generale spost gli occhi all'orizzonte e intravide la comitiva di senatori che si stagliava contro le pareti del tempio di Apollo. Erano a duecento passi di distanza. I senatori camminavano in fretta. Tutti al seguito dell'anziano ma onnipotente Quinto Fabio Massimo.
I senatori si erano dati appuntamento davanti all'edificio della Curia Hostilia. Quinto Fabio Massimo diede gli ordini in modo conciso.
Bene, per tutti gli di, andiamo a ricevere questi ufficiali di Roma.
Nell'usare il plurale con questi ufficiali stemperava il protagonismo di Scipione. In citt, ci nonostante, non si parlava d'altro: l'arrivo di Publio Cornelio Scipione, vittorioso dopo aver sconfitto in ripetute occasioni i Cartaginesi in Hispania. Fabio lo sapeva ed evitava attentamente di nominarlo.
Era un gruppo di quindici senatori, per la maggior parte inclini alle idee pi conservatrici. Fabio si era gi preoccupato di fare una selezione adeguata. Sapeva che il giovane Scipione insisteva per ottenere un trionfo e, se c'era qualcosa che Fabio Massimo aveva chiaro, era che quel giovane generale avrebbe ottenuto un trionfo a Roma solo passando sopra il suo cadavere.
Tutti i senatori seguivano l'anziano ma ancora energico princeps senatus, scortati da una ventina di legionari armati assegnati dalle legiones urbanae e da un pugno di schiavi con acqua, vino, bacili per la toeletta personale e un po' di cibo. Attraversarono la spianata del Comitium in direzione sud-ovest e salirono il pendio che dava sul Volcanal. Fabio si ferm davanti ai due grandi alberi che, come vedette del tempio, presidiavano quell'ampio spazio dedicato al dio Vulcano. Si trattava di un gigantesco, allungato e altissimo cipresso che culminava in una chioma cullata dal vento, e al suo fianco stava il vecchissimo lotus piantato da Romolo in persona, se la tradizione diceva il vero. Fabio, tuttavia, ammirava di pi la stilizzata e imponente figura dell'enorme cipresso. Quell'albero rimaneva l ad assistere al passare degli anni, dei secoli, delle guerre, degli uomini, di Roma stessa, mentre la citt cresceva in gloria e potere, anche nei giorni in cui la citt combatteva per sopravvivere ad Annibale. Fabio si ferm e indic il grande cipresso.
Roma crescer insieme a quest'albero e un giorno, quando si sentir padrona del mondo e creder che ormai nulla le possa accadere, l'albero soffrir e con lui tutta la citt. Lo presento. Lo vedo nel suo modo di ondeggiare al vento, lo sento nella profondit delle sue radici e lo leggo nel volo degli uccelli. E indic uno stormo di oche che solcava il cielo. Poi per qualche istante il vecchio senatore chiuse gli occhi. Sembrava come trasportato in un altro mondo, in un altro tempo. Per finire riprese a camminare.
Era un vaticinio. Tutti lo guardarono con rispetto. Massimo era un ugure a vita e le sue opinioni su tutto ci che riguardava il futuro, anche se si trattava di un futuro lontano, erano profondamente rispettate. Nessuno sapeva che quel cipresso avrebbe vissuto ancora due secoli e mezzo. Lo guardarono, a uno a uno, tutti i senatori che gli passavano accanto, calcolando l'altezza di quell'essere vivo conficcato nel centro stesso di Roma. Un albero che avrebbe visto gli sviluppi della guerra contro Annibale, la conquista di Grecia, Egitto, Asia Minore, dell'Egeo, dell'Africa, della stessa Gallia, dei Balcani. Un cipresso che avrebbe assistito impassibile alle guerre sociali, allo scontro tra Mario e Silla, alla lotta contro Spartaco e il suo esercito di schiavi ribelli; un cipresso cullato dal vento, quando Giulio Cesare avrebbe passeggiato per il Foro, un albero sotto il quale Cicerone avrebbe ripassato le sue arringhe contro Catilina, una sentinella testimone delle cruente guerre civili e della fine della Repubblica, che avrebbe goduto della pace di Augusto, quando l'imperatore avrebbe chiuso le porte del tempio di Giano, e che avrebbe presenziato all'avvento di Tiberio, del suo impetuoso regno, al quale sarebbero succeduti gli abusi e le follie di un perverso Caligola. Un cipresso che avrebbe visto l'imperatore Claudio partire alla conquista della Bretagna e che, finalmente, un giorno sarebbe caduto, consumato dalle terribili fiamme di un incendio che avrebbe raso al suolo il cuore di Roma, sotto il regno dell'imperatore Nerone. Del lotus il vecchio senatore non disse niente, anche se quell'albero sarebbe sopravvissuto al nefasto incendio e sarebbe durato ben oltre i tempi di Traiano. Ma di tutto ci nulla sapevano quei senatori, preoccupati pi dell'immediato presente che dei vaticini dell'intuitivo ugure che li guidava verso un futuro ignoto. Avevano questioni pi urgenti di cui occuparsi.
Presero per Vicus Iugarius, lasciandosi alla destra il tempio di Giove Capitolino sull'alto della collina che non era mai stata conquistata dai nemici della citt, nemmeno nei tempi pi remoti. Raggiunsero la Porta Carmentale e oltrepassarono le mura serviane. L si un a loro un manipolo completo di soldati che li scort nel loro cammino verso il tempio di Apollo e mentre attraversavano il Campo Marzio diretti al senaculum innalzato ai piedi del tempio di Bellona.
Fabio risal piano il pendio su cui era stato costruito il senaculum e si ferm davanti al giovane generale Scipione che lo aspettava circondato dai suoi fedeli ufficiali.
Salve, Publio Cornelio Scipione! disse con voce piena Fabio Massimo. Roma ti saluta, saluta te e i tuoi ufficiali, e vi  grata per i vostri leali servigi allo Stato.
Il princeps senatus fece poi vagare il suo sguardo per sondare i cuori degli ufficiali pi prossimi al generale: Trebellio, un uomo vigoroso, senza dubbio un buon centurione nelle mani giuste; Marcio, un astuto tribuno, buon soldato, leale per dovere; Sesto Digizio, esperto di mare, disciplinato; Silano, un tribuno tranquillo, silenzioso, introverso; Mario Giuvenzio Tala, un altro centurione, attento, con lo sguardo del viaggiatore; e Gaio Lelio, valoroso oltre ogni limite e fedele per convinzione ben oltre la ragione, un pazzo che, se gli offrivi una carica di magistratura, ti rispondeva offrendo soldi per una schiava maldestra. Fabio non dimenticava quell'incontro. Su quest'ultimo il suo sguardo si ferm qualche secondo di pi, finch Lelio cedette e abbass gli occhi.
Venne allora il momento di guardare il giovane Scipione. Fabio vide confermati i suoi peggiori auspici. Ambizione e arroganza senza limiti e qualcosa... qualcosa di peculiare: una fiducia in s fuori del comune, ben oltre qualsiasi logica, forse qualcuno che si credeva unto dagli di? Non gli era chiaro. Allora il senatore comprese cosa lo innervosiva tanto di quel giovane: aveva ereditato la stessa destrezza del padre, l'abilit di evitare che chi gli stava di fronte indovinasse i suoi pensieri. E ci in Fabio, abituato a menti pi deboli, provocava un'ira profonda.
Dovrete essere sfiniti continu con la voce pi suadente e conciliante possibile. Vi facciamo portare un po' di vino e di cibo, un pasto frugale, frutta e carne di volatili, e acqua per lavarvi. Trovo sempre che la polvere delle strade sia fastidiosa...
Grazie della preoccupazione per la nostra comodit e per il nostro benessere, Quinto Fabio Massimo, princeps senatus di Roma, lo interruppe Publio ma ci sar tempo per lavarci e per mangiare pi tardi. Ora si tratta di sapere se ci concedi ci che con il nostro sforzo ci siamo guadagnati sul campo di battaglia.
Gi rispose secco Fabio. Non gli piaceva essere interrotto, lo sapevano tutti, persino Scipione. E cos' che vi siete tanto guadagnati, si pu sapere?
Un trionfo.
Un trionfo? sbott Fabio alzando le braccia e rivolgendosi alla comitiva di senatori. Ve l'avevo detto che sarebbe venuto con queste pretese. Poi, guardando di nuovo Scipione, aggiunse: Un trionfo? Per Castore, Polluce e tutti gli di, un trionfo non  possibile, mio caro ufficiale.
Publio non arretr di un solo passo e fece l'elenco dei suoi meriti, i meriti di tutti coloro che lo circondavano.
Siamo andati in Hispania con due legioni soltanto e con quelle, cui si sono poi aggiunte le legioni portate da mio fratello Lucio, abbiamo conquistato prima Carthago Nova e in seguito tutte le citt che si sono opposte alla legge di Roma. E abbiamo debellato tre eserciti cartaginesi, uno dopo l'altro, poich non potevamo lottare contro tutti e tre allo stesso tempo, non avendo ottenuto altri rinforzi e mezzi. Fiss Massimo dritto negli occhi, per poi proseguire rivolgendosi al resto dei patres conscripti, facendo vagare lo sguardo oltre le spalle dell'anziano senatore. E li abbiamo sconfitti tutti. Abbiamo scacciato i Cartaginesi dall'Hispania e portato la pace tra gli Iberi affinch...
Ma non avete fermato Asdrubale Barca nella sua avanzata verso Roma! lo interruppe uno dei senatori della comitiva.
Publio vide come Massimo guardava per terra per nascondere un sorriso.
Non avevamo forze sufficienti, per Giove! esclam Scipione visibilmente innervosito. All'epoca aveva solo due legioni.
Ma quello era il vostro ordine! esclam un altro senatore.
Un ordine suicida pens Publio, ma si trattenne. Inspir ed espir a fondo prima di continuare.
In ogni caso prosegu con ritrovata calma la quantit di citt conquistate, le sconfitte inflitte a Cartaginesi e Iberi, il numero di nemici abbattuti, tutto ci rende meritevoli i miei uomini e me, ci rende meritevoli di un trionfo e lo sapete. Lo sapete. Lo sapete!
 una misera retorica quella che ricorre alla ripetizione e ad alzare il tono disse Fabio Massimo intervenendo di nuovo nel dibattito. So che sei capace di ben altro quand' il momento delle argomentazioni, mio caro generale. La questione non risiede in ci che avete fatto o meno, in ci che avete conquistato o meno. Il quid  che non hai ottenuto queste vittorie o conquiste come console o proconsole in nessuna delle tue campagne in Hispania, e la legge  tassativa: solo il generale che, esercitando una carica consolare o proconsolare, si dimostra eccezionalmente vittorioso contro il nemico pu godere di un trionfo per le strade di Roma, come ad esempio accadde durante uno dei miei vari consolati dopo la mia fortunata campagna contro i Liguri. Gi abbiamo piegato la legge nel concederti l'imperium sulle truppe in Hispania e si  rivelata una scelta positiva, perch  stato un beneficio per lo Stato, ma stravolgere di nuovo la legge ora andrebbe a tuo esclusivo beneficio. Le leggi possono essere interpretate con flessibilit solo per qualcosa di molto pi importante che soddisfare l'ambizione personale di un cittadino.
Era la legge. La legge interpretata alla lettera da Massimo. Publio tacque qualche istante. Dentro di s sorrideva laconico: Fabio aveva ottenuto un trionfo per aver massacrato i Liguri, ma con che abilit l'anziano senatore ometteva il piccolo particolare che si trattava solo di trib disorganizzate in rivolta, mentre lui, Publio Cornelio Scipione, aveva conquistato citt difese da guarnigioni puniche e sconfitto tre eserciti regolari di Cartagine e, ci nonostante, si vedeva negare il trionfo per un cavillo legale.
Che cosa meritano allora, a parer vostro, questi uomini? chiese Publio seccamente.
Fabio inarc un sopracciglio. Scipione dunque non insisteva di pi sulla questione del trionfo? Strano.
Un gruppo selezionato delle tue truppe pu sfilare per la citt rispose con cautela, concentrando i suoi dubbi nelle profonde rughe della fronte in un viso segnato dal tempo. E puoi esibire il bottino con cui desideri contribuire al tesoro dello Stato.
Questo  tutto? chiese Publio serio, distante.
Questo  il giusto disse Fabio con serenit.
Voglio terre per i miei veterani. Se le sono guadagnate col sangue insistette Publio.
Terre? domand Massimo con diffidenza. In un'Italia rasa al suolo da anni di guerra, i terreni seminativi scarseggiavano.
In Hispania, nel Sud, in Italia aggiunse Publio prontamente.
Fabio Massimo valut la richiesta con cautela. Cedere significava molto, ma era molto anche ci che gli aveva tolto: non ci sarebbe stato il trionfo, questo era l'essenziale, e la faccenda delle terre in Hispania era una mossa insieme intelligente e stupida da parte di Scipione. Era intelligente perch Publio Cornelio sapeva che nell'Italia attuale c'era penuria di terre adatte, con le truppe di Annibale che ancora minacciavano ogni citt, ogni fattoria, ogni villa... Ed era stupido perch se il Senato accettava di cedere terreni ai veterani di Scipione in Hispania, costoro se ne sarebbero andati in poco tempo privando Roma di un gran numero di cittadini che avrebbero potuto votare in favore degli Scipioni nelle numerose elezioni che si tenevano in citt.
Massimo annu piano mentre rispondeva: E sia. Terreni in Hispania, per i tuoi veterani.
Anche Publio annu e si allontan di alcuni passi, seguito dai suoi ufficiali. Fabio si rivolse ai senatori.
Un generale che consulta i suoi subordinati disse illuminando la faccia con un ampio sorriso, un misto di disprezzo e apparente sorpresa.
A un'estremit del senaculum rimase la comitiva dei senatori, mentre all'altro angolo stavano Scipione e i suoi ufficiali.
 una vergogna che non ci venga concesso il trionfo disse Lelio a un volume che secondo lui era basso.
 un peccato prosegu Marcio. Gli uomini saranno delusi, ma la questione delle terre  una buona cosa.
Non ho mai promesso loro un trionfo disse Publio sbuffando.
No, ma gli uomini se lo aspettano. Lo meritano ribatt Lelio.
Lo meritiamo tutti, ma non possiamo... non dobbiamo insistere e, come dice Marcio, sul lungo periodo gli uomini apprezzeranno di pi la terra. Ci sono dibattiti e discussioni pi importanti nelle quali opporsi a Fabio e ai suoi aggiunse Publio in tono enigmatico. Si accorse di aver catturato l'attenzione di Lelio, Marcio, Mario, Silano, Digizio e persino di Trebellio. Tutti lo guardavano con rispetto.
Qualunque tua decisione andr bene disse Lelio con convinzione, e aggiunse: Tu vedi sempre pi lontano degli altri e credo di parlare a nome di tutti.
Gli altri annuirono.
Bene accett Publio con grande soddisfazione interiore. In fondo la fiducia cieca dei suoi ufficiali era gi di per s il pi grande dei trionfi.
Scipione si rivolse pronto ai senatori che aspettavano e, senza nemmeno pi avvicinarsi a loro, replic da dove si trovava.
Domani entrer in citt con alcuni manipoli dei miei uomini migliori e offriremo al tesoro oltre quattordicimila libbre d'argento, per tutti, per Roma! Gir su se stesso e, avvolto nella cappa da generale, scomparve in direzione del tempio circondato da tutti i suoi ufficiali. Si lasciava alle spalle i senatori stupefatti e ammirati dalla gigantesca quantit di libbre d'argento che Scipione aveva annunciato di voler donare al tesoro di Roma.
Lelio si ferm un istante, fece passare il resto degli ufficiali e ne approfitt per fissare Fabio Massimo.
Il vecchio princeps senatus se ne stava in piedi, dritto come una sentinella, con l'espressione fredda, meditabonda. Gaio Lelio raggiunse veloce i suoi e a passi rapidi arriv all'altezza di Publio. Il generale guidava i suoi uomini verso nord, costeggiando le mura serviane, in direzione della Via Flaminia che li avrebbe portati all'accampamento dove li stavano aspettando le truppe.
Fabio sospetta qualcosa, per Giove disse Lelio.
Lo immagino rispose Publio senza smettere di camminare veloce.
Tutti tacquero mantenendo il passo rapido del generale, finch Marcio os domandare ci che tutti volevano sapere.
Qual  il dibattito che ti interessa, nel quale tutti dobbiamo affrontare Fabio?
Publio Cornelio Scipione si ferm di colpo. Gli ufficiali inciamparono quasi gli uni negli altri dinanzi all'inattesa reazione del generale. Publio guard Marcio e pronunci un'unica parola: Africa.
Tutti tacquero.
Invadere l'Africa? cerc di capire Lelio.
Publio annu. Li guardava per valutarne la reazione. L'avrebbero seguito?
Ma prima devo essere console aggiunse Publio, con lo stesso tono di uno che dice che forse il pomeriggio piover.
Per tutti gli di, per questo hai menzionato l'enorme quantit di denaro che portiamo al tesoro, vero? chiese Marcio.
Publio sorrise.
Ma Fabio intervenne Lelio far in modo che questo dato non venga diffuso.
E i nostri amici faranno il contrario spieg Publio. Domani all'alba tutta Roma non parler d'altro e non solo, sapranno anche che ci  stato negato il diritto al trionfo. Pu darsi che il Senato non lo controlliamo, ma il popolo, mio caro Lelio, il popolo star dalla nostra parte. Sar console e non chieder di combattere n in Sardegna, n in Italia, n in Gallia. Chieder l'Africa. L'Africa.
A uno a uno, i suoi ufficiali annuirono piano. Lelio fu l'ultimo, ma forse Publio sent una fermezza anche maggiore nel suo gesto. Erano dalla sua parte. Finch quegli uomini lo avessero seguito, tutto era possibile. Ora gli restava da parlare con Emilia. Aveva bisogno del suo appoggio, della sua comprensione... e della sua intuizione.
Quinto Fabio Massimo tornava verso Roma. Non parl molto durante il viaggio di ritorno al Comitium. Il giovane generale non aveva insistito molto sulla questione del trionfo. Era strano. Di colpo Fabio cap tutto. Le tessere del rompicapo a poco a poco s'incastravano, ma gli occorrevano pi informazioni. Al Comitium si separ dal resto dei senatori da cui si accomiat con un breve cenno della testa e, circondato da vari schiavi di sua fiducia che lo scortavano, si diresse al Foro passando tra i Rostra e la Graecostasis. Una volta al Foro, vicino al Lapis Niger, la tomba di Romolo, vide Marco Porcio Catone che lo aspettava. Massimo si sent pi sicuro. Aveva bisogno di un po' di giovent al suo fianco. Le forze, anche se si rifiutava di ammetterlo in pubblico, iniziavano ad abbandonarlo e, con suo figlio Quinto al fronte, Catone era un sostegno immediato in mezzo agli intrighi di Roma. In ogni caso, se il giovane Scipione credeva di avere gi la strada spianata per i suoi obiettivi finali, si sbagliava in pieno. La guerra si sarebbe fatta in Italia, mai in Africa, e sapeva che per quello avrebbe potuto contare sull'appoggio del Senato e su qualcosa di ancora pi prezioso: la perenne paura di Roma.
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LIBRO Quinto.
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CONSOLE DI ROMA
205 a.C.
Quod quisque possit, nisi tentando nesciat.
[Non si sa di cosa ciascuno sia capace,
se non mettendolo alla prova.]
PUBLILIO SIRO

43. DUELLO AL SENATO.
Roma, gennaio del 205 a.C.

Roma era in fermento. Erano stati eletti due nuovi consoli: Gaio Licinio Crasso e Publio Cornelio Scipione; ma non era questo l'argomento preferito della gente al Foro. Il popolo, i patrizi, persino i liberti e gli schiavi parlavano unicamente dell'intenzione di Scipione di invadere l'Africa. Il nuovo giovane console voleva sbarcare quell'anno stesso sulle coste dominate da Cartagine con uno degli eserciti consolari che gli spettavano, costringendo cos Annibale ad abbandonare l'Italia per accorrere in aiuto della sua citt e dei suoi. Non era un piano sorprendente. Di fatto era stato il primo piano del Senato allo scoppio della guerra, quando avevano inviato il console Sempronio Longo in Sicilia per preparare lo sbarco in Africa, mentre il padre di Scipione tentava di fermare l'avanzata di Annibale in Italia. Nel primo anno dell'interminabile guerra, l'impossibilit di frenare il grande generale cartaginese aveva per reso necessario richiamare l'esercito consolare di Sempronio, che aveva dovuto abbandonare i suoi preparativi per conquistare l'Africa e recarsi in tutta fretta verso il Nord Italia. Da allora nessuno aveva pi proposto con fermezza la vecchia idea di attaccare il nemico al cuore, di assestare un colpo l da dove provenivano tutti i mali di Roma. La politica romana si era concentrata sulla difesa.
Solo gli Scipioni, appoggiati dalla famiglia di Emilio Paolo, avevano portato la guerra fuori dai confini, e il popolo romano aveva visto come il giovane Publio Cornelio Scipione, ora console, seguendo l'esempio del padre e dello zio, fosse riuscito a portare a termine ci che i suoi predecessori avevano iniziato: la conquista dell'Hispania, scacciando i Cartaginesi da quel Paese e tagliando cos i rifornimenti in provviste, oro, argento e mercenari che fino ad allora avevano alimentato le milizie di Annibale in Italia. Il popolo aveva visto anche come il Senato avesse negato il trionfo al giovane Scipione, seguendo alla lettera la legge: un non magistrato non poteva infatti celebrare le proprie vittorie, per quanto importanti fossero, con un trionfo. Lo si era accettato perch la legge era la legge, ma il Senato non poteva impedire che la figura di Scipione, neoeletto console, risvegliasse un'intensa simpatia, un sentimento che faceva vedere di buon occhio qualsiasi piano quell'uomo avesse proposto. Agli occhi degli esausti cittadini di Roma invadere l'Africa sembrava un dolce sogno cui era difficile non anelare.
Publio, conoscendo bene i sentimenti della plebe, aveva approfittato della sua condizione di magistrato appena acquisita per convocare il Senato. In condizioni normali, solo un console o un pretore potevano convocare il Senato e, eccezionalmente, potevano farlo un dittatore, un magister equitum, i decemviri legibus condendis, cio per redigere le leggi, un tribuno militare consulari potestate, ossia con autorit consolare straordinaria, un interrex o magistrato provvisorio nel periodo delle elezioni o il praetor urbanus. E non era per niente facile ottenere uno di questi incarichi, perci Publio vide nel proprio consolato la possibilit di condurre il destino di Roma nella direzione che tanto tempo prima avevano gi sognato suo padre e suo zio.
Publio era consapevole delle vibrazioni positive che provenivano dalla plebe riguardo all'eventualit di un attacco in Africa, quando quella fresca mattina usc dalla sua grande domus al centro della citt, situata fra il tempio di Saturno e le tabernae veteres. Era accompagnato da suo fratello Lucio, da Gaio Lelio, Lucio Marcio, Quinto Trebellio, Sesto Digizio, Mario Giuvenzio Tala, Silano e altri ufficiali di sua fiducia, tutti veterani dei combattimenti in Hispania. Per il popolo vedere quegli uomini che percorrevano il Foro della loro citt era quasi come assistere a una sfilata trionfale: erano loro e non altri i tribuni, gli ufficiali e l'imperator che avevano sconfitto Asdrubale Barca, Asdrubale Giscone e Magone Barca. Publio conosceva l'importanza dei gesti pubblici, per questo fece in modo che tutti rallentassero il passo prima di accedere alla grande piazza del Comitium, di fronte alla Curia Hostilia sede del Senato.
Si ferm un attimo accanto alla Graecostasis e salut con rispetto gli ambasciatori di Sagunto, accorsi per dimostrare la loro gratitudine a Roma che aveva recuperato la loro citt e restituito ai sopravvissuti all'assedio di Annibale il dominio su quella regione. Gli ambasciatori raccontavano fatti che gi conosceva, ma Publio li ascolt con attenzione per qualche minuto mentre gli riferivano di aver offerto al Senato e a Roma una bella corona d'oro per il tempio di Giove, come ringraziamento per quanto Roma aveva fatto per loro. Si sentivano addirittura imbarazzati per aver ricevuto dal Senato non solo il permesso di visitare le citt italiche che desideravano, ma anche la bellezza di diecimila assi per ciascuno di loro come ricompensa per la lealt dimostrata da Sagunto. Per finire Publio si accomiat e prosegu il suo cammino, attraversando la piazza del Comitium in diagonale da sud-est a nord-ovest. Pass accanto alla statua del mitico ugure Atto Navio, super anche il puteal che delimitava lo spazio dove Navio avrebbe sotterrato la pietra e il coltello con cui aveva mostrato i propri poteri a un incredulo re Tarquinio, pass infine vicino al Ficus ruminalis, una pianta di fico ormai moribonda attraversata da un fulmine e sotto la quale si supponeva che la lupa avesse allattato i gemelli Romolo e Remo. Di fronte a quel luogo si ergeva la statua d'argento che ricordava quel leggendario avvenimento, statua fatta costruire appena dieci anni prima per sostituire l'ormai deteriorato monumento in bronzo.
Publio guardava tutti quei monumenti del passato di una citt centenaria e sentiva che lo confortavano. Era forse un nuovo ugure con lo stesso potere di Atto Navio? Fabio Massimo gli avrebbe chiesto, come aveva fatto un tempo il re Tarquinio, di dimostrare i suoi poteri tagliando a met una pietra bagnata con un semplice coltello? No, con ogni certezza Fabio Massimo pensava che le sue parole, come sempre demolitrici, fossero sufficienti a persuadere il Senato e a togliergli l'appoggio necessario per intraprendere la conquista dell'Africa.
Il giovane console pass infine sotto la Columna Maenia, innalzata per celebrare in eterno la vittoria di Menio sui Latini, che aveva gettato le basi del dominio di Roma sull'Italia centrale. Publio salutava tutti quelli che gli si avvicinavano, sempre circondato dai suoi ufficiali e sotto lo sguardo attento di Gaio Lelio poich, dopo l'aggressione che lui stesso aveva subito a Roma appena quattro anni prima, tutti gli amici di Publio si affannavano a proteggere la vita del loro giovane capo, ora console, dal possibile attacco di un sicario. E il mattino in cui andava ad affrontare l'onnipotente Quinto Fabio Massimo tutto era possibile. Ma forse perch c'era troppa gente al Foro e presso il Comitium, forse perch Publio era ben protetto o ancora perch i seguaci a oltranza di Fabio, come il giovane Catone, confidavano ancora pienamente nelle capacit del vecchio princeps senatus di annientare il nuovo Scipione al Senato e lasciarlo quasi senza seguaci, nessuno si avvicin a Publio Cornelio Scipione se non per congratularsi con lui e ringraziarlo per il suo operato e gli sforzi volti a proteggere e ingrandire Roma. Publio salutava tutti e riceveva con un ampio sorriso le dimostrazioni di apprezzamento e le continue invocazioni agli di, che i romani supplicavano di preservarlo sano e salvo per molto tempo, o almeno finch il terrore di Annibale fosse scomparso per sempre dalle loro vite. Cos tante dovettero essere le preghiere quel mattino, pronunciate da altrettante migliaia di gole, che pi di un dio quel giorno dovette decidere di legare strettamente il destino di quei due generali, Annibale e Scipione, in vita e nel momento della loro morte.
Il Senato era riunito in seduta plenaria. Era gi stato celebrato il sacrificio obbligatorio di un bue, come aveva richiesto Scipione che voleva sottolineare con le dimensioni della bestia scelta l'importanza da lui attribuita all'argomento che si sarebbe trattato. Le viscere dell'animale erano state analizzate dagli uguri, che non avevano trovato nulla di strano. Il Senato poteva riunirsi e prendere le decisioni opportune. Publio si trattenne sulla scalinata di accesso alla Curia Hostilia. Non voleva dare la sensazione di avere fretta.
Nella grande aula ancora nessuno si era accomodato; i senatori erano dispersi in vari gruppi, dove si discuteva su quale potesse essere la posizione pi adeguata da prendere. La suddivisione delle province era gi stata deliberata in una seduta precedente: la Sicilia a Scipione e il Sud Italia, in particolare la regione del Bruzio, dove se ne stava asserragliato Annibale, a Licinio Crasso. Decisione su cui Crasso si era dimostrato d'accordo poich, dovendo la sua carica consolare risultare compatibile con l'incarico di pontifex maximus, era indispensabile per lui non allontanarsi dall'Italia. D'altro canto Scipione desiderava esattamente il contrario, per preparare un'invasione in Africa, e la Sicilia si adattava alla perfezione ai suoi fini. C'era stato dunque accordo tra le parti e non era stato necessario il tradizionale sorteggio per aggiudicare a ciascun console una provincia, e il Senato aveva accettato il patto tra i due magistrati. Ma Scipione per molti senatori era andato troppo oltre con la sua idea che l'assegnazione della Sicilia implicasse il permesso, anzi addirittura l'incarico del Senato e del popolo di Roma, di attaccare l'Africa. Su questo gran parte del Senato non era d'accordo, ma se c'era qualcuno in particolare che considerava strampalata quell'idea, costui altri non era che Quinto Fabio Massimo.
Il giovane console Publio Cornelio aveva fatto correre per la citt la voce che stava per invadere l'Africa. Dal canto suo, Fabio Massimo aveva lavorato con intensit affinch in ogni via, in ogni bottega, in ogni quartiere di Roma si sapesse che Quinto Fabio Massimo, e il Senato con lui, quella mattina avrebbe spiegato al giovane Scipione per quale motivo ci non fosse possibile e quali erano, per l'esattezza, l'incarico e gli ordini che il Senato e il popolo di Roma riservavano al console. Lo scontro era garantito. Gran parte del popolo stava dalla parte di Publio, come dimostrava la moltitudine che lo festeggiava nel suo percorso verso il Senato, ma l'opinione di Fabio Massimo pesava ancora, e molto, sui Romani: era stato lui in fin dei conti, il vecchio princeps senatus, a salvare Roma nelle sue ore pi tristi, quando Annibale era arrivato alle porte della citt e nessuno sapeva pi che fare. Solo lui aveva mantenuto la calma e il sangue freddo e aveva saputo prendere le decisioni necessarie per salvaguardare tutti. Per questo i Romani, bench i loro cuori simpatizzassero per il giovane Scipione, a cui andava tutto il loro affetto, avevano sentimenti contraddittori e l'animo pieno di dubbi. Dentro di loro condividevano tutti il sentire dei senatori pi anziani: bisognava ascoltare Massimo ma anche lasciare parlare Scipione, poi senatori e tribuni della plebe avrebbero preso la decisione finale. Erano i pi saggi. Avrebbero saputo cosa conveniva fare.
Publio era arrivato alle porte del Senato inebriato dal calore del popolo di Roma, ma non abbastanza da non percepire i dubbi che assillavano quella gente. I suoi piani, l'invasione dell'Africa, dipendevano da quanto si sarebbe deciso quel mattino al Senato, ben oltre il fervore del popolo nei suoi confronti per le vittorie in Hispania. Doveva affrontare Fabio Massimo, il pi esperto e abile politico di Roma, contro cui aveva gi perso in altre occasioni. Quando era stato eletto proconsole per andare in Hispania, con la sua maestosa oratoria Massimo aveva manipolato il Senato affinch gli togliesse quella carica, e in tal modo, anche se gli veniva concesso l'imperium sulle sue legioni, se avesse vinto non avrebbe potuto celebrare il trionfo. Legge di cui Fabio si era servito con maestria subito dopo il suo ritorno dall'Hispania. Due sconfitte flagranti, quelle inflittegli dal vecchio ex console ed ex dittatore. Nella prima occasione Publio aveva lottato e aveva perso la carica di proconsole; nella seconda occasione, al tempio di Bellona, con sorpresa dei suoi ufficiali e dello stesso Massimo, non aveva mosso battaglia e si era risparmiato, per ora doveva tornare ad affrontare il senatore. Roma aspettava, anelava quel combattimento dialettico. Volevano sapere tutti chi avrebbe avuto ragione: l'esperienza di Massimo o l'audacia di Scipione.
Publio si accomiat dai suoi ufficiali di fiducia alle porte del Senato, abbracciandoli uno a uno. Il popolo fu commosso dall'affetto che il generale manifestava per i suoi uomini. Poi si volt, inspir a fondo e, accompagnato soltanto da suo fratello Lucio e dal cognato Lucio Emilio Paolo, entr nel Senato di Roma.
Cos come nella sua passeggiata per le strade attigue al Foro Publio aveva sentito il calore del popolo, tra le spesse mura del Senato il giovane console avvert il peso del silenzio, poich non appena comparve insieme al fratello e al cognato tutti i senatori tacquero e raggiunsero i loro posti tra le gradinate della grande aula, suddivisa in ampie sezioni di banchi in linea ascendente, separati tra loro da un ampio corridoio che gli oratori potevano usare per spostarsi liberamente mentre si rivolgevano ai colleghi, se cos desideravano, anche se molti preferivano rimanere in piedi al loro posto. I senatori non avevano un seggio assegnato, bench la tradizione e le affinit politiche avevano fatto s che a un lato dell'aula si raggruppassero tutti i sostenitori di Fabio Massimo e di fronte si sedessero coloro che di solito erano favorevoli agli Scipioni o, perlomeno, a posizioni pi moderate, coloro che decidevano in funzione dei ragionamenti espressi in ciascun dibattito. Soltanto alcuni senatori e rappresentanti avevano i loro spazi fissi: i consoli, che occupavano ciascuno una sella curulis, senza schienale ma con gambe curve d'avorio che si incrociavano per potersi chiudere come delle forbici e facilitarne cos il trasporto; e i tribuni della plebe, che avevano la possibilit di assistere sempre e un banco apposito a loro riservato. Altri magistrati che volessero assistere, edili, questori o censori che fossero, potevano sedersi liberamente tra i senatori.
Accanto alla sella curulis occupata da Publio si sedettero il fratello e il cognato e, intorno a loro, un nutrito gruppo di sostenitori degli Scipioni e della famiglia di Emilio Paolo. Fabio Massimo si sedette all'estremit opposta, nel suo sedile di sempre, quello che occupava in qualit di princeps senatus e che, bench non fosse riservato in esclusiva a lui, nessuno osava occupare, al punto che se l'anziano Fabio Massimo non poteva recarsi al Senato perch malato, il posto restava vacante, come un segno che, anche se assente quel giorno, in qualche modo era sempre l, vigilante. Ma a pensarci bene ci non accadeva spesso. La salute di ferro del vecchio ex console e dittatore, ormai vicino ai settantotto anni, era un leggendario motivo di conversazione tra i cittadini di Roma.
Quel giorno Quinto Fabio Massimo era gi seduto al suo posto, nella prima fila dei sedili, il corpo leggermente ingrassato, il viso rugoso per gli anni, lo sguardo acuto, penetrante e sicuro. Era lo sguardo che nessuno desiderava vedere in un nemico. Publio sostenne un breve scontro di occhi con il vecchio senatore, mentre si accomodava sulla sua sella, pi o meno di fronte ma all'altra estremit dell'aula. Tuttavia alla fine fu lo stesso Publio a cedere e ad abbassare lo sguardo. Sembrava turbato ed era proprio ci che voleva far credere. Sapeva che Fabio si sarebbe sentito pi sicuro, che avrebbe attaccato anche con pi forza. Non importava. Publio aveva pronta la sua risposta e sarebbe stata cos fulminante che nemmeno la pi raffinata e pungente delle diatribe di Fabio avrebbe potuto nulla contro le sue ragioni. Quel giorno il Senato avrebbe ceduto, doveva cedere. Avrebbero ceduto alla sua volont. Non importavano le accuse che la bocca di Massimo gli avrebbe riversato addosso. E sarebbero state molte, Publio non aveva il minimo dubbio.
Di colpo, dal fondo dell'aula, appollaiato su un podio, Gaio Lentulo, il praetor urbanus, si schiar la voce dando a intendere che era ora di iniziare il dibattito. Trovandosi entrambi i consoli in citt, era logico che presiedesse colui cui spettava quel mese, e sarebbe toccato proprio a Publio. Ma con un atto con cui cercava di ingraziarsi non gi la fazione di Fabio Massimo, cosa evidentemente impossibile, bens almeno i senatori pi moderati disposti ad analizzare ogni parola, ogni gesto, ogni proposta con attenzione, e che solo in funzione di quei dati avrebbero preso la loro definitiva decisione di voto, aveva deciso di cedere la presidenza al praetor urbanus, in quel momento Gaio Lentulo, che di norma l'esercitava soltanto quando i consoli erano fuori citt. Era un compito importante, poich il presidente concedeva la parola a chi desiderava intervenire e controllava l'ordine nel Senato. Era inoltre obbligo del presidente della seduta pronunciare la relatio, ossia la descrizione concisa ma chiara dell'assunto su cui si andava a deliberare. Lentulo non era un uomo di Massimo, com'era logico se lo aveva nominato Publio esercitando un suo potere, ma non era nemmeno un aperto seguace dei postulati degli Scipioni. Un'altra concessione del console nel suo intento di raggiungere il maggior numero di adepti riguardo alla sua proposta di invadere l'Africa.
Cos Lentulo, praetor urbanus di Roma, si alz sul suo podio e si schiar di nuovo la voce. I lictores, che circondavano il presidente, si irrigidirono: stava per avere inizio una seduta del Senato di Roma. Le porte della Curia Hostilia, tuttavia, erano ancora spalancate. Non era una seduta segreta e in effetti la piazza del Comitium, davanti alla Curia, era gremita di cittadini ansiosi di sapere cosa si sarebbe detto e, ancor di pi, cosa si sarebbe votato. Dinanzi a un certo stato di nervosismo e alle divisioni tra quanti difendevano l'idea dell'invasione e chi preferiva che le legioni si concentrassero su Annibale, il praetor urbanus aveva ordinato che due manipoli delle legiones urbanae si schierassero davanti alla sede del Senato per mantenere l'ordine, se necessario, e impedire che qualche cittadino non autorizzato entrasse nell'edificio della Curia. Nonostante ci, secondo la tradizione, le porte dovevano rimanere spalancate. Il Senato esigeva il rispetto delle proprie delibere, ma non nascondeva gli argomenti discussi al suo interno.
Lentulo, con il prestigio e l'esperienza dei suoi cinquant'anni, inizi a parlare e la sua voce risuon profonda. Cominci pronunciando la formula di rito che apriva qualsiasi sessione del Senato di Roma.
Quod bonum felixque sit populo Romano Quiritium referimos ad vos, patres conscripti... Incarichiamo voi, patres conscripti, di deliberare per il bene e la felicit del popolo romano dei Quiriti. L'argomento che ci compete questa mattina  il seguente: assegnate a ciascuno dei consoli le province, la regione confinante con il Bruzio da una parte e la Sicilia dall'altra, si deliberi che il magistrato a cui  stata assegnata la Sicilia si occupi non solo di consolidare del tutto il nostro potere in detta provincia ma anche di preparare da l un attacco contro l'Africa con il presunto fine di ostacolare i rifornimenti e i rinforzi all'esercito di Annibale e, se possibile, con il fine altres di attaccare tutti gli eserciti punici o alleati dei Punici che gli si opporranno durante la suddetta azione militare. Dopo aver enunciato la relatio, Lentulo riprese fiato. Avrebbe bevuto volentieri un po' d'acqua, ma non era il momento. Tutti pendevano dalle sue labbra e doveva concentrarsi. Prosegu: In funzione della mia carica di presidente di questa seduta, mi spetta inoltre precisare chi propone questa mozione dinanzi al Senato e chi, se  il caso, si oppone alla stessa. Bene.  il console eletto Publio Cornelio Scipione a presentare, ora tramite la mia voce, tale mozione dinanzi al Senato di Roma per la sua delibera e votazione che, se avr luogo, presieder a tempo debito. Ed  Quinto Fabio Massimo, princeps senatus, che ha trasmesso a questa presidenza la sua totale e assoluta opposizione alla suddetta mozione per ragioni e motivi che esporr in seguito. A me ora spetta tacere e concedere la parola a quanti desiderino esprimersi in favore o contro tale mozione. E che il Senato si pronunci de ea re quid fieri placeat sull'argomento e dica che cosa intende fare. Ora, Quinto Fabio Massimo, in onore al suo rango di princeps senatus, ha il diritto di intervenire per primo e per il tempo che ritenga necessario, per esprimere il suo punto di vista.
Nel silenzio della sala, con molti dei presenti che inconsciamente trattennevano il fiato, Quinto Fabio Massimo, cinque volte console di Roma e una volta dittatore della citt, princeps senatus e ugure a vita, si alz e mosse un paio di passi in avanti perch la sua figura risultasse visibile a tutti e perch la sua voce ben modulata, nonostante gli anni, risuonasse chiara e vigorosa in quel tempio delle decisioni di Roma, in quella che lui sentiva pi di chiunque altro come la sua stessa casa.
Grazie al presidente dell'aula, praetor di questa grande citt, per la sua concisa ma esattissima relatio e grazie per avermi concesso la parola come in effetti mi spetta per et, esperienza e rango nel Senato di Roma. Qualcuno forse si aspetter da me un lungo preambolo, ma non  nel mio stile. Altri forse pensano che far una lunga esposizione prima di affrontare l'argomento che ci ha riuniti qui, ma sapete tutti che anche questo non  nel mio stile. So che molti mi accusano di tirarmi indietro quando  il momento di attaccare sul campo di battaglia, anche se poi le mie strategie sono quelle che hanno preservato Roma in questa lunga guerra assai meglio dell'impetuosa arroganza di alcuni generali inesperti, ma se c' un'occasione nella quale non concedo spazio ai giri di parole  quando si tratta di decidere sul futuro e sulla sicurezza dello Stato, e questa  una di quelle occasioni. Stimati patres et conscripti della patria... A Fabio Massimo piaceva rimarcare la differenza tra i patres patrizi, membri del Senato da tempi immemori, e i senatori eletti pi di recente tra gli altri cittadini liberi di Roma, estranei alla nobilt e denominati conscripti; c'era chi usava il termine patres conscripti per riferirsi a tutti in forma generica, come aveva fatto Lentulo nella sua relatio, ma a Massimo piaceva mettere in chiaro le differenze mentre parlava. Roma  in pericolo, un pericolo mortale. In molti pensate, lo leggo nei vostri occhi, che non vi dico nulla di nuovo, poich Annibale  ancora qui in Italia, ma non lo dico per questo bens perch, avendo il peggiore e pi vile nemico di sempre sul nostro territorio, c' chi di noi cova l'assurda idea di portare decine di migliaia di nostri soldati fuori dall'Italia, lontano da Roma, per imbarcarsi con loro in uno sventurato e improbabile progetto, specie nelle circostanze attuali: attaccare e invadere l'Africa. Qui sorsero i primi commenti sussurrati, specie tra le fila di chi appoggiava Scipione, ma Lentulo lanci loro un'occhiata fulminante e il silenzio torn subito a regnare nella grande sala. Africa. Per questo siamo tutti qui riuniti. Perch abbiamo due consoli e uno di loro, invece di combattere contro Annibale, progetta, non apertamente ma facendo in modo che le sue idee si propaghino tra la plebe sotto forma di mormorii e voci, ebbene progetta di invadere l'Africa con l'esercito consolare che gli spetta: due legioni pi tutte le sue truppe ausiliarie. Una follia. Un'idea terribile intrisa gi di insuccesso e dolore per tutti, per noi, per il popolo, per Roma.  stato deciso molto tempo fa che questa guerra si sarebbe combattuta in Italia, nonostante la nostra sofferenza, perch  qui che  venuto il nemico,  qui che si trova Annibale. Quando il re Pirro dell'Epiro ci attacc passando in Italia, lo sconfiggemmo qui bench ci costasse. A nessuno dei nostri insigni progenitori, le cui statue ornano le nostre vie, venne mai in mente la folle idea di attaccare il regno di quel re, invece ci difendemmo qui e qui, alla fine, lo piegammo, finch il temerario re straniero dovette fuggire vinto e umiliato. No, Roma non vuole re stranieri che la governino. E lo stesso deve accadere con Annibale. O forse noi non siamo all'altezza dei nostri antenati? Fabio si ferm per riprendere fiato e forze, ma anche per permettere che dalle fila di chi lo appoggiava salissero voci di assenso dopo le sue ultime parole. Lentulo guard anche loro, ma siccome erano voci sorte dalle fila di Massimo e questi sembrava gradirle, rimase in silenzio. Quando i commenti iniziarono a scemare, l'anziano princeps senatus decise di continuare.  chiaro direte voi, incauti e ciechi nel seguire gli impulsi del nostro giovane console Publio Cornelio Scipione, il vecchio Massimo  un codardo; oppure penserete: Massimo non ammette che nessuno lo superi nei suoi meriti e per questo vuole detenere lui il progetto di invadere l'Africa. Ingenui. La vostra ingenuit mi lascia perplesso. Date del codardo a qualcuno che ha lottato in ripetute occasioni contro Annibale? Codardo a qualcuno che per cinque volte  stato eletto console e per una volta dittatore di Roma? Codardo a chi ha saputo mantenere il sangue freddo per guidare la difesa di questa citt, quando lo stesso Annibale arriv sotto le porte di Roma? Queste sono, secondo me, domande che si rispondono da sole. Tuttavia rimane da rispondere all'altro ragionamento, pi sottile, pi contorto: Il vecchio Massimo desidera evitare che qualcuno raggiunga pi gloria di lui, per esempio invadendo l'Africa. Ma, per Giove Ottimo Massimo e per tutti gli di, c' qualcuno in quest'aula che davvero pensa che questo vecchio debba competere con un novellino, eletto console per la prima volta, persino pi giovane del suo stesso figlio? Ho gi salvato Roma da Annibale e l'ho salvata perch altri potessero proseguire a farne una Roma ancora pi grande, forte e potente. Senza il mio intervento e l'aiuto degli di, forse oggi nessuno di noi sarebbe qui. Credete che cerchi un onore pi grande di quello di aver salvato questa citt? Che cosa potrei fare di pi grande? No, io non voglio di pi. Altri s. Sono giovani, ambiziosi e, per l'et, spetta loro di crescere in politica e sui campi di battaglia; a me, ai miei anni, resta solo un piccolo ma nobile compito: vegliare sullo Stato, vegliare perch ci che si fa, qualunque sia il braccio esecutore di chi designa questa nobile riunione di senatori, venga fatto per il bene di tutti, non per il bene di uno o di pochi. Ed ecco allora, patres et conscripti, che invadere ora l'Africa riducendo le forze di cui disponiamo in Italia per proteggerci e per lottare contro Annibale non  qualcosa che vada a favore del benessere e della sicurezza di tutti i presenti e delle migliaia e migliaia di cittadini che aspettano anelanti la nostra decisione su questo argomento. Fabio si ferm di nuovo, solo un istante, ma abbastanza per sentirsi a posto con se stesso perch ora tutti senatori pendevano dalle sue labbra, incluso lo stesso Scipione; poi riprese il discorso. Ma vediamo: dicono le voci che corrono per tutta la citt che mediante il suo piano di invasione dell'Africa il nostro nobile e giovane console desidera terminare la guerra. Bene. Ma io vi dico, vi chiedo, se colui che ha iniziato questa interminabile guerra  Annibale e Annibale sta qui, asserragliato nel Bruzio, perch andare a cercarlo dove non sta? Che il nostro giovane, forte e vigoroso console lo sconfigga qui e ora, poi, se desidera, invader l'Africa per punire coloro che hanno finanziato il nostro mortale nemico. Dev'essere questo l'ordine naturale delle cose. Voler fare tutto all'inverso non ha senso. Ma se queste spiegazioni, che il senso comune ci offre per discernere tra l'opportuno e l'assurdo, ancora non sono sufficienti per tutti voi che, impregnati dalla passione per il vostro giovane condottiero, credete ancora che l'ordine debba essere un altro, prima l'Africa e poi Annibale, esaminiamo allora, anche soltanto per un momento, quanto sia irrealizzabile il vostro progetto. Vediamo perch invadere l'Africa  una completa follia. Ma andiamo per punti. In primo luogo, non disponiamo di risorse sufficienti per affrontare una simile impresa e, al contempo, continuare la lotta senza quartiere contro Annibale in Italia. No. Per attaccare l'Africa avremmo bisogno di utilizzare tutte le nostre forze e questo oggi, con Annibale acquattato qui da noi, non ce lo possiamo permettere. O devo forse ricordarvi che non sono passati nemmeno tre anni da quando, nonostante fosse alle strette, il cartaginese riusc comunque a nascondersi e ad assassinare i due consoli di quell'anno, Claudio Marcello e Quinzio Crispino? Annibale, come tutte le belve feroci,  ancora pi pericoloso quando  circondato e lotta per la propria sopravvivenza. Una sua zampata, persino se fosse agonizzante, potrebbe comportare per Roma mali tremendi che possiamo impedire soltanto mantenendo il grosso delle nostre forze in Italia, o in Sicilia, ma non nell'ostile Africa. E c' di pi. Invadere l'Africa significa invadere territori stranieri i cui uomini combatteranno a morte con un accanimento a noi sconosciuto. E sono infiniti gli insuccessi narratici dalla storia, tanti i re che tentarono di invadere regioni straniere e videro i loro piani frustrati, le loro presunte vittorie fallite, i loro soldati morti: gli Ateniesi in Sicilia, lo stesso Pirro qui in Italia... Si ferm, si volt e indic Scipione. Il tuo stesso padre e tuo zio in Hispania. E si gir di nuovo per evitare di affrontare lo sguardo del suo interlocutore. Invadere un Paese straniero  un compito che di solito si conclude con grandi disastri. Non si pu affrontarlo senza prima riunire tutti i mezzi necessari, e un anno non d margini sufficienti per un simile compito, meno ancora se veniamo tuttora attaccati da Annibale. Ma io so... so... E alz il tono della voce per tacitare i mormorii sorti tra i seguaci di Scipione, bench Publio fosse rimasto in silenzio, con uno sguardo in realt furioso bench contenuto per l'allusione diretta a suo padre e a suo zio. Lo so! grid Massimo a pieni polmoni, facendo zittire tutti. So che mi direte che alla fine il giovane Scipione ci  riuscito, a piegare i nostri nemici in Hispania, e che ora cerca di fare lo stesso invadendo l'Africa! Per, amici miei, patres et conscripti della patria, sembra che tutti vogliano dimenticare qualcosa che splende come un fal in una notte senza luna: l'Africa, senatori di Roma, l'Africa, vi dico, non  l'Hispania. E si gir di nuovo verso Scipione.
Publio lo guardava con intensit, le labbra strette, un rictus serio di formidabile integrit davanti all'attacco che stava subendo. Pochi ricordavano una critica cos dura contro un console appena eletto.
No, l'Africa non  l'Hispania sbott Massimo guardandolo negli occhi. In Hispania avete navigato nelle acque amiche della nostra Italia e delle colonie greche del Sud della Gallia. Siete sbarcati nel porto amico di Emporiae, avete trovato una base sicura a Tarraco, truppe disciplinate gi acquartierate in tutto il Nord di quel territorio con una frontiera delimitata dall'Ebro, poi avete preso una capitale, Carthago Nova, che i tre eserciti punici avevano deciso di non difendere e s, vedo che i tuoi amici qui ritengono che abbiate conquistato e sconfitto i Cartaginesi, ma, chiedo io, che vittoria  stata quella che ha permesso al pi temibile dei generali l insediati, Asdrubale Barca, fratello di Annibale, di riuscire a sfuggire alle nostre truppe e di accorrere in aiuto del fratello qui in Italia?  questo il modo in cui Scipione ci protegger sempre, attaccando dove pi gli piace, senza preoccuparsi dei nemici che ci circondano e vengono a distruggerci? E per di pi quando sappiamo che Magone, il fratello minore di Annibale, potrebbe attaccarci di nuovo da nord? Fabio Massimo ascolt ancora i mormorii che crescevano intorno a lui e quando Lentulo stava per imporre il silenzio scoppi in una sonora risata che rimbomb nella sala e fece zittire tutti lasciando l'uditorio in un silenzio confuso. S, rido perch a volte la follia del nostro giovane console mi commuove al punto che mi fa persino divertire: con la sua strategia un giorno questo giovane si meriter un trionfo, non ne dubito, solo gli di sanno quali citt conquister per meritarlo, ma la cosa buffa  che quando il nostro vittorioso generale torner a Roma trover soltanto rovine e cadaveri davanti ai quali sfilare, poich tutti i nemici che lo avranno evitato saranno arrivati fin qui per farci pagare col nostro sangue la sua audacia e la sua altezzosit. Il suo trionfo sar una sfilata tra i morti.
E qui i senatori del partito di Scipione si alzarono, con il fratello Lucio e il cognato Emilio Paolo in testa, proferendo grida inframmezzate da centinaia di imprecazioni agli di.
Per Giove Ottimo Massimo, questo  inaccettabile!
Questo  un affronto miserabile, per Castore e Polluce!
Infame!
Menzogne!
Non pu rivolgersi cos a un console di Roma!
Ma Publio non si alz. Vedeva come Fabio Massimo godeva nel riuscire a far perdere le staffe a tutti quelli che lo appoggiavano. Il vecchio senatore sorrideva compiaciuto, mentre passeggiava con le braccia conserte in mezzo all'aula, guardando come lo indicavano, come gli gridavano contro e lo minacciavano con i pugni. Era una altercatio in piena regola, come poche volte era riuscito a sollevare in Senato. Massimo era felice. Guard da una parte verso l'impotente Lentulo, che dal suo podio di presidente si sgolava esigendo il silenzio, e dall'altra vide il giovane Publio alzare le mani rivolto ai suoi per chiedere che obbedissero alle indicazioni del presidente. Ci contrari leggermente Massimo, ma con una lieve inclinazione del capo finse di apprezzare il gesto del suo avversario in quel dibattito e decise di continuare con il suo ragionamento. Anche Lentulo pot tranquillizzarsi e sedersi di nuovo dietro il suo podio. Con un panno inizi ad asciugarsi il sudore che gli inzuppava la fronte. Quella si stava rivelando una seduta dura da dirigere. Lo aveva immaginato, ma ora vedeva fino a che punto poteva diventare complesso il suo compito.
Vedo continu Massimo che la verit descritta nuda e cruda inquieta coloro che ti appoggiano, giovane Scipione, per ammiro la tua freddezza nel ricevere le mie critiche. E dentro di s intanto pensava: Vedremo se ti manterrai altrettanto sereno finch avr terminato la mia esposizione; poi continu: Ma finora ho descritto l'Hispania. Che dire dell'Africa? Ve lo spiegher in poche parole: in Africa non ci sono acque tranquille, bens triremi puniche, in Africa non c' un solo porto o una baia dove attraccare senza essere attaccati, in Africa non ci sono alleati, e nemmeno alleati poco affidabili come gli Iberi... Ah, vedo che qualcuno si sta alzando di nuovo... S, capisco... state menzionando Siface e Massinissa. Certo, certo. Il nostro giovane console ha stretto patti con entrambi, ma sembra che tutti dimentichino che i due, Siface e Massinissa, si odiano a morte poich entrambi competono da anni per essere re unici e assoluti della Numidia; ora ditemi: come pu essere che due nemici mortali lottino dalla stessa parte? Senza dubbio uno dei due passer dalla parte dei Cartaginesi, non appena le nostre truppe saranno sbarcate, ed  molto probabile che l'altro si vada a nascondere finch i nostri legionari verranno massacrati, per poi ricomparire e tornare alla sua lotta precedente, quella che davvero interessa loro: la Numidia, non Cartagine. Inoltre, quali garanzie pu offrire qualcuno che viene da una famiglia che ha visto i nostri legionari sconfitti e abbandonati dalle truppe con cui avevano stabilito un'alleanza, come  accaduto nel caso degli Scipioni con gli Iberi?  cos che sono morti il padre e lo zio del nostro giovane e ambizioso console. Di nuovo si fecero sentire voci e grida dai banchi di Scipione, ma a esse si contrapposero voci di sostegno a Fabio e, emergendo su tutto quel putiferio, la ferma voce dell'anziano princeps senatus si lanci in una nuova e ancora pi letale accusa: E per tutti gli di, come possiamo sapere, patres et conscripti, se dobbiamo fidarci delle alleanze stabilite da un giovane console inesperto contro il quale si sono ammutinate le sue stesse truppe a Sucro, durante le campagne in Hispania?.
La baraonda s'impossess dell'aula; Fabio Massimo cammin lentamente verso il suo posto, mentre insulti e minacce attraversavano il Senato come saette cariche di veleno. Solo due uomini sembrano estranei a quelle grida: Publio, serio, con un'espressione quasi ieratica, come assente, seduto sulla sua sella curulis, e Fabio Massimo, di spalle, che camminava piano fino a raggiungere il suo posto, dove pass una mano per scuotere la polvere da uno dei cuscini che si portava da casa per evitare il freddo della pietra contro le sue ossa stanche.
Lentulo, ancora una volta, si sgolava dal podio della presidenza, in fondo alla grande sala della Curia Hostilia.
Silenzio, silenzio, silenzio! Ordiner che abbandonino l'aula tutti quelli che non rispettano il silenzio! Per Giove, lo far!
La minaccia del presidente sort il suo effetto e le grida andarono scemando come la pioggia si stempera dopo un acquazzone estivo, ma quando tutti, incluso lo stesso Lentulo, pensavano che Massimo avesse terminato, il vecchio senatore si alz di nuovo e parl ancora, stavolta senza allontanarsi dai suoi, come se temesse l'effetto che avrebbero avuto le ultime parole del suo ben ponderato discorso e che dalle minacce si sarebbe passati alle vie di fatto.
L'Africa ora non  conquistabile. Annibale  qui, tra noi. Se il giovane console vuole mettere fine a questa guerra, mi sembra una buona cosa, ma che lo faccia qui, in Italia, sconfiggendo l'avversario. E se desidera tanta gloria per s, eccola:  qui, alla portata delle sue mani. Ma non in Africa, abbandonandoci tutti, il Senato e il popolo. Lo dico fissando negli occhi i tribuni della plebe qui presenti in rappresentanza di tutti i cittadini liberi di questa grande citt: andare in Africa significa abbandonare Roma. E devo aggiungere soltanto un'altra cosa, solo una cosa ancora: quando si  consoli di Roma, si  consoli per servire, per obbedire agli ordini, per salvaguardare la patria, non per decidere da s che citt attaccare o che popoli conquistare. Non secondo le nostre leggi. Quando si  console di Roma bisogna servire lo Stato e, oggi come oggi, si serve lo Stato, si serve Roma, si serve il popolo, combattendo qui in Italia contro Annibale. Mio caro giovane console di questa citt, devo ricordarti soltanto qualcosa che sembri aver dimenticato: Publio Cornelio Scipione, sei console di Roma... Un secondo di pausa. Non il suo re. Non sei re.
Ci che segu non furono grida normali, n gli insulti usuali in una classica altercatio delle tante che gli interventi di Fabio Massimo avevano provocato in Senato. Quello fu qualcosa di pi. Il presidente dovette intervenire a urla, aiutato dai suoi lictores, per riportare l'ordine in un'aula che, prima di tutto tra le fila degli Scipioni e poi, in risposta, tra i banchi dei seguaci di Massimo, era ormai in preda all'isteria. La seduta si era tramutata in una contesa verbale fatta di grida, insulti e altri affronti, dove la distanza tra le semplici parole e gli atti violenti ormai sembrava assai ridotta. Gli strilli di Lentulo, che minacci di nuovo di far uscire dall'aula tutti coloro che non avessero rispettato il silenzio, i gesti dello stesso Publio, che cercava di richiamare i suoi alla calma, e la presenza dei lictores ottennero pian piano l'obiettivo di riportare il Senato a un certo grado di calma: la calma che precede la tempesta.
Alla fine il presidente del Senato prese di nuovo la parola dal fondo dell'aula.
Ha ora diritto di replica il console Publio Cornelio Scipione, senza limiti di tempo come nel caso precedente.
Publio non si alz all'istante. Rimase seduto con i palmi delle mani sulle cosce. Teneva gli occhi fissi a terra, mentre ancora digeriva l'ultimo e pi vile degli insulti di Fabio Massimo e meditava su come fosse meglio iniziare il suo discorso. Ci aveva pensato bene e aveva preparato un esordio in cui esponeva, una per una, tutte le ragioni per cui allo Stato conveniva invadere l'Africa, ma gli attacchi diretti di Massimo avevano fatto s che quell'approccio non rappresentasse pi una risposta sufficiente a una critica cos feroce come quella che i senatori avevano appena sentito. Serviva qualcosa di pi diretto, qualcosa di diverso. Per finire si alz dalla sella curulis e, piano, si avvicin alla parete contigua all'ingresso della Curia, giusto nella zona conosciuta come ad tabulam Valeriam, poich l Valerio Messalla aveva ordinato che si dipingesse una delle pareti del Senato per commemorare la sua vittoria su Gerone di Siracusa. Publio rest vicino all'immenso dipinto. Un gigantesco fascio di luce solare entrava dalle porte aperte. Il console si trov proprio sotto quella poderosa esibizione di luce. E i senatori vedevano il magistrato, in piedi, circondato da una nuvola di particelle di polvere in sospensione, intento a osservare il grande quadro di Valerio senza dire nulla, come se fosse l da solo, trasportato forse in mezzo alla battaglia l rappresentata. Passarono cos alcuni istanti. Il presidente era sul punto di intervenire per chiedere al console se desiderava dunque esporre i suoi argomenti in risposta al discorso di Fabio Massimo quando, senza muoversi da dove si trovava e guardando ancora il quadro, Publio inizi a parlare con voce grave e seria, ma sostenuta dalla potente e innata energia della giovent che la faceva alzare lungo le pareti dell'edificio fino a raggiungere ciascun senatore.
Patres conscripti di Roma, mi rivolgo a voi, con il consenso del presidente di questa seduta del Senato, ammirando un bel dipinto che accompagna le nostre riunioni da pi di cinquant'anni, per l'esattezza cinquantanove, se la mia memoria non erra. Si volt allora verso i senatori e, camminando con studiata lentezza, si avvicin fino a rimanere al centro del grande corridoio che divideva i due grossi gruppi di banchi di pietra, andando a occupare la posizione che pochi minuti prima era stata di Fabio Massimo. Un dipinto che riproduce niente pi e niente meno che la nostra vittoria su uno straniero in terra straniera, il grande Gerone che governava Siracusa e con essa in pratica la totalit della Sicilia. Oggi, senza dubbio, la Sicilia  romana. Il nostro caro princeps senatus ci ha tenuto a ricordare quanto possa essere pericoloso tentare una conquista in un territorio straniero e ci ha fornito diversi esempi di popoli e re che ci provarono e fallirono, gli Ateniesi, Pirro e altri.  vero. Non lo nego. Ha ragione: senza dubbio conquistare un territorio straniero comporta ancora pi difficolt che proteggere e difendere il territorio appartenuto per decenni a Roma, come nel caso dell'Italia e delle citt alleate di Roma, ma alla fine, se i nostri antenati non avessero lottato per conquistare e ampliare i territori sui quali oggi governiamo, Roma non sarebbe quella che  oggi. Siracusa e la Sicilia, l rappresentate... e indic il grande quadro dell'ingresso senza guardarlo, ma tenendo lo sguardo fisso sui senatori ...erano territori stranieri e oggi sono parte di Roma, una provincia romana, e voi, patres conscripti, avete deliberato chi la governer nel prossimo anno. La questione non  se invadere l'Africa, territorio barbaro per la Roma di oggi, sia o meno un'impresa difficile; nessuno meglio di me, che ho meditato per giorni, settimane, anni su una simile impresa, sa che cosa potrei dover affrontare in quel territorio. No, non  questa la questione; il punto chiave  quale Roma ha in testa ognuno di noi, a quale Roma crede ognuno di noi. Si vede... e qui si volt leggermente verso Massimo ...che alcuni credono in una Roma con le sue attuali dimensioni e frontiere. Certo,  una visione ragionevole: preservare ci che i nostri avi ci hanno lasciato in eredit dopo averlo guadagnato con il sudore e il sangue sul campo di battaglia. Ma, cari patres conscripti, cari senatori di Roma, disse girando su se stesso per rivolgersi a tutti c' chi di noi crede in una Roma ancora pi grande, una Roma dove le frontiere attuali non devono necessariamente essere le stesse di quelle ereditate dai nostri gloriosi predecessori, tra di noi c' chi pensa, come Valerio Messalla, che si possa attaccare e conquistare anche quanto finora non  stato attaccato e conquistato, soprattutto se c' un buon motivo per farlo: l'Africa  il territorio da cui trae forza il nostro mortale nemico Annibale. E se nel fondo del vostro cuore non la pensaste cos, se nel fondo del loro animo i nostri antenati non avessero pensato in questo modo, su che cosa governeremmo? Su sette colli? O solo sul Campidoglio? Rifletteteci bene: in che Roma credete? Nella Roma piccola, spaventata e chiusa in se stessa che ci presenta Quinto Fabio Massimo o in una Roma grande e potente che regge i disegni del mondo? Dalle fila dei fautori di Massimo salirono le prime grida. Il presidente dovette intervenire per la prima volta da quando Publio aveva preso la parola, per chiedere silenzio. Ben presto tacquero tutti e il console pot proseguire con il suo discorso. Publio stava per abbassare un po' il tono furibondo con il quale aveva iniziato difendendo la sua strategia di invadere l'Africa, ma le parole taglienti usate da Massimo nel ricordare la morte del padre e dello zio gli rimbombavano ancora in testa. Massimo ha ricordato a tutti noi come mio padre e mio zio morirono in Hispania.  vero. Fabio utilizza sempre dati esatti. Dati esatti, s, ma li stravolge con parole estranee ai fatti in questione. Mio padre e mio zio sono morti in Hispania combattendo per la Roma grande, epica, nella quale la mia famiglia e tutti quelli che mi appoggiano credono, anima e corpo. Ma non sar io a rispondere alle allusioni personali con allusioni personali. Della famiglia del nostro insigne princeps senatus conosco personalmente il figlio, perch ho combattuto con lui a Canne. Ne conosco il coraggio e la sobriet, perch solo nel peggiore dei disastri conosci l'autentico valore degli uomini. Per quanto mi riguarda, qui, nella sacra Curia di Roma, non alluder a nient'altro che riguardi la famiglia del mio nobile avversario.
Nessun seguace di Massimo os dire niente per non svalutare quelli che in modo diretto erano elogi nei confronti del figlio del capo; tuttavia in modo indiretto il console aveva ricordato a tutti che, sebbene lui stesso avesse combattuto a Canne, la pi vergognosa delle sconfitte romane di tutta la storia, cos aveva fatto anche il figlio del princeps senatus. Era un velato attacco che Massimo accolse col viso serio, le labbra strette, ma senza muovere un solo muscolo del suo corpo anziano e rinsecchito. Il princeps senatus era curioso di vedere dove fosse disposto ad arrivare il giovane console nella sua replica. Publio prosegu.
Ma continuiamo con tutto ci che oggi  stato esposto in questa sede: mi si accusa di essere un codardo, di aver paura di affrontare direttamente Annibale. Bene, pi avanti toccher anche l'argomento della mia presunta vigliaccheria, ma voglio sottolineare innanzi tutto che da parte mia non credo che il princeps senatus sia un codardo. Rimane, d'altro canto, la questione cui alludevo prima. E Publio fiss Massimo negli occhi. E cio il fatto che secondo il popolo lui cerchi di ostacolarmi nella mia carriera politica e militare impedendomi di invadere l'Africa. No, non credo che tu ti opponga per invidia, anche se qualcuno lo potrebbe pensare; no, insisto con la mia argomentazione precedente: ti opponi al nostro attacco in Africa perch credi in una Roma debole, mentre io credo in una Roma forte. Tu credi che Roma abbia la forza per fare solo una cosa alla volta: prima Annibale, poi l'Africa; mentre io credo in una Roma capace di entrambe le imprese allo stesso tempo. Mi dirai, mi direte: dividere le forze a volte pu essere un errore. E credetemi, per tutti gli di, quando ripenso alla morte di mio padre e mio zio, che divisero le loro forze e morirono sul campo di battaglia, comprendo assai bene il peso e le conseguenze di questo genere di errore. No, non ho bisogno che nessuno mi ricordi quanto possa risultare pericolosa tale strategia, a seconda delle circostanze. Ora per giudicatemi per le mie azioni e non per quello che sentite dire di me. Sono stato diversi anni in Hispania e non ho praticamente mai diviso le mie forze, e sapete perch? Perch le circostanze non lo raccomandavano, perch per molto tempo ho disposto soltanto di due legioni per combattere contro tre eserciti nemici allo stesso tempo, per questo non ho diviso le mie truppe finch non ho ricevuto qualche rinforzo portato da mio fratello, qui presente. Ma Roma  assai pi grande e potente delle forze di cui potevo disporre io in Hispania. Roma attualmente ha all'attivo oltre venti legioni con cui fronteggiare i Galli a nord, i movimenti dei Macedoni lungo l'Adriatico, per mantenere il nostro dominio appena acquisito in Hispania e il nostro controllo su Sardegna e Sicilia, per assediare le citt italiane passate dalla parte dei Cartaginesi e per proteggere quelle che continuano a stare al nostro fianco, e infine per attaccare e inseguire Annibale. Come vedete, Roma  capacissima di fare pi di una cosa allo stesso tempo. E inoltre, pensate di nuovo con attenzione a come i nostri antenati hanno organizzato la stessa citt in cui oggi viviamo: una Repubblica con due consoli, non uno. E una Roma con due eserciti consolari, non uno, perch all'origine della saggezza e del potere delle nostre leggi  incisa in forma chiara e indiscutibile quanto possa essere utile, in alcune occasioni, dividere le nostre forze per raggiungere obiettivi distinti allo stesso tempo. Ci che io progetto, ossia invadere l'Africa e insieme lottare in Italia contro Annibale, non  contrario agli interessi dello Stato, ma si adatta alla perfezione alla forma secondo cui il nostro Stato  organizzato. Non bisogna distorcere nessuna legge n promulgarne una nuova, non occorre creare una carica di magistratura nuova, basta semplicemente usare le cariche e le leggi che ci hanno lasciato in eredit i nostri avi nella loro incredibile lungimiranza. Eppure... Eppure oggi, qui, si propone di trattare Annibale come se fosse diverso da tutti i nemici contro i quali abbiamo combattuto. Contro Annibale non valgono forse le strutture ereditate dai nostri anziani? Contro Annibale dev'essere tutto differente? Forse che contro Annibale non si possono impiegare due eserciti consolari in azioni diverse, come tante volte si  fatto in passato? Mi si accusa di avere paura di lui. Non sar invece, dico io, che sono altri ad avere paura di Annibale, un tale terrore da non volerlo combattere come si  fatto in passato? Ma io vi dico, per Giove Ottimo Massimo, che contro Annibale bisogna combattere senza paura e con audacia, perch questo e nessun altro  il modo in cui si combatte contro di lui. Ma c' dell'altro, molto di pi... Publio si pass la mano sui capelli che, tornando a Roma, aveva ripreso a tagliare corti per non richiamare l'attenzione con la chioma lunga e folta che aveva esibito a lungo in Hispania e che lo faceva sembrare ancora pi giovane. C' di pi. S. Quinto Fabio Massimo mi accusa da un lato di avere paura, per dall'altro mi accusa anche di essere un pazzo perch propongo qualcosa che per lui  del tutto impossibile: attaccare l'Africa con successo; e passa a enumerare tutti gli ostacoli che trover sul mio cammino. Paura? Dice che ho paura di Annibale e poi, da come la descrive lui, sembra che invadere l'Africa sia anche peggio. Stimati patres conscripti, credo che il nostro princeps senatus debba decidersi: o ho paura o sono un matto, ma credo che entrambe le cose insieme non reggano.
Qui si alzarono alcune risate tra i banchi di coloro che appoggiavano Scipione; dal canto suo, Massimo restava serio, controllato, persino interessato su dove stesse andando a parare il lungo sproloquio del suo avversario: il console si difendeva ma, al momento, Massimo era convinto che il suo discorso pesasse ancora di pi sull'animo dei senatori. Publio riprese a parlare.
Per tutti gli di, senatori, siamo in guerra da quattordici anni e non abbiamo attaccato l'Africa quando invece, appena siamo entrati in guerra con Cartagine e si combatteva in Sicilia, non in Italia, non facevamo altro che minacciare le coste africane con costanti incursioni. E ora, ora che il nostro nemico rade al suolo le nostre terre, ora che lascia spogli i nostri campi e massacra i nostri alleati, ora, tuttavia, scegliamo di non avvicinarci alle coste africane. Questo  assurdo. Di pi:  una vergogna nei confronti dei nostri avi, un'infamia, una vigliaccheria. Non pu e non deve continuare cos. Patres conscripti, non  ora che l'Africa senta sulla propria carne le aspre ferite della guerra che sta finanziando da quattordici anni? Non  arrivato il momento che siano i campi africani a restare incolti? Non  forse ora che siano le citt d'Africa a subire gli assedi, la fame, la miseria di questa guerra?
Tra i banchi di Scipione si levarono grida in suo favore che il presidente cerc di zittire.
Per Castore e Polluce, la guerra deve spostarsi in Africa!
Africa, Africa, Africa!
Invasione, sangue, tutto in Africa!
Ancora una volta, trascorso un minuto, la voce di Lentulo ristabil l'ordine nell'aula. Il console prosegu con il suo intervento, pi fermo, pi sicuro di s, bench l'impenetrabile sguardo di Massimo non smettesse di fargli sentire che non era riuscito a sconfiggerlo. Doveva essere ancora pi aggressivo. Di pi.
Non ci sono i mezzi, dice Massimo. Io non chiedo che un esercito consolare, come mi spetta per la carica che ricopro. Non c' un porto dove sbarcare, dice Massimo. Questo non  un viaggio di piacere. Se non ci sono amici sulla costa, prender la costa con la forza. Non ci sono alleati o quelli che mi sono fatto sembrano poco affidabili. Si diceva anche che tutti i popoli dell'Hispania fossero incostanti e oggi stesso abbiamo ricevuto la migliore dimostrazione di fedelt da parte degli ambasciatori di Sagunto, che ho potuto salutare prima dell'inizio di questa seduta. Sagunto, una citt che ha preferito essere rasa al suolo anzich passare dalla parte dei nostri nemici.  chiaro che Siface e Massinissa sono alleati poco fidati, ma forse uno dei due ci stupir dimostrandosi coraggioso come i Saguntini o altre trib iberiche che mi hanno aiutato a mettere fine al potere punico in Hispania. In ogni caso,  un rischio che sono disposto a correre, poich nessuna grande impresa si  mai compiuta sulle basi di una completa sicurezza. Inoltre, se persino Annibale ha trovato appoggi tra le citt italiche che credevamo del tutto fedeli alla nostra causa, perch non potrei trovare anch'io qualche popolo dell'Africa o della Numidia che si decida ad appoggiarci? Sono molti i rancori che il potere di Cartagine ha seminato tra i suoi vicini. Ma qui si insiste che l'Africa  un territorio pericoloso. Sicuramente. Siamo stati sconfitti in Africa gi in passato. Del resto, prima ancora, fummo sconfitti dai popoli del Lazio, dell'Etruria, della Magna Grecia, dagli Epiroti, dai Galli o dagli Iberi, e ora sono tutti sottomessi o tenuti lontani dalle nostre frontiere. Perch l'Africa dovrebbe essere differente? Quinto Fabio Massimo dice che un console deve servire lo Stato. Sono d'accordo, per oggi lo Stato lo si serve meglio attaccando l'Africa. L'Africa  la chiave di volta di questa guerra. La via alla nostra vittoria. L'Africa  la strada per sconfiggere Annibale.
Era stanco, sudato. Publio si ferm. Inspir un paio di volte. Inizi a muovere qualche passo di ritorno alla sella curulis, accanto ai suoi uomini, ma a met strada si ferm, alz di nuovo lo sguardo su tutti, facendo un giro completo, e termin il suo discorso.
Massimo si  sforzato di minimizzare, persino disprezzare le mie conquiste e le mie vittorie in Hispania. Parl molto lentamente; voleva che ogni singola parola rimanesse impressa nella mente dei senatori. Io potrei fare lo stesso con le campagne di Quinto Fabio Massimo, ma non lo far. Se fosse anche solo in umilt, in qualche cosa superer il princeps senatus. Sono nato per servire Roma. Sono console e come tale so di doverla servire ancora di pi. Sono console, non re. Invece si d il caso che tra noi ci sia chi, dal tanto essere console e persino dittatore di Roma, ormai si crede il re e pensa che noialtri siamo solo i suoi sudditi.
Con quella frase finale, Publio diede per conclusa la sua replica e si sedette, mentre dai banchi dei sostenitori di Massimo piovevano minacce, insulti e attacchi di tutti i tipi nei suoi confronti. Lentulo urlava a pieni polmoni dal suo podio, senza riuscire a ottenere che la pace tornasse nella grande Curia Hostilia. Fabio Massimo spostava lo sguardo tra i banchi dov'erano seduti i senatori pi moderati e che, come in tante altre occasioni, avevano in mano le sorti della decisione finale del Senato. Per lo pi rimanevano seduti e con il viso teso. Particolare che lo tranquillizz. Dovette controllarsi per non lasciarsi sfuggire un sorriso, un gesto inappropriato in quel momento. Se i moderati erano nervosi, il discorso del giovane console non li aveva convinti e, in caso di dubbi, Massimo sapeva che molti di loro si sarebbero risolti per l'opzione pi conservatrice, pi tradizionale, pi sicura. Inoltre il fatto che Publio gli avesse restituito l'insulto, dandogli del re, era stata una mossa poco elaborata, troppo semplice, persino grossolana, poich Massimo, con i suoi settantotto anni, ormai non aveva pi l'et per promuovere una rivoluzione e impadronirsi del controllo assoluto; al contrario, il suo rivale, il giovane console, lui s che avrebbe potuto avere simili ambizioni. Era quello su cui i senatori stavano meditando. Alla fine, Quinto Fabio Massimo aveva ottenuto ci che si proponeva: allontanare dalla mente dei senatori l'argomento centrale del dibattito, l'invasione dell'Africa, la guerra contro Annibale, e far s che tutti si concentrassero sulla paura che risvegliava l'ambizione infinita di quel giovane console. A ci avrebbero pensato i senatori mentre votavano, a nient'altro. Aveva la votazione in pugno, ma restava qualcosa da risolvere, un punto chiave. Il giovane e impetuoso console si sarebbe attenuto alle decisioni prese in quella sede?
Il tumulto proseguiva e gli strilli di Lentulo tentavano di dominare la situazione, ancora senza riuscirvi. Massimo si volt e parl con un vecchio senatore seduto al suo fianco: Quinto Fulvio, che era stato quattro volte console e una censore, un altro dei senatori pi anziani e rispettati della camera. Fulvio lo ascolt attento e annu un paio di volte.
Quando il clima si sar calmato rispose infine il senatore interverr.
D'accordo disse Massimo. Dobbiamo mettere fine a questa faccenda qui e ora. Ormai l'albero  maturo per essere abbattuto. E gli lanci un'occhiata piena di soddisfazione.
Fulvio sorrise annuendo di nuovo.
Lentulo riprese le redini del dibattito.
Bene, patres conscripti. Arrivati a questo punto e pregando gli di affinch ci concedano la saggezza nel momento della decisione, una volta esposte le opinioni del console Publio Cornelio Scipione da una parte e del princeps senatus dall'altra, abbiamo ora il dovere di votare su quanto  stato dibattuto in questa sede. La votazione sar nominale...
Un momento, presidente, con il tuo permesso, con la condiscendenza degli di e con l'autorizzazione dei miei colleghi, desidererei aggiungere qualcosa disse rapido l'anziano Fulvio, alzandosi dal suo banco.
Lentulo sembrava infastidito. Quella seduta sembrava non avere fine. Avrebbe dovuto rifiutare di presiederla, ma d'altra parte non tutti venivano eletti per presiedere una seduta del Senato; era un onore difficile da rifiutare. La vanit, ora lo vedeva chiaro, l'aveva messo in quella situazione.
Se l'illustre Quinto Fulvio desidera intervenire prima della votazione, non sar io a oppormi.
L'anziano rest in piedi al suo banco, accanto a Fabio Massimo.
Grazie, presidente del Senato nell'odierna riunione. Devo... mi sento in dovere di sollecitare che il console Publio Cornelio Scipione chiarisca davanti a tutti e davanti agli di le sue vere intenzioni, nell'atto di presentare la mozione che chiede non solo di poter ottenere il comando sulla provincia di Sicilia, che di fatto gi ha, bens anche su quella dell'Africa per avere cos la possibilit di attaccare quel Paese. Mi spiego: abbiamo sentito tutti nel Foro - andiamo... a Roma non si parla d'altro - che il nostro giovane console pensa di attaccare l'Africa con o senza il consenso del Senato. Qualora il Senato non gli conceda il permesso, presenter la sua mozione direttamente al popolo tramite i tribuni della plebe qui presenti. Per questo... per questo... per Castore e Polluce, per questo rifiuto di votare se prima il console non s'impegna ad attenersi a quanto verr deciso dal Senato. Se qui sta soltanto sondando il terreno per poi rivolgersi comunque ai tribuni della plebe e al popolo, che si rivolga fin dal principio a coloro a cui intende proporre la sua mozione. Se il Senato ormai non governa pi Roma, se questo  ci che pensa il nostro console, che lo dica con chiarezza. Sollecito dunque formalmente i tribuni della plebe a tutelare me e tutti i senatori che si rifiuteranno di votare finch il console non avr chiarito se intende obbedire o meno al Senato. I tribuni della plebe sono stati creati per difendere il popolo romano da decisioni ingiuste che da qui potessero emanare contro il popolo stesso, ma non per governare al posto del Senato. Cos  sempre stato e cos deve continuare a essere.
Per una volta ancora rimostranze e minacce si alzarono tra i banchi degli uni e degli altri. Il baccano era tale che stavolta Lentulo decise di operare in modo diverso. Mentre lasciava che i suoi lictores si sforzassero di far scendere la tensione e di far s che i senatori tacessero, il presidente scese dal suo podio e si avvicin ai tribuni della plebe. Intorno a lui si form un circolo di senatori, per la maggior parte favorevoli alla visione di Massimo e Fulvio.
Publio rimase seduto sulla sella curulis. Suo fratello Lucio gli parl all'orecchio.
Questo non ce lo aspettavamo.
No rispose Publio, nervoso ma controllato.
Lentulo e gli uomini di Massimo stanno facendo pressione sui tribuni aggiunse Lucio.
Lo vedo. Da qui non uscir niente di buono per i nostri interessi conferm Publio, stanco e confuso. Massimo lo stava battendo. Il giovane console capiva di aver commesso il pi vecchio di tutti gli errori possibili: aveva sottovalutato la capacit di opposizione del suo nemico. Aveva considerato la possibilit di perdere il dibattito al Senato, cos aveva pensato all'alternativa di presentare la sua mozione ai tribuni della plebe, se gli anziani senatori non avessero avuto il fegato per spalleggiare quel piano. Fabio Massimo, senza dubbio il pi formidabile dei nemici, magari non sul campo di battaglia ma di sicuro al Senato, aveva intuito la sua strategia e lo aveva anticipato. Proprio cos, lo aveva anticipato. Lo aveva superato nell'oratoria. O forse, anche se si erano dimostrati allo stesso livello, Publio avrebbe dovuto essere pi convincente affinch gli impauriti senatori osassero votare contro i postulati di Fabio Massimo. E, come se non bastasse, il suo secondo piano, quello di ricorrere al popolo, era ora in scacco.
Lentulo torn sul suo podio, senatori e tribuni della plebe fecero altrettanto raggiungendo le rispettive posizioni. Il presidente prese la parola non appena la baraonda si ridusse a qualche mormorio.
Quinto Fulvio ha sollevato senza dubbio una questione importante, prima di procedere alla votazione, e a questo punto sembra logico sentire che cos'hanno da dire in proposito i tribuni della plebe, a cui in forma eccezionale conceder la parola in questa seduta. E poi, se lo desidera, potr parlare anche il console Publio Cornelio Scipione concluse Lentulo guardandolo.
Publio annu. Il presidente sospir un po' sollevato e concesse la parola ai tribuni.
Gneo Bebio Tanfilo, il tribuno pi anziano, si alz e senza allontanarsi dal suo posto inizi a parlare. Publio lo guardava come se i suoi occhi potessero trapassarlo. Gneo Bebio misur le parole. Navigava in mezzo a due correnti, tra la tumultuosa tempesta degli Scipioni e l'insondabile profondit di Fabio Massimo.
Come  stato detto bene, noi tribuni assistiamo per sorvegliare che non vengano calpestati i diritti del popolo. La proposta di permettere al console Publio Cornelio Scipione di attaccare l'Africa  una questione che, a nostro avviso, non riguarda direttamente il popolo. Per questo pensiamo che debba essere il Senato a decidere, e se il Senato si pronuncer in senso negativo rispetto alla proposta del console... qui il tribuno si ferm un istante ...e il console dovesse presentare di nuovo detta proposta alla nostra attenzione, noi tribuni della plebe respingeremmo qualsiasi mozione che su tale argomento sia gi stata dibattuta e votata in Senato. In questo modo tuteliamo il senatore Quinto Fulvio, come da lui domandato pubblicamente dinanzi ai patres conscripti... Orbene... e per qualche istante cal il silenzio e tutti gli sguardi si fissarono su Gneo Bebio, compresi quelli di Fabio Massimo e del giovane console Scipione. Orbene... Se il console ritira la mozione dal Senato e se questa mozione, quella dell'invasione dell'Africa, arriva al nostro cospetto senza essere stata votata dai senatori, allora i tribuni della plebe... potranno esprimere la loro opinione in proposito.
Il tribuno si sedette. Lentulo guard il console. Publio sentiva sorgere mormorii da entrambi i lati della Curia, ma non c'era pi il frastuono di prima. Il console, con i palmi delle mani sulle cosce, guardava per terra. A un'estremit della grande aula, Massimo, che si mordeva la lingua con gli affilati denti da vecchio lupo, aveva creduto, attraverso Fulvio, di tranciare di netto la sua strategia di ricorrere al popolo in caso di insuccesso presso il Senato, ma le ultime parole del tribuno aprivano la possibilit di una crisi istituzionale, uno scontro tra il tribunato e il Senato, tra il popolo e i rappresentanti della Curia. All'altra estremit, Publio percepiva come l'insuccesso della proposta di mozione al Senato si avvertisse gi nell'aria. Era assai improbabile che il suo discorso avesse convinto la maggioranza necessaria di senatori per ottenere i suoi obiettivi. La voce di Lentulo gli arriv come da un altro mondo.
...Il console di Roma deve ora rivolgersi a tutti e rispondere alla seguente domanda: riconosci o no, Publio Cornelio Scipione, l'autorit del Senato per decidere sull'assegnazione delle province a ciascun console, cos come la capacit del Senato nel delimitare le azioni da portare a termine da parte di ciascun console in ognuna delle rispettive province? Riconosci questa autorit o no? Oppure il console decide di ritirare la mozione e presentarla - e qui devo essere chiaro, contro il mio parere e, sono sicuro, contro quello di gran parte dei senatori -, decide, dicevo, di presentare la mozione solo davanti al tribunato della plebe? Devo per insistere: mai, prima d'ora, il tribunato della plebe ha deciso sulle azioni militari di un console. Il magistrato Publio Cornelio Scipione ha la parola, ma come presidente di questa seduta devo avvertirlo che le sue parole dovranno essere misurate poich, in caso contrario, possono condurre Roma a una crisi istituzionale quale non si  mai conosciuta prima.
Tutti guardavano il giovane console e lui lo sapeva. Suo fratello stava per dire qualcosa, ma Publio alz appena la mano sinistra dalla gamba e Lucio tacque, mentre vedeva come il fratello maggiore si alzava per rivolgersi una volta ancora al Senato.
Credo che la seduta di oggi sia stata gi abbastanza lunga e piena di tensioni inutili per dibattere sul bene dello Stato. Chiedo un giorno di riflessione per rispondere a queste domande.
Dai banchi di Massimo si alzarono nuove grida, ma Fabio fece un gesto e i seguaci tacquero all'istante. Il princeps senatus si limit a guardare in direzione di Lentulo e ad annuire una volta. Il presidente assent a sua volta e decise di chiudere quella pesante e complessa seduta, almeno per quel giorno.
Il console ha chiesto un giorno di riflessione ed  in mio potere, come presidente, concederlo, considerando che la riflessione  sempre una buona cosa, ancor pi se pu impedire uno scontro fra il tribunato della plebe e il Senato, fra il popolo e i patres conscripti. Pertanto dichiaro sciolta la seduta fino a domani mattina alla stessa ora. Nihil vos teneo, non vi trattengo oltre.
E tutti i senatori di Roma uscirono a piccoli gruppi dall'edificio della Curia Hostilia. L'ombra del palazzo si stagliava allungata e in diagonale sulla grande piazza del Comitium. La moltitudine circond i senatori che uscivano da quella seduta estenuante e tempest di domande i patres conscripti. Cos corse di bocca in bocca il risultato ancora incerto del dibattito. Dal Comitium i commenti viaggiarono tra i Rostra, la Graecostasis e il senaculum e raggiunsero una moltitudine ancora maggiore, riunita sull'enorme spianata del Foro. In meno di un'ora, in tutta Roma non si parlava d'altro: il giovane console Publio Cornelio Scipione aveva difeso pi e pi volte la necessit di invadere l'Africa e Fabio Massimo si era del tutto opposto. Non c'era stata ancora nessuna votazione e si mormorava che il console avrebbe potuto ritirare la mozione e presentarla direttamente al popolo, rivolgendosi ai tribuni della plebe. Bebio aveva detto che se il console l'avesse ritirata dal Senato, avrebbero considerato la mozione. Era uno scontro diretto tra il Senato e il popolo. Tra Massimo e Scipione. Gli uni difendevano Fabio Massimo, la sua saggezza che li aveva salvati dall'attacco di Annibale, come pure l'autorit del Senato. Altri, stufi di quella guerra interminabile, stavano con Scipione: che i Cartaginesi assaggiassero un po' della loro stessa medicina, che la guerra arrivasse in Africa.
Fu in mezzo a quel tumultuoso imbrunire che Publio, circondato da migliaia di persone, alcune che lo acclamavano e altre che lo insultavano, scortato da suo fratello, suo cognato, Lelio e i suoi ufficiali, arriv alla propria domus all'estremit sud del Foro. Vari schiavi, appostati sulla porta della casa, spalancarono le porte della residenza per favorire l'accesso a tutta la comitiva che accompagnava il padrone nel suo ritorno dal Senato. Una volta che Publio e il suo seguito furono entrati, gli schiavi sbarrarono le grandi porte con enormi traverse in legno di quercia, rinforzate con serrature di bronzo. Al suo interno, solo la famiglia e gli amici. La casa di Publio Cornelio Scipione era chiusa per tutti gli altri, fossero clienti, curiosi, viaggiatori o senatori, non importavano la loro condizione o le loro necessit. Publio non avrebbe ricevuto nessuno per tutta quella lunga e lenta serata. Erano le sue istruzioni. Gli schiavi rimasero appostati sulla soglia. Il padrone non andava in alcun modo disturbato.

44. UNA VISITA INASPETTATA.
Roma, gennaio del 205 a.C.

Emilia, aiutata da Pomponia, la madre di Publio, dispose che nell'atrio fossero distribuiti triclini a sufficienza per accogliere il marito Publio, suo cognato Lucio, suo fratello Lucio Emilio, Gaio Lelio e il resto degli ufficiali amici del console. In via del tutto eccezionale, permise che la piccola Cornelia di sette anni e il beniamino della casa Publio figlio, di soli quattro anni, giocassero tra gli amici del padre, vicino all'impluvium. Gli impegni del marito, per anni occupato nelle campagne di guerra e, quando era a Roma, in Senato o con le centinaia di clienti plebei che si recavano alla casa degli Scipioni in cerca d'aiuto o consiglio, non lasciavano a Publio molto tempo da trascorrere con i figli; perci, ogni volta che lui era in casa, Emilia faceva s che i bambini gli rimanessero accanto, anche se ci significava mandarli a letto oltre gli orari che, in altre occasioni, la madre faceva seguire scrupolosamente a entrambi. I bambini erano felicissimi quando il padre era in casa.
Bisogna ricorrere ai tribuni, non c' altra soluzione stava commentando Lelio con veemenza.
Publio lo guard e annu piano, per era evidente che aveva molti dubbi. Guard il fratello, adagiato sul triclinio alla sua destra.
Non so... rispose Lucio, incerto.
Allora Publio guard il cognato, Lucio Emilio Paolo, fratello di sua moglie, figlio del grande console Emilio Paolo, di cui sempre apprezzava le opinioni sulle decisioni politiche; e quella, senza dubbio, era la decisione politica pi importante che doveva prendere nella sua vita.
La penso come tuo fratello, Publio cominci Emilio Paolo. Scavalcare il Senato, ritirando la mozione gi presentata per rivolgersi ai tribuni... generer un enorme conflitto. Fabio Massimo pu ricorrere persino alle legiones urbanae ed esigere una nuova dittatura per restaurare il potere senatoriale, se ritiene che si stia danneggiando la capacit decisionale del Senato in politica estera e nell'assegnazione delle legioni. Publio, il popolo in gran parte sta con te, ma via via che Fabio Massimo ricorrer ad altri stratagemmi politici, persino alla forza, l'appoggio popolare diminuir. Ed  vero che di fronte ad Annibale abbiamo bisogno di essere uniti. Anche questo il popolo lo apprezza. Fabio Massimo diffonder la menzogna che cerchi solo potere e gloria, persino a costo di infrangere le leggi. Credo sia meglio lasciare che la mozione venga votata in Senato... Il tuo discorso era buono e il fatto di accettare di sottomettersi al Senato sar ben visto da molti senatori moderati, disponendoli in tuo favore. Ma la votazione sar complicata. Qualcuno ha calcolato quanti voti...?
Io disse Lucio, il fratello di Publio. A essere ottimisti non avremo pi di centodieci o centoventi voti a favore. Massimo pu contare di sicuro su oltre centoquaranta voti. Qualcuno di pi e avr il controllo completo. E molti degli indecisi finiranno dalla sua parte.  una votazione persa. L'Africa dovr aspettare oppure dovremo affrontare il Senato e...
E...? chiese Publio.
L'idea non mi piace concluse suo fratello.
Nemmeno a me conferm Publio. Qualcuno ha un'opinione diversa?
Fece vagare lo sguardo tra i suoi ufficiali. Lelio non disse niente, ma aveva gi lasciato intendere ben chiaro che stava dalla sua parte e non si sarebbe tirato indietro nell'impresa di invadere l'Africa. Gli altri, Marcio, Silano, Mario, Trebellio e Digizio, tacevano. Non sapevano bene che pesci pigliare. Il potere del Senato sulle questioni militari era sacro, ma loro appoggiavano Publio fino alla morte. Se avesse deciso di scontrarsi con il Senato lo avrebbero seguito, ma non erano in grado di sostenere quell'idea da soli. Publio comprendeva i loro sentimenti e non li incolpava certo di esitare.
In mezzo a quel pesante silenzio, risuonarono vari colpi secchi e fermi sul grande portone della domus degli Scipioni, nel cuore di Roma. Publio non vi prest grande attenzione, bench i colpi si ripetessero un paio di volte. Si sarebbero occupati i suoi schiavi di liberarsi dell'inopportuno o degli inopportuni visitatori. Abbass lo sguardo, mentre continuava a meditare sul da farsi. Tutti tacevano. Lelio stava bevendo un po' di vino bench la tensione non gli permettesse di gustarlo come al solito. Lucio ed Emilio Paolo piluccavano un po' d'uva, pi per riempire il succedersi dei secondi che per fame. Marcio, Silano e il resto degli ufficiali non osavano nemmeno allungare una mano sulla frutta che veniva loro offerta. Di colpo uno degli schiavi che stavano alla porta, l'atriense, che in virt della sua carica era colui al quale spettava di rivolgersi al padrone in simili circostanze, apparve accanto all'impluvium dove i piccoli, del tutto ignari delle lotte politiche di Roma, giocavano con piccole barche di legno che avevano costruito con lo zio il pomeriggio prima. Eppure anche i due bambini percepivano una strana sensazione, diversa dalle altre riunioni che il padre aveva celebrato con tutti quegli uomini. Nessuno rideva.
Publio guard l'atriense dando chiari segni di irritazione e, in effetti, per quanto tentasse di moderare i suoi impulsi, quella sera era particolarmente teso e qualsiasi mancanza da parte della servit poteva scatenare la sua ira. Cos quello schiavo fu sul punto di essere l'oggetto della furia del console, che si stava alzando piano deciso a far frustare quell'imbecille, quando il servitore s'inginocchi e parl rapidamente con gli occhi bassi.
So che hai detto di non infastidirti, lo so, mio signore, ma... Quinto Fabio Massimo.
E lo schiavo si accovacci come un gomitolo accanto ai bambini, che lo guardavano sorpresi. Non avevano mai visto quell'uomo cos spaventato. Guardarono il padre. Il viso del console, in piedi, cambi d'espressione: dalla collera pass alla confusione e dalla confusione alla sua innata curiosit. Tutti lo osservavano.
Lo hai fatto entrare? domand.
Lo schiavo rispose a testa bassa.
 nel vestibolo, mio signore, nel vestibolo. La voce gli tremava. Non aveva rispettato gli ordini del suo padrone, ma non poteva essere che il padrone includesse in quell'ordine il princeps senatus in persona.
Publio si sedette.
Hai agito bene, atriense. Puoi stare tranquillo.
Lo schiavo sospir, ma senza osare muovere un solo muscolo del suo corpo rannicchiato.
Fallo accomodare fu la conclusione del console, e lo schiavo part quasi gattonando.
L per l Publio non aggiunse altro e si limit a guardarsi intorno. Le facce di tutti riflettevano la confusione e l'incertezza per quella visita inaspettata.
Non ti fidare gli disse suo fratello Lucio all'orecchio. Massimo non dice due frasi di seguito che siano vere.
Publio annu.
Con studiata lentezza e un passo all'apparenza debole, Quinto Fabio Massimo fece il suo ingresso nell'atrio della casa del suo pi mortale avversario politico. Si avvicin all'impluvium e, tenendo lo sguardo alto per studiare il conclave di uomini l riuniti, non vide il piccolo figlio di Publio nel quale inciamp. Il bambino si scans e si nascose dietro la sorella. L'anziano senatore, con una strana agilit per i suoi anni, si mantenne tuttavia in piedi appoggiato al suo lituus, il vecchio bastone da ugure che portava spesso con s per ricordare a tutti la sua capacit di leggere il futuro. Massimo si ferm e guard il piccolo. Senza dire niente sorrise con quella che voleva essere una smorfia affabile e la sua bocca esib una dentatura decrepita dai denti affilati per l'uso, mentre sul labbro inferiore sporgeva ancora pi del solito la grossa verruca che gli era valsa il nomignolo di Verrucoso. Il piccolo Publio di quattro anni, in un gesto che commosse suo padre, non arretr ancora bens riapparve da dietro la sorella e si piant davanti a lei, come per proteggerla, dritto nel suo metro scarso di altezza, teso, serio. Massimo, che non aveva visto corrisposto il suo sorriso, inarc le sopracciglia e si diresse verso il padrone di quella casa. A due passi da Publio, si ferm e lo salut come si conveniva alla sua condizione.
Ti saluto, giovane Publio Cornelio Scipione, console di Roma, e ti chiedo scusa per la mia intromissione nella tua vita famigliare a quest'ora tarda, specie dopo una lunga giornata trascorsa al Senato.
Ti saluto, Quinto Fabio Massimo. Il princeps senatus  sempre il benvenuto in questa casa rispose Publio con cordialit, almeno in superficie.
 bene replic Massimo che in questa casa si riconosca l'autorit del Senato e dei suoi umili rappresentanti.
A nessuno sfugg quell'allusione. Lelio fu quasi sul punto di rompere la coppa che stringeva in mano. Massimo gli dedic una rapida occhiata. Lelio abbass gli occhi, ma nell'espressione del veterano tribuno il vecchio senatore aveva gi letto tutto quanto giudicava necessario.
Dal canto loro, Marcio e gli altri ufficiali l riuniti guardavano Massimo con un disprezzo che cercavano di occultare, ma tutti dovevano ammettere che quel vecchio aveva fegato. Era l da solo, in mezzo a tutti loro e all'apparenza disarmato. Anche se di sicuro alla porta aveva una poderosa scorta, l era solo. Del resto chi, a Roma, avrebbe potuto sfiorare anche solo un capello di quell'uomo? Un'aggressione a Fabio Massimo significava la condanna a morte automatica per tutti gli implicati, quale che fosse la loro condizione. No, Massimo era coraggioso ma non matto: sapeva valutare fin dove poteva rischiare e, in qualunque caso, quello era lo stesso uomo che aveva dichiarato guerra a Cartagine, anni prima, nel Senato della citt punica, circondato da centinaia di senatori punici furibondi. Non avrebbe certo temuto un pugno di ufficiali romani.
Sono venuto ad avvertirti, Publio Cornelio Scipione. Fabio Massimo si raddrizz mentre parlava. Non osare sfidare l'autorit del Senato. La mozione sull'invasione dell'Africa deve essere decisa in Senato, solo in Senato.
 una minaccia? chiese Publio con freddezza.
 un consiglio, console di Roma, il consiglio di un anziano ugure...
A me avevi predetto che Publio non sarebbe tornato vivo dall'Hispania e siamo qui tutti, sani e salvi lo interruppe Gaio Lelio, a cui Fabio Massimo stava sullo stomaco da quell'ostile incontro nella sua villa nei dintorni di Roma.
Fabio Massimo si volt e affront il veterano. Gli rispose senza un briciolo di nervosismo, con voce ben temperata e controllata.
A quanto ho sentito, Gaio Lelio, ci  mancato poco, molto poco, ma la dea Fortuna ha deciso di intercedere e di restituirci il nostro giovane console strappandolo alle orribili mani della malattia, e di questo mi compiaccio. Tuttavia, nella loro sostanza, le mie previsioni si realizzano e si mantengono. Massimo osserv ancora una volta il viso furibondo del tribuno, mentre parlava lentamente. La mente di Lelio si era fatta pi malleabile, pi incline al dubbio. Il console sar anche tornato vivo, ma sembra che abbia perso la ragione e vuole portarci tutti alla morte e alla distruzione.  quasi come essere morto concluse, ora con gli occhi su Publio.
La tensione si poteva tagliare con il coltello. La dolce e soave voce di Emilia sparse un'aura di calma sulla tempesta di emozioni a confronto.
Il princeps senatus penser che abbiamo dimenticato le buone maniere romane. Posso offrire qualcosa da mangiare o da bere al nostro insigne visitatore?
Massimo si volt verso la signora di quella casa e si chin lievemente mentre rispondeva.
Vedo che qui c' chi mantiene l'ordine e la tradizione romana, e questo mi fa nutrire la speranza che il buonsenso torni a regnare tra queste nobilissime e rispettabili pareti. Quelle degli Scipioni e di Emilio Paolo sono famiglie di grande fama e lignaggio, e io aspiro soltanto a trovare di nuovo un accordo per farla finita con il nostro nemico comune: Annibale.
Segu una pausa, durante la quale Emilia fece portare da uno schiavo un po' d'acqua per l'anziano senatore, che accett bagnando le labbra e la prominente verruca nel fresco liquido trasparente che gli veniva offerto in un calice d'argento. Gli occhi di Publio rimasero fissi sulla figura dalla pelle secca e rugosa per tutto il tempo che stette piantata di fronte a lui, in mezzo ai suoi amici e alla sua famiglia, come un fastidioso spino che cresce nel migliore dei giardini.
Spostiamoci nel tablinum disse il giovane console, indicando la tenda dietro il suo triclinio. Parleremo in privato.
Quinto Fabio Massimo torn a bagnare le labbra nel calice d'argento. Aveva bisogno di un secondo per pensare. Non si era aspettato quella mossa. In privato? Forse il console voleva dirgli cose che i suoi non dovevano sentire? Poteva essere un buon segno. Poteva essere disposto a cedere. Questo gli interessava. Quando qualcuno vuole ritrarsi,  pi facile farlo in privato che dinanzi a famigliari e amici. Oppure voleva forse attentare contro la sua persona senza che ci fossero testimoni? Improbabile e assurdo, ma soprattutto ci avrebbe posto fine a qualsiasi piano di invadere l'Africa. Se cos fosse successo, almeno sarebbe morto per il bene dello Stato. Quinto Fabio Massimo non aveva paura, men che meno di uno Scipione. Con la mano sinistra palp la daga che teneva nascosta sotto la toga, mentre con la destra posava la coppa d'acqua sul vassoio sostenuto da uno schiavo.
D'accordo. E Quinto Fabio Massimo, passando tra Emilia e il triclinio vuoto di suo marito, segu Publio Cornelio Scipione che, scostata la tenda del tablinum, attendeva l'arrivo del princeps senatus.
Il vecchio senatore entr nello studio e si accomod su un sobrio solium vicino al tavolo. Publio chiuse la pesante tenda e i due uomini rimasero soli.
Nonostante la quiete di quell'ambiente, attraverso la tenda filtravano i mormorii di quanti erano rimasti fuori e, ancor pi, si sentiva il tumulto permanente della notte romana.
Ti rispetto, Publio Cornelio, inizi Massimo perch continui a vivere nel centro di Roma. Alla mia et ho bisogno di riposo, il mio sonno debole e troppo leggero non  compatibile con il costante rumore notturno delle strade. Per questo da anni vivo nella mia villa. Un giorno dovrai venire a farmi visita.
Publio si sedette su un solium all'altra estremit del tavolo che, situato tra i due, sembrava rappresentare il muro che separava i due uomini, per quanto educati volessero mostrarsi. Il console tard a rispondere al commento del suo interlocutore, ma Massimo non mostr alcuna fretta. Poi Publio and direttamente al punto.
Non voglio ricorrere ai tribuni, ma lo far se non mi lasci altra scelta.
E che altra scelta posso lasciarti, console di Roma? Mentre parlava, Massimo si inclin verso il tavolo. Non posso permettere che per la tua follia lo Stato, in mezzo a questa guerra cruenta e lunga, perda due legioni appena armate e addestrate, con tutte le loro truppe ausiliarie e i loro rifornimenti, un intero esercito consolare imbarcato in una pazza avventura la cui fine sar la stessa che gi sub Regolo, molti anni fa: l'annientamento in Africa. Ecco l'unica cosa che troverai in quelle terre.
Publio inspir a fondo. Gi per ottenere il comando della missione in Hispania aveva dovuto cedere di fronte a Fabio Massimo. In quell'occasione aveva accettato di non essere nominato proconsole e ci, anche se l'aveva portato alla vittoria assoluta nella penisola iberica, lo aveva privato del meritato trionfo per le strade di Roma. Ora intuiva che, se voleva ottenere che Fabio accettasse l'idea dell'invasione, ancora una volta doveva cedere qualche cosa... Ma cosa?
E se gli eserciti consolari restassero in Italia, entrambi, sia quello di Licinio Crasso sia quello che mi spetta? chiese Publio in modo enigmatico. Allora permetteresti che sia approvata al Senato la mia mozione di invadere l'Africa?
Fabio Massimo si inarc all'indietro. Era assurdo.
E con che cosa, se  lecito saperlo, con quali truppe invaderesti l'Africa? Tu da solo? Non ti sapevo cos forte. Sorrise con cinismo.
Publio non cedette e mantenne la compostezza.
Con soldati volontari, con quelli che vorranno seguirmi, non reclutati con le leve, ma solo coloro che mi vorranno seguire, pi le truppe che gi abbiamo acquartierate in Sicilia.
Fabio Massimo valut la questione. Quanti volontari avrebbe potuto ottenere il console per quell'impresa? Non molti. L'Africa ispirava terrore. Solo gli uomini molto fedeli agli Scipioni l'avrebbero seguito. Forse qualche migliaio. Insufficienti per un'invasione, un numero insignificante, tenendo conto che i Cartaginesi potevano riunire con facilit trenta o quarantamila uomini in poche settimane e che avrebbero potuto avere dalla loro parte il potente esercito di Siface, con oltre cinquantamila uomini. Tanto per iniziare. E in Sicilia che cosa c'era?
In Sicilia non ci sono truppe, solo piccole guarnigioni per la difesa di Siracusa o Lilibeo e di altre piccole citt disse Massimo, a conclusione dei suoi pensieri.
Ci sono la V e la VI legione disse Publio e, non appena l'ebbe detto, il suo stomaco si annod, come se pronunciare quei nomi stesse gi ratificando un patto segreto che lo avvicinava sempre di pi al regno dei morti.
Ma sono le legioni maledette. Sono truppe che non esistono, che in questa guerra non contano.
Proprio per questo! Publio difese con veemenza la propria proposta. Se non contano per nessuno, se Roma non le vuole, che le lasci usare a me. O riuscir a trasformarle in truppe adatte per un'invasione oppure morir in poco tempo con tutti loro, non appena saremo sbarcati in Africa. Ti cedo molto, Quinto Fabio Massimo, ti cedo tutto il mio esercito consolare, per non penso di cedere nell'idea di invadere l'Africa. O cos o i tribuni della plebe.
Quinto Fabio Massimo si alz piano e gli diede le spalle, mentre pensava. Quello studio era zeppo di rotoli e rotoli scritti in greco. Tutto quel greco aveva stregato gli Scipioni. Li aveva scombussolati completamente, ormai scorreva nel loro sangue decadente, ma il patto che gli offriva il console era buono. Abbastanza buono, anche se poteva essere migliorato. Poteva essere perfetto. Massimo si volt e torn a sedersi.
D'accordo, la senatum consulere sar la seguente. E tacque un istante, mentre metteva in ordine le sue parole; Massimo aveva usato il termine senatum consulere anzich relatio, perch il secondo era generico e applicabile a qualsiasi mozione presentata dal popolo o da altri magistrati, ma la relatio che si sarebbe votata l'indomani era su istanza di un console e il termine esatto era senatum consulere: la precisione per Massimo era la chiave tanto nella forma come nel contenuto, e il contenuto era ci che ora cercava la sua mente ancora agile. S... Il presidente proporr di votare se si concede il permesso di invadere l'Africa dalla Sicilia, con i volontari che riuscirai a riunire qui a Roma e i rifornimenti che ti procurerai senza toccare un solo asse del tesoro pubblico, il che implica che dovrai finanziarti le armi e la tua propria flotta per trasportare i tuoi volontari in Sicilia e, questo s, una volta nell'isola potrai unire alle tue truppe di spedizione le legioni maledette, se tanto le stimi, ma non potrai reclutare le guarnigioni delle citt n arruolare soldati nell'isola. Cos, e soltanto cos, sono disposto ad appoggiarti dinanzi a tutti i senatori. Tu avrai via libera in Africa e non presenterai la mozione di oggi ai tribuni.
Publio deglut a vuoto. Dire che con quella mozione aveva via libera per l'Africa era una chiara iperbole, per era cos; l'alternativa era ricorrere ai tribuni e generare una grande frattura sociale, dalle conseguenze incalcolabili. Inoltre esisteva la possibilit che i tribuni si vedessero cos pressati da Fabio e dai suoi che, all'ultimo momento, non avrebbero osato appoggiare l'invasione nemmeno loro e a quel punto avrebbe perso tutto. Sarebbe stato console per niente. Publio annu ripetutamente, ancora in silenzio, come per convincere se stesso che stava facendo la cosa giusta, mentre calcolava il denaro di cui disponeva la sua famiglia con cui poter finanziare una flotta. Ancora non gli era chiaro se fosse sufficiente, ma non c'era margine di negoziazione.
D'accordo. Non aveva ancora fatto bene i conti, ma ormai lo aveva detto. Era fatta.
Quinto Fabio Massimo si alz soddisfatto.
E sia conferm l'anziano princeps senatus. C' solo un'altra condizione...
Publio lo guard incredulo. Non poteva esigere altro da lui.
Fabio modul il proprio discorso. Quello ottenuto era un buon patto e nemmeno lui voleva tirare la corda pi del necessario.
In realt non  una condizione in pi, bens una forma con cui il Senato si assicura che vengano rispettate le condizioni imposte dal senatum consulere che approveremo domani.
E cio...?
Il Senato nominer il quaestor della spedizione, che funger da quaestor delle legioni di Sicilia e dei volontari che arruolerai a Roma. Solo cos accetter che si approvi la mozione.
Di certo non era una nuova condizione, ma di sicuro un inconveniente in pi. Un quaestor ostile all'idea dell'invasione sarebbe stato come far avanzare un carro con i pali infilati tra le ruote. Per di pi Publio gi stava pensando a come saltare alcune delle limitazioni contenute nella complessa relatio che avrebbe proposto Massimo, ma se il quaestor era nominato dallo Stato...
D'accordo accett secco, freddo, ormai stanco di quell'uomo.
Quinto Fabio Massimo si erse, gonfio d'orgoglio. Un'altra vittoria da sommare alla sua lunga carriera politica. Quando si accomiat da Scipione si contenne, ma sentiva di salutare qualcuno che non avrebbe mai pi visto. La sua intuizione di ugure glielo suggeriva. E di solito non si sbagliava: il corpo di Scipione era pur tornato vivo dall'Hispania, ma la sua mente era cos sconvolta da quella folle idea che ormai era solo cibo per gli avvoltoi.
Il console, ancora seduto sul solium, guard Massimo uscire dal tablinum, scostando la tenda con una mossa decisa, e passare tra i suoi invitati senza quasi trattenersi per i saluti di prammatica. Publio avvertiva la strana sensazione di aver negoziato male. Pi tardi, quando, circondato da tutti, al centro dell'atrio, and illustrando le condizioni dell'accordo, la sua intuizione si vide confermata dalle facce afflitte dei suoi famigliari e amici, in particolare dall'espressione cupa della madre, bench Pomponia, sempre discreta, si guardasse bene dal criticare le strategie del figlio maggiore, tanto meno in pubblico.
Publio percepiva che, nonostante tutto, molti lo avrebbero seguito nella sua epopea africana perch gli erano leali all'infinito, ma era evidente che nessuno pensava che quella invasione potesse avere qualche successo, non senza un esercito consolare, senza approvvigionamenti appropriati e, meno ancora, se il corpo centrale dell'esercito di spedizione doveva essere formato dalle legioni maledette.

45. LA VOTAZIONE.
Roma, gennaio del 205 a.C.

Il giorno successivo, un nervoso e non ancora del tutto riposato Gaio Lentulo, praetor urbanus, che ancora una volta presiedeva la continuazione della seduta interrotta il giorno prima, si alz sul suo podio e modulando la voce si rivolse, di nuovo, al conclave completo dei senatori di Roma.
Quod bonum felixque sit populo Romano Quiritium referimos ad vos, patres conscripti... Incarichiamo voi, patres conscripti, di deliberare per il bene e la felicit del popolo romano dei Quiriti, ancora una volta. Oggi voteremo una mozione modificata che il console, dopo le sue ore di riflessione, mi ha presentato corretta in vari punti, una mozione che sembra abbia un accordo consensuale e che forse potr essere accettata dai patres conscripti, intendo dire dai patres et conscripti qui riuniti, ed  una senatum consulere.
Lentulo guard per un istante Fabio Massimo e Publio intercett l'occhiata; era chiaro che la visita di Massimo in casa sua non era stata l'ultima del princeps senatus, la sera prima. Publio si chiese se quel vecchio dormisse mai, qualche ora, di giorno o di notte, ma intanto Lentulo riprese a parlare.
Bene, la mozione che deve essere votata sar la seguente: Publio Cornelio Scipione, console di Roma, al comando delle truppe in Sicilia, rinuncia al suo diritto a disporre di un esercito consolare proprio, che rester in Italia, affinch queste truppe continuino a combattere contro Annibale o contro qualsiasi altro nemico ci attaccher sul suolo italico e...
Voci indignate sorsero tra le file dei fautori degli Scipioni e della famiglia di Emilio Paolo. Publio si alz e con i palmi delle mani rivolti verso il basso reclam il silenzio dei suoi seguaci. Questi, ancora confusi e arrabbiati, ammutolirono. Gaio Lentulo pot proseguire la lettura della mozione.
Bene, bene... Ringrazio il console per il suo intervento... Vediamo se  possibile terminare oggi. Vediamo... Dov'ero rimasto? S, ecco, il console Publio Cornelio Scipione riceve il comando della Sicilia, ma senza l'esercito consolare, che resta in Italia; in cambio il console potr contare su tutti i volontari che vorranno seguirlo e su una flotta che lui stesso, con i suoi mezzi, sar in grado di finanziarsi senza ricorrere allo Stato. Una volta in Sicilia, il console Publio Cornelio Scipione avr potest di lanciare un attacco contro l'Africa, se lo stima opportuno, ma a tale scopo non potr aggiungere al suo esercito di volontari n le guarnigioni l acquartierate per proteggere le citt siciliane, n tanto meno effettuare delle leve. Al loro posto, in maniera del tutto eccezionale, bench queste truppe siano bandite ed estromesse dai combattimenti, il console potr impiegare la V e la VI legione per la sua impresa... E la voce di Lentulo, ancora una volta, scomparve in un mare di grida e improperi dei seguaci di Publio. Cio quelle legioni, quelle legioni... ulul il presidente quasi saltando sul suo podio quelle legioni che chiamano legioni maledette.
Publio si alz di nuovo dal suo posto per reclamare il silenzio. A denti stretti, i senatori favorevoli alla sua causa obbedirono a quegli ordini, ma erano sempre pi arrabbiati e confusi, poich non vedevano a cosa portasse tutto ci se non a votare una mozione assurda, che in pratica riduceva a zero le possibilit per Publio Cornelio Scipione di portare a termine un attacco contro l'Africa con una minima garanzia di successo. Una volta ristabilito non gi il silenzio, ma un livello di mormorii che permettesse di esprimersi a voce molto alta, Gaio Lentulo riprese la parola.
E per terminare, il Senato si riserva il diritto di nominare il quaestor della V e della VI legione, che veglier affinch tali condizioni vengano seguite alla lettera. Ultima annotazione, e molto importante... Ora si rivolgeva al vecchio senatore Fulvio. Il console mi ha manifestato la sua ferma volont di accettare la votazione del Senato come definitiva e di non ricorrere ai tribuni della plebe per presentare alcuna mozione alternativa a quella che ho appena finito di esporre. Ed  questa che andremo a votare.
Gaio Lentulo riprese posto e lasci che per qualche minuto grida, insulti, minacce e ingiurie venissero profferite dagli uni e dagli altri, finch la stanchezza stessa di coloro che gridavano l'ebbe vinta sui patres conscripti. La votazione doveva aver luogo, perci in questa occasione il praetor urbanus decise di prendersi il tempo necessario affinch il silenzio calasse di nuovo sull'aula. Quando gli uni e gli altri si stancarono di gridare e ripresero i loro posti, fecero finalmente caso ai gesti di Lucio Emilio Paolo, per i seguaci di Publio, e del vecchio Fulvio, per i fautori di Massimo, poich n il console n il princeps senatus si erano pi alzati del loro sedili, bens restavano fermi e dritti, immobili, studiandosi l'un l'altro con gli occhi, come se volessero leggersi reciprocamente nel pensiero per comprendere chi dei due fosse sul punto di cedere e di accettare una follia. Massimo era persuaso che costui altri non fosse se non l'impulsivo giovane console, mentre lo stesso Publio, visto che la reazione dei suoi seguaci, al pari di quella dei famigliari e degli amici la sera prima a casa sua, era di totale rifiuto verso quanto lui stesso era pronto ad accettare, iniziava a pensare che cos tanta gente non poteva sbagliarsi e di sicuro l'unico che stava guadagnando qualcosa in quella seduta altri non era, un'altra volta ancora, se non il vecchio e sempiterno Quinto Fabio Massimo. Lentulo si alz di nuovo e si rivolse a tutti dal podio.
E sia, non appena la mozione sar stata definita e resa pubblica, procederemo alla votazione, che sar a voce alta e nominale utilizzando le tradizionali formule di risposta: uti tu rogas, come da te richiesto, o, in questo caso, consentio Scipioni, d'accordo con Scipione, per chi  favorevole alla proposta del console; oppure nequaquam ita sit, che in nessun modo sia cos, per chi  contrario. Inizier, poich non pu essere diversamente, chiedendo il voto del pi anziano di tutti noi, cio del princeps senatus. Lo chiamer dunque col suo nome: Quinto Fabio Massimo!
Il vecchio Massimo si alz. A tutti era piuttosto chiaro che Massimo avrebbe accettato quella proposta con la quale si lasciava il console praticamente sprovvisto di mezzi per mettere in atto il suo piano in Africa; e solo tra i seguaci di Publio ci sarebbe stato qualcuno che alimentava la confusa speranza che, pur di rifiutare quanto proveniva da Scipione, lo stesso Massimo avrebbe respinto anche questa proposta e cos, per la sua cocciutaggine, avrebbe salvato il giovane console da un consolato non operativo nel migliore dei casi e, nel peggiore, da un destino votato alla morte. Ma le speranze di costoro erano vane. Quinto Fabio Massimo si alz e, ponderata molto bene la scelta delle parole, evitando di pronunciare il nome di Scipione, al posto di utilizzare consentio Scipioni, opt per la formula pi impersonale.
Uti tu rogas disse, a voce bassa, come un sussurro, che per rimbomb nei timpani di tutti, poich il silenzio si era impadronito della grande aula del Senato di Roma dinanzi all'attesa di conoscere l'opinione di Massimo. Uti tu rogas ripet, e si sedette lentamente sul suo sedile.
Dopo il voto favorevole del princeps senatus, arriv la cascata dei voti favorevoli dei suoi seguaci, cos come degli abbattuti sostenitori di Publio Cornelio Scipione, che non capivano perch un generale cos valoroso accettasse condizioni tanto umilianti per il suo primo consolato.
Publio, dal canto suo, nel vedere cos sommamente soddisfatto il suo eterno rivale, nel contemplare il sorriso di Fulvio e dei senatori vicini all'anziano princeps senatus, comprese senza pi dubbi che, una volta ancora, Quinto Fabio Massimo lo aveva sconfitto al Senato, come gi aveva fatto in passato, quando gli aveva strappato il titolo di proconsole prima di partire per l'Hispania. E ora gli lasciava il consolato, ma gli toglieva l'esercito, gli proibiva di reclutare uomini con la leva e gli lasciava solo il comando di alcune truppe disprezzate da tutti, perch considerate inutili, vili e insulse. Publio seppe in quell'istante che una volta ancora avrebbe dovuto recuperare sul campo di battaglia tutto ci che aveva perso al Senato, solo che stavolta avrebbe dovuto affrontare lo stesso Annibale, e al proprio comando avrebbe avuto soltanto la V e la VI legione. Deglut a vuoto, mentre la votazione seguiva il suo implacabile corso. Aveva la gola secca. Arriv l'ultimo voto. Era un seguace di Massimo.
Uti tu rogas.
Tutti favorevoli.
Gaio Lentulo, lo sfinito presidente di quella seduta, diede per terminata l'assemblea dei senatori.
Ebbene, per concludere, che gli di siano con tutti noi e vi accompagnino, nihil vos teneo. E non si sedette ma croll sulla sua sedia, quasi incredulo per aver potuto finalmente mettere fine a quel guazzabuglio di votazione.
Mentre tutti uscivano dalla grande aula, incluso Quinto Fabio Massimo, un concentrato Publio rest seduto sulla sua sella curulis a meditare. Ormai il suo destino era legato, nel bene e nel male, a quello delle legioni maledette.

46. LA LUNGA SPADA DELLA VENDETTA.

Quin ut quisque est meritus,
praesens pretium pro factis feras.
[Quale che sia il merito di ciascuno,
pagher nel presente il prezzo per le sue azioni.]
NEVIO

Roma, febbraio del 205 a.C.

Fabio Massimo si trovava a suo agio nell'immensa villa nei dintorni di Roma. Era vero che il popolo non smetteva di sorprenderlo nel suo affanno di sostenere l'avventura del giovane Scipione, quell'assurda idea di invadere l'Africa, e che il console stava riuscendo a reclutare varie migliaia di uomini tra i cittadini romani e gli alleati delle citt latine. Aveva messo insieme un esercito di settemila anime. Settemila. Massimo sorrideva, mentre beveva un lungo sorso di vino. Settemila pazzi. Settemila cadaveri. In effetti Scipione portava con s tutti i suoi ufficiali di fiducia, come Lucio Marcio, il tribuno d'Hispania che era riuscito a fermare i Cartaginesi dopo la morte dello zio e del padre del console attuale. Portava con s anche altri fedeli alla sua causa e alla sua famiglia: Mario Giuvenzio Tala, Quinto Trebellio, Sesto Digizio, Silano... E naturalmente Gaio Lelio. Lelio era il migliore di tutti. Per quanto indebolita fosse quell'amicizia. Fabio aveva intuito la distanza che ora separava Scipione e Lelio, l'aveva letto nello sguardo freddo del tribuno quando aveva visitato il console nella sua domus vicino al Foro: quello non era pi lo sguardo cieco di un tempo. C'era ancora una notevole lealt, per qualche dubbio nell'animo di Lelio era stato seminato, qualche dubbio germinato in Hispania, anche se doveva dare frutti ancora pi grandi. Tempo al tempo. No, quella non era pi un'indissolubile amicizia, un legame incorruttibile. In realt Fabio Massimo aveva considerato l'idea di rivolgersi nuovamente a Gaio Lelio per tentare un'altra volta di allontanarlo del tutto da Scipione, poi, dopo gli intensi dibattiti al Senato, aveva riflettuto con pi calma e aveva avuto un attimo di sordida lucidit. L'illuminazione che pi gli dava gusto: era meglio lasciarli uniti. Due amici che hanno visto deteriorarsi la loro amicizia sono soggetti indeboliti, suscettibili a un facile errore, sempre diffidenti l'uno dell'altro, ossessionati dall'idea, tanto pi quando si sforzano di fingere che la loro amicizia sia rimasta intatta nel corso del tempo nonostante gli avvenimenti contorti della guerra; s, offuscati dai loro stessi sentimenti confusi, fino al punto di non vedere la rete di nemici che li minaccia dall'interno e dall'esterno della loro cerchia di relazioni. No. Era chiaro che era meglio lasciarli ripartire insieme. Tutti in Sicilia e poi in Africa. Per di pi gli aveva fatto anche il grandissimo favore di portarsi la moglie e i figli. In una sola campagna la gens Cornelia avrebbe visto il ramo di Scipione troncato di netto, tutto il suo albero genealogico divelto alla radice, morto tra le sabbie dell'Africa.
Fabio beveva e a ogni sorso assaporava con diletto la soave dolcezza della vittoria che si forgia giorno dopo giorno, a poco a poco. Vedere sprofondare il suo maggiore avversario politico nella follia e nella pi totale autodistruzione era un piacere che gli placava l'animo. Le sue schiave egizie stavano ai suoi piedi, come sempre mezze nude. Era il momento adatto per godere di altri piaceri.
Porta la frusta disse a una delle ragazze. La giovane si alz guardando il padrone con orrore. La frusta, ho detto, o anzich frustarvi devo ammazzarvi tutt'e due qui sul posto? La giovane part di corsa a cercare la frusta, con i piedi scalzi che quasi scivolavano sulla pietra fredda. Avrei dovuto chiedere a quello stupido di Lelio se non voleva comprare anche voi. Cos almeno avrei guadagnato qualcosa, dopo avervi strappate ai pirati dell'Illiria.
Fabio Massimo pos la mano sinistra rugosa sotto il mento dell'altra schiava egizia obbligandola ad alzare la faccia.
Apri la bocca.
La ragazza, pi sottomessa della sua compagna, socchiuse le labbra. Allora Fabio vers il contenuto del suo calice nella bocca della schiava. La giovane inizi a bere il vino, ma il princeps senatus inclin di pi la coppa in modo che il vino cadesse con troppa rapidit per essere ingerito dalla giovane. Cos il liquido le scorreva sul mento, sul collo e sulla pelle fino a inzuppare la stoffa sottile che le copriva i seni, mettendo in risalto i capezzoli. La ragazza istintivamente si port una mano al petto per coprirsi.
Ferma, disse Fabio Massimo con una voce fredda che gel il cuore della schiava mi piace vedere come il vino cade sulla tua pelle. Sembra che la tua compagna ci metta molto a portare la frusta. Il ritardo le coster, vi coster varie frustate in pi a ciascuna. Sembra impossibile che voi schiave non impariate mai. Oggi, piccola... e smise di versare vino sulla ragazza oggi faremo molte cose, noi tre insieme. Che bello, vero? Oggi godremo alla salute degli di... gli di romani, ovviamente. Perch  chiaro che gli di egizi si sono dimenticati di voi da molto tempo.
L'altra schiava arriv con la frusta richiesta. Fabio Massimo allung il braccio destro e afferr il flagello. Si alz piano. Non doveva nemmeno parlare. Le due ragazze si inginocchiarono ai suoi piedi e, in un ultimo tentativo di ottenere clemenza, gli abbracciarono le ginocchia. E fu cos che ricevettero le prime frustate di quel giorno.

Liguria, Italia del Nord
La Liguria era in agitazione. I Galli della regione e delle trib vicine aspettavano che un nuovo fratello di Annibale arrivasse nel Nord dell'Italia. Nonostante il disastro del Metauro, i Cartaginesi non sembravano cedere e tra i Galli non si parlava d'altro: Magone, il fratello minore di Annibale, sarebbe arrivato nell'Italia del Nord in qualsiasi momento.
Quinto Fabio Massimo figlio cavalcava il suo prezioso cavallo nero. Dietro di lui, sessanta cavalieri delle due turmae con cui esplorava la regione della Liguria. Aveva accettato quella missione su consiglio del padre.
Annibale sta a sud, per questo tu devi andare a nord. Quando Roma si sar stancata di inviare insensati a lottare contro i Cartaginesi, proporr il tuo nome e il Senato lo accetter, per necessit o addirittura per convinzione. Sei un generale rispettato e il tuo nome, figlio mio, a Roma pesa gi molto.
Pesa per te gli aveva replicato lui, ma la risposta del padre era stata inoppugnabile.
Pesa per la nostra famiglia intera, pesa perch noi Fabi da secoli preserviamo le tradizioni di Roma; pesa per la mia esperienza, ma pesa anche per il tuo valore. Tu stesso eri console otto anni fa e ti sei comportato con dignit, senza perdere nessuna legione negli scontri contro Annibale, e senza cadere in nessuna delle sue molteplici imboscate che hanno sorpreso tanti altri, incluso il console Marcello che molti considerano leggendario. E quando sei stato pretore, l'anno precedente, lo stesso. S, il Senato apprezzer che nella mia proposta ci sia una buona possibilit di sconfiggere Annibale. E cos sar, figlio mio, cos sar. Il segreto sta nell'attendere il momento pi adatto. Annibale ancora non  un frutto maturo, manca ancora un po' per essere colto. Per questo devi marciare al Nord. Marcello si  sbagliato e ha voluto raccogliere il frutto dall'albero troppo presto, cos l'albero lo ha ucciso.
 stato tre anni fa, padre.
Tre anni...? Cos tanto tempo? Bene, pu essere, ma dobbiamo aspettare che passi questo consolato. Gli Scipioni sono troppo forti, sono troppo popolari. Il giovane Scipione sar console, vorr portare avanti la sua follia di invadere l'Africa. Noi lo lasceremo fare, figlio, lo lasceremo fare e perir nell'impresa. Questo scoragger il popolo e confonder il Senato. E allora arriveremo noi, padre e figlio: la salvezza di Roma, i Fabi, come deve essere. Cos mi auguro, figlio, cos vogliono gli di.
E per questo devo andare al Nord?
S, per questo aveva concluso suo padre.
Lui l'aveva abbracciato come faceva sempre, per rispetto e per stima. Sapeva di essere una delle poche persone che stimavano davvero quell'anziano. Suo padre era rispettato, temuto, odiato, ammirato, per di sicuro non amato. Il suo carattere distante, la sua forma fredda di presentare gli eventi, il suo enorme potere, lo allontanavano dall'affetto di tutti. Suo padre era prigioniero della sua stessa leggenda. Era un vecchio onnipotente che viveva nella pi assoluta solitudine. A volte temeva di diventare come lui. Ma aveva sempre seguito i suoi consigli politici, poich nessuno meglio di suo padre sapeva sviscerare il futuro della vita politica a Roma, specie ora, in mezzo a quella guerra senza fine contro Cartagine. Cos aveva accettato di recarsi al Nord, di pattugliare la regione e di sorvegliare che tra i Galli non si ravvivassero le fiamme della guerra animate da false speranze sull'arrivo dei rinforzi africani. Era una missione in un certo qual modo umiliante per qualcuno del suo livello e del suo rango, ma era ci che il padre desiderava.
Non importa cosa pensano di te, non importa se pensano che fuggi o ti nascondi da Annibale. Figlio mio, la grande maggioranza di quelli che pensano e mormorano in tal senso sar morta al Sud prima che finisca l'anno. E allora arriverai tu e, sui loro cadaveri, otterrai il grande trionfo che ti meriti, che ci meritiamo.
I Galli liguri, innervositi dalle voci di un prossimo arrivo di Magone Barca, minacciavano gli insediamenti fedeli ai Romani. Quel mattino, Quinto Fabio Massimo figlio aveva la missione di esplorare trenta milia risalendo il corso del fiume Trebbia da Placentia in direzione di Genua. Non si erano fermati tutto il mattino. Nessun decurione si era rivolto a lui per chiedere di riposare, ma Quinto era un uomo esperto e sapeva combinare la disciplina con il buonsenso. Alz la mano destra e tutta la colonna si ferm in pochi istanti.
Che i cavalieri smontino e abbeverino i loro cavalli. Riposeremo qualche minuto disse Quinto Fabio Massimo figlio a uno dei decurioni.
I cavalieri romani obbedirono volentieri e, camminando accanto ai loro animali, si avvicinarono al fiume. Il Trebbia scorreva pieno di acqua fresca e chiara. I cavalli scalpitavano di soddisfazione mentre bevevano. Alcuni uomini si inginocchiarono e tuffarono la testa nell'acqua del fiume per pulire il sudore e saziare la sete.
Fabio Massimo figlio si accovacci e form una conca con le mani. Si gett acqua fredda sulla nuca e poi bevve due volte. Un cavallo nitr. All'inizio non gli diede importanza, ma qualcosa nel fondo della sua testa lo mise in agitazione. Si alz e si guard intorno. I cavalli bevevano e gli uomini si lavavano. Di colpo comprese cosa lo turbava. Quel nitrito era venuto dall'altra riva del fiume. Si port la mano sulla fronte per proteggersi dal sole e poter scrutare meglio l'altra sponda del Trebbia. Fu allora che caddero le prime frecce.
Catone irruppe con furia nella domus del suo mentore. Gli schiavi che facevano la guardia si spostarono dinnanzi alla lesta figura di quel romano secco che si faceva strada senza guardare nessuno n rispondere ai richiami che qualcuno di quegli uomini gli rivolgeva. Nel grande atrio della dimora di Fabio Massimo s'imbatt in due schiavi appostati davanti alla sua stanza di Fabio. Catone si mosse in quella direzione, ma uno degli schiavi si interpose tra lui e la porta.
Il padrone sta riposando. Non si passa disse.
Togliti di qui, imbecille, se non vuoi che ti cacci via a suon di botte rispose il romano con uno sguardo assassino.
Lo schiavo inizi a sudare ma non si mosse dalla porta; invece il compagno, alle sue spalle, inizi a scostarsi. Catone, sorpreso dall'ostinata insistenza dello schiavo, mosse con agilit le mani e da sotto la sua lunga toga estrasse una daga.
 la tua ultima opportunit di continuare questa miserabile esistenza, schiavo, o ti scansi da l, per Giove, o bagner questo pavimento del tuo ignobile sangue...
La minaccia di Catone fu interrotta dallo schioccare di una frusta e dal gemito di una voce femminile. Seguirono un singhiozzo soffocato e l'inconfondibile risata dell'anziano Quinto Fabio Massimo. Lo schiavo che rimaneva davanti alla porta vide la punta della daga avvicinarsi al petto. Si allontan piano dalla porta fino a lasciar libero il passaggio.
Catone mosse tre rapidi passi ed entr nella stanza dove stava il vecchio princeps senatus. Sospir nel contemplare la scena che vi trov. Fabio Massimo stringeva una coppa di vino nella mano sinistra, mentre nella destra brandiva una lunga frusta la cui cinta era arrossata di sangue. Davanti all'ex console ed ex dittatore di Roma due giovani schiave stavano inginocchiate nude, con le facce rivolte alla parete e la pelle della schiena attraversata da decine di tagli fini e profondi da cui zampillava un caldo liquido rosso che scorreva lungo le cosce delle ragazze fino a inzuppare il suolo.
Ho detto che non voglio essere disturbato! rugg il princeps senatus con una potenza inusuale per i suoi settantotto anni, voltandosi per fulminare con lo sguardo l'inaspettato intruso che lo interrompeva nel quotidiano passatempo con le schiave di sua propriet. Ma  il nostro caro Marco Porcio Catone... Come vedi sono occupato. Eppure, nonostante il vino e il fatto che la sua mente fosse concentrata su faccende molto mondane e, agli occhi del suo giovane discepolo, chiaramente riprovevoli - Catone, sempre tanto integro, tanto puritano, tanto noioso! -, al vecchio senatore non sfugg che il giovane, a dispetto delle sue abitudini, si era presentato di sorpresa interrompendolo nel suo riposo e nei suoi intrattenimenti. E, quello che era ancora assai pi sospetto, era arrivato senza radersi, con la polvere ai piedi e sulla toga sgualcita. Succede forse qualcosa, mio buon Catone, qualcosa che io debba sapere e che sia tanto urgente da interrompermi e da farti uscire da casa tua senza raderti?
Catone, che aveva gi nascosto la daga sotto la toga, si port la mano destra al mento. Tale era stata l'urgenza che non si era neanche accorto di quel dettaglio. Massimo gett la frusta per terra e si rivolse alle due schiave tormentate senza smettere di guardare Catone.
Andatevene, voi due. Stanotte proseguiremo con il nostro gioco.
Le due schiave uscirono quasi strisciando e non si fermarono finch arrivarono nelle cucine, dove si lavarono le ferite a vicenda con acqua calda e panni puliti, entrambe con una terribile smorfia di schifo, dolore e odio stampata sul viso, al punto che nessun altro schiavo os avvicinarsi a loro, anche solo per aiutarle o per chiedere cosa voleva quel Catone furibondo che aveva osato interrompere il padrone.
Nel patio, Fabio Massimo fece un gesto con la mano invitando il giovane discepolo a parlare. Lui sembrava esitare. I due uomini stavano uno di fronte all'altro, in piedi, accanto all'impluvium al centro dell'atrio.
Adesso mi dici a cosa devo questa visita inaspettata da parte tua? insistette Massimo. Marco, tu di solito sei un uomo riservato e misurato nelle tue azioni. Il tuo comportamento e il modo in cui sei entrato in questa casa non ti si addicono.
Forse... dovresti... sederti... inizi un Catone ancora molto dubbioso.
Fabio Massimo scosse la testa.
No, Marco rispose con fermezza il vecchio senatore. In piedi, in piedi ho ricevuto sempre tutte le grandi notizie della mia vita, le buone e le cattive: la nascita di mio figlio, la concessione da parte del Senato del mio primo consolato, il permesso di godere di un grande trionfo, la caduta di Sagunto, l'arrivo di Annibale nel Nord Italia, le sconfitte del Ticino, del Trebbia, del Trasimeno e di Canne, la mia nomina a dittatore e la successiva umiliante nomina di Minucio Rufo come mio pari; l'arrivo di Annibale alle porte di Roma, l'accesso al consolato di mio figlio, la sua vittoria, la conquista di Tarentum, la morte di Marcello, ho ascoltato tutto fermo, dritto in piedi, sereno, e ora non sar differente. Ma tu, caro Marco, tu che mi conosci bene... Leggo dubbi nel tuo sguardo e... Massimo inarc le sopracciglia e socchiuse gli occhi come per indagare nella mente del suo interlocutore. Marco, non sapevo che nel tuo animo nutrissi questo sentimento, proprio solo dei deboli: la paura. C' paura nel tuo sguardo. E questo s che mi sorprende.
Catone decise di rovesciare le sue notizie come chi lascia cadere un orcio pieno e vede il recipiente andare in frantumi mentre tutto il liquido si riversa ovunque, senza freno, senza controllo.
Princeps senatus, tuo figlio  morto.  stato abbattuto dalle frecce in una missione di ricognizione contro i Liguri, vicino al fiume Trebbia.
Quinto Fabio Massimo, gi console, gi dittatore, l'uomo pi potente di Roma, il pi esperto, il pi temuto, colui che aveva dichiarato l'inizio di quella guerra dinanzi allo stesso Senato di Cartagine, colui che aveva appena sconfitto al Senato il popolare Scipione, ammutol. Tutta la sua ricca e raffinata oratoria, tutta la sua abilit con le parole col a picco come un'intera flotta ingoiata dal furore del dio delle acque. Sent i battiti del suo cuore rimbombare in tutto il corpo, lunghi e pesanti all'inizio e poi di colpo veloci. Gir la testa e cerc un posto dove sedersi. Trov un triclinio e volle aiutarsi con la mano sinistra, ma tutto quel braccio sembrava morto, l'aveva abbandonato. Non lo sentiva. Invece fu allora che inizi il dolore acuto, pungente, che dal braccio risaliva al petto, raggiungeva il collo e poi scivolava crudele di ritorno gi per il braccio inerme. Si aiut con il braccio destro, che rispondeva. Una volta seduto apr la bocca per respirare. Gli mancava l'aria. Marco si era avvicinato al suo fianco e gli aveva messo una mano fredda sulla fronte e parlava, ma lui non riusciva ad ascoltarlo. Voleva solo respirare.
Passarono cos vari istanti che a Fabio Massimo parvero una dolorosa e profonda eternit, ma, quando pensava di essere ormai diretto al regno dei morti, chiuse gli occhi e si concentr sulla sua respirazione, scoprendo che l'aria gli tornava nel corpo e che riprendeva a respirare. Il dolore, bench ancora forte e acuto, sembrava placarsi nella sua crudezza.
Portate dell'acqua! Veloci!
Massimo vide il movimento di schiavi intorno a lui e sent la voce di Marco che dava loro ordini. Sent l'acqua fresca scorrergli sulla faccia. Il suo animo lentamente si plac. Il cuore batteva con regolarit. Respirava meglio. S. Si raddrizz un poco. Stava per terra, appoggiato con la schiena contro la parete. Doveva essere caduto dal triclinio senza rendersene conto. Alz un poco la mano destra.
Allontanatevi tutti! grid Catone. Fatelo respirare, per Castore, Polluce e tutti gli di!
Massimo fu grato di avere qualcuno dotato di buonsenso al suo fianco, in quel momento. Poi sopraggiunse la rabbia e la sensazione di umiliazione, buttato l per terra davanti ai suoi schiavi.
Che... che se ne vadano tutti... Tutti... furono le prime parole che riusc a pronunciare.
Catone le amplific e in un istante rimasero soli, il vecchio senatore e il suo discepolo, maestro e alunno.
Aiutami ad alzarmi.
Il giovane pass il braccio dietro la schiena del vecchio ex console e lo tir verso l'alto. Quinto Fabio Massimo riusc a rimettersi in piedi. Poi si liber con modi un po' bruschi del braccio che lo aveva aiutato. Catone si scost. Non si sentiva offeso. Il vecchio senatore aveva diritto al suo spazio, al suo momento di debolezza, al suo lutto. Suo figlio era morto. Le sue speranze, Catone lo sapeva, erano tutte riposte in lui e lui si era dimostrato un rampollo fedele e disciplinato, il che senza dubbio in quel momento non faceva che incrementare il dolore del senatore. Catone lo vide camminare fino a uno dei triclini, adagiarsi e chiudere gli occhi.
Hai portato a termine la tua missione, caro Marco, ormai le tue funeste notizie le hai consegnate. Non ti incolpo per questo. Sei solo il messaggero, ma ora ho bisogno di stare solo. So che capirai. E ti sono grato di essere stato tu ad annunciarmi una simile sventura. Hai evitato assurde perifrasi. Il colpo  stato duro per un vecchio come me, ma non poteva essere diversamente.
Lo so, mio signore rispose Catone, ed esit prima di continuare, ma alla fine si decise ad aggiungere qualcosa. Troveremo coloro che hanno osato un simile attacco in Liguria contro tuo figlio, e ti porter la loro testa.
Fabio Massimo ascolt con afflizione quelle parole, poich sapeva quanto fossero incerte. Era una promessa vana.
Caro Marco, non promettere ci che va ben oltre le tue possibilit.
Catone insistette nella sua offerta.
Si pu fare: organizzer spedizioni punitive nel Nord. Troveremo quel gruppo di Galli. Si pu fare, princeps senatus. Soprattutto, l'ho pensato gi mentre venivo qui, se facciamo girare la voce che ci sar una buona ricompensa a chi fornir informazioni sulla loro ubicazione, su dove si trovano i loro capi, in particolare chi ha ordinato il massacro... Non sarebbe la prima volta che i Galli si tradiscono tra loro per un po' di oro.
No, Marco, no. Fabio, ora disteso sul triclinio, continuava a parlare senza aprire gli occhi. Chi ha ordinato un attacco cos mirato non  alla tua portata. Non  alla portata di nessun romano, almeno al momento. Dimmi, Marco, ci sono stati altri attacchi simili negli ultimi giorni, magari nelle ultime settimane?
Marco corrug la fronte mentre pensava.
No, direi proprio di no, per questo una simile imboscata risulta ancora pi sorprendente. I Galli sono in agitazione. Forse  l'inizio della rivolta su grande scala che stanno preparando per unirsi a Magone, quando finalmente giunger nel Nord.
Gi. Ci sono stati altri attacchi dopo questa imboscata?
No. Non ce ne sono stati.
E non ti sembra un po' singolare tutto questo? E finalmente Fabio apr gli occhi.
Singolare... S. Qualcosa di strano, per  difficile comprendere questi barbari.
Non tanto, Marco, non tanto.  un attacco premeditato per togliere la vita a mio figlio. C' qualcuno in questo mondo, Marco, che ha saputo causarmi pi dolore di quello che mi avrebbe arrecato se avesse ammazzato me. Questo attacco non  casuale e spontaneo. E c' solo una persona che pu aver accumulato tanto odio contro di me in questi anni di guerra.
Di colpo Catone comprese tutto, ma siccome non riusciva a credere a ci che la sua mente si sforzava di fargli capire, la sua risposta si trasform in domanda. Aveva bisogno della conferma del suo mentore.
Annibale?
Fabio fu in grado di abbozzare un tenue sorriso di soddisfazione per il fatto di avere un interlocutore mediamente intelligente con cui discutere.
Solo Annibale mi odia tanto, Marco. Be', magari anche il giovane Scipione, ma Annibale in particolare, specie dopo la decapitazione del fratello su mia istanza. L'esecutore  stato Nerone, anzi sar meglio che faccia attenzione, ma il mandante sono stato io. Il mio errore  stato vantarmene al Foro e nel Senato. La superbia, la vanit perdono sempre. Avrei potuto mantenere il segreto sulla mia azione, sul mio consiglio di essere implacabile e ignobile con il corpo ormai caduto di Asdrubale, ma la vanit mi ha vinto. Del resto chi non avrebbe voluto partecipare a quel successo al cospetto del Senato e del popolo? La testa di Asdrubale che rotola ai piedi di Annibale. Il popolo era felice, io mi sono pavoneggiato davanti a tutti e questo, in qualche modo,  arrivato all'orecchio di Annibale. E adesso Annibale mi restituisce la sua vendetta, davvero fredda, due anni dopo.  una grande lezione. Ora vai, Marco, ho bisogno di stare solo con il mio dolore e con il mio insuccesso.
Fabio Massimo non aveva mai provato prima il desiderio di suicidarsi, ma in quel momento la consider un'opzione ragionevole. Aveva gi vissuto troppo. I padri devono morire prima dei loro figli,  l'ordine naturale delle cose. Annibale aveva saputo assestare il colpo nel suo punto pi debole, anzi nel suo unico punto debole. Quel pensiero lo fece riflettere. Ora non aveva pi punti deboli n gli interessava pi vivere o morire. Gli era rimasta solo l'illusione di vedere suo figlio rieletto console un'altra volta, poi censore, e di godere nel vederlo sfilare dopo un grande trionfo su Annibale. Annibale. Alla fine tutto s'incentrava su un unico nome: Annibale. Ma per mettere fine ad Annibale doveva controllare Roma, preservare Roma e gestire i suoi rifornimenti con intelligenza, senza permettere che un pazzo come Scipione dilapidasse legioni e rifornimenti in attacchi assurdi.
Quinto Fabio Massimo si alz. Suo figlio era morto. Era un brutto giorno. Era il peggiore di tutti i giorni, ma lui era il princeps senatus, e Roma, come sempre, aveva ancora bisogno di lui. E ormai combattere per Roma era l'unica cosa che potesse dare un senso alla sua esistenza. Di conseguenza doveva impegnarsi nel compito con pi dedizione che mai.
Catone stava per togliere il disturbo. Dubitava ancora della salute del vecchio ex console, ma era la seconda volta che questi lo pregava di andarsene. Non poteva, non doveva insistere nel contrariarlo. Stava ormai arrivando al vestibolo, quando la voce di Massimo lo richiam.
Marco, non andartene disse il vecchio senatore, e Catone torn nuovamente da lui. Veglier poi sulla mia perdita, ma Roma non pu, non deve aspettare. Impara, Marco, impara bene, Roma viene sempre al di sopra di tutto il resto. Solo a lei dobbiamo fedelt eterna. E tale fedelt ci obbliga a occuparci della sua sicurezza. Marco, voglio che tu sia il quaestor della V e della VI legione di Sicilia. Devi controllare quel maledetto Scipione, devi controllare che non infranga le precise istruzioni dettate dal Senato in merito all'invasione dell'Africa. Ma parleremo di questo con pi calma e a lungo. Siediti, Marco, siediti mentre ricompongo i miei pensieri e placo il mio cuore.
Marco Porcio Catone lo guardava con gli occhi sgranati e a bocca aperta. Ora era lui a ricevere una cattiva notizia: stava per imbarcarsi in un probabile viaggio senza ritorno come quaestor delle legioni maledette.

47. LE LEGIONI MALEDETTE.
Lilibeo, costa occidentale della Sicilia, fine marzo del 205 a.C.

L'alluvione di generosit non solo dei Romani, che si arruolarono a migliaia come volontari, bens di tutto il Lazio e delle regioni vicine emozion Publio. Da Caere arrivarono grano e provviste che potevano servire per nutrire i soldati e gli equipaggi che avevano aderito volontariamente alla spedizione diretta in Sicilia prima, e poi verso la temuta Africa. Ma mancavano tante cose. Il console, ammirato, vide arrivare ferro per forgiare centinaia di nuove armi, inviato da Populonia, e la flotta per trasportare i suoi soldati la pot costruire grazie alle tele per il velame che provenivano da Tarquinia e il legname offerto da Volaterrae, da dove ricevette anche altro grano. Ma in realt arrivavano armi da tutti gli angoli d'Italia: tremila scudi, tremila elmi e addirittura cinquantamila lance, giavellotti e pila mandati da Arretium, e da altre citt arrivarono centinaia di asce, pale, picche e ogni genere di utensile con cui costruire le barche, e che poi avrebbero potuto utilizzare per montare gli accampamenti delle truppe di spedizione. E poi arriv altro legname da Perusia, Clusium e Rosellae. E ci a cui Publio anelava di pi: arriv qualche altro centinaio di volontari dall'Umbria, da Reate e Amiternum e dal territorio dei Sabini; da Camerinum si presentarono seicento soldati armati di tutto punto e pronti al combattimento.
Publio mise i suoi uomini a lavorare giorno e notte sotto la supervisione degli ufficiali Lelio, Silano, Marcio, Trebellio e Digizio: in quarantacinque giorni soltanto furono costruite venti quinqueremi e dieci quadriremi. Appena pronti, partirono per un viaggio nel quale tutti avevano riposto mille speranze, anche se nel fondo dei loro cuori sapevano che, nonostante la generosit di molte citt e popoli d'Italia, la spedizione era ridotta in numero di barche e di effettivi. Publio, meglio di niente, sapeva di essere in possesso di armi a sufficienza e un po' di uomini pieni di illusioni, ma era sicuro che senza la V e la VI legione fortemente armate, ben equipaggiate e, soprattutto, ben disposte per entrare in combattimento, la spedizione navigava gi verso il pi strepitoso degli insuccessi. Ma doveva provarci. Lo doveva a suo padre e a suo zio, lo doveva a tutta la sua famiglia, al popolo di Roma e a tutte quelle citt e regioni d'Italia che confidavano nella sua idea di invadere l'Africa per allontanare una volta per tutte la distruzione, il saccheggio e i furti continui a cui Annibale Barca li sottoponeva. Tutti avevano bisogno della V e della VI legione. Ne avevano bisogno come dell'aria per respirare, ne avevano bisogno per quanto stramaledette fossero.
Publio sbarc a Lilibeo con i settemila volontari che si erano uniti alla sua causa. Il console esaminava la sagoma dei suoi ufficiali che si stagliava a un'estremit della coperta, mentre ammiravano la baia del porto pi importante a ovest della Sicilia: Lucio Marcio Settimio, riflessivo e intelligente; Mario Giuvenzio Tala, leale e coraggioso; Quinto Trebellio, forza bruta e decisioni disciplinate fino alle estreme conseguenze; Sesto Digizio, sempre preoccupato di far apparire i marinai di Roma pi valorosi dei legionari; Silano, abile e sicuro, un grande combattente, e Gaio Lelio, un po'pi distante, ancora dispiaciuto per essersi visto relegare nelle retrovie durante le ultime battaglie in Hispania, eppure l. E che avrebbe fatto quanto gli veniva chiesto, come sempre: non per nulla era stato il primo a reagire quando Publio si era ammalato a Carthago Nova. Erano tutti l. Coraggiosi, risoluti, preparati, ma erano pochi, insufficienti per la grande impresa che lui desiderava intraprendere.
Tutti i suoi pensieri giravano in circolo per tornare sempre sulla stessa questione. Non poteva fare a meno delle due legioni acquartierate a poche miglia da Lilibeo. Aveva bisogno della V e della VI legione di Roma, e aveva bisogno che fossero cos leali, cos preparate e cos pronte come i settemila uomini che ora lo accompagnavano nello sbarco in quel porto all'estremit occidentale della Sicilia. Ai dubbi sulla reale disponibilit delle legioni maledette doveva aggiungere anche la presenza tra gli ufficiali di Marco Porcio Catone, che li seguiva suo malgrado in qualit di quaestor. L'ultima trovata di Quinto Fabio Massimo che, non soddisfatto di aver ridotto le forze di cui Publio disponeva per avviare il suo piano in Africa, aveva inserito il suo pi fedele pupillo come quaestor di quelle forze. Publio avrebbe potuto lottare per impedire che Catone venisse scelto per quella carica, ma era ci che aveva concordato con lo stesso Massimo e ormai non c'era pi modo di fare marcia indietro. Aveva solo un anno per riunire un esercito forte, addestrarlo e sbarcare in Africa.
Certo, aveva sorpreso tutti quando non aveva preso posizione sulla presenza di Catone tra le sue forze. Se il piano di Massimo era imbarcarlo in lunghe dispute manipolate con l'inopportuno quaestor, doveva stare attento a non lasciarsi ingannare da quella strategia e a non perdere l'obiettivo finale di quella campagna: l'Africa. Se poi ci a cui Massimo mirava con la presenza di Catone era di intimidirlo, avrebbe fallito anche l. Publio era deciso a fare tutto quanto fosse necessario per invadere l'Africa, indipendentemente dallo sguardo accusatore e impiccione di Marco Porcio Catone.
Tutto sembrava contrario al successo della sua impresa, al punto che Publio, a ogni nuovo ostacolo, non poteva fare a meno di pensare che peggio di cos le cose non potessero andare. In quei momenti sentiva che si stava sbagliando eppure, al contempo, con sua grande sorpresa, continuava ad avere la certezza che quell'anno sarebbe sbarcato in Africa. Ci di cui non era pi tanto certo erano gli sviluppi finali di quella campagna, una volta che i sandali dei suoi legionari avessero calpestato quella terra inospitale e ostile.
Publio aveva trascorso la mattina salutando i governanti di Lilibeo e organizzando la permanenza della moglie e dei figli in quella citt, poich aveva deciso che dovevano rimanere a Lilibeo finch avesse verificato qual era la reale situazione delle due legioni bandite da cos tanti anni da Roma. Emilia accett di fermarsi a Lilibeo con tanta docilit quanta ostinata era stata la sua opposizione a rimanere a Roma. Sua moglie sapeva distinguere il confine tra il poter stare insieme al marito ogni volta che fosse possibile e il trasformarsi in un rischio per gli obiettivi che il marito stesso si era proposto. Nessuno sapeva esattamente la posizione della V e della VI legione, n garantiva che avrebbero accettato il comando di chi proveniva da una Roma che li aveva condannati all'ostracismo per undici lunghi ed eterni anni. Su questo le autorit di Lilibeo si erano mostrate irremovibili.
Che gli di veglino su di te furono le uniche parole di Emilia nell'accomiatarsi da lui, senza abbracci, senza baci, poich erano circondati da tutti gli ufficiali di Publio.
Mentre gi si avviava alla porta della domus messagli a disposizione dalle autorit cittadine, il console le rispose con parole piene di affetto, per quanto scarne.
E che si prendano cura di voi. Torner tra pochi giorni.
Publio part. Si avvi per le strade di Lilibeo in cerca della porta orientale. Dietro di lui camminavano tutti i suoi tribuni, Lelio in testa, e poi Marcio, Mario, Trebellio, Silano e Digizio. Catone camminava dietro tutti gli altri, in fretta, gettando continue occhiate da una parte e dall'altra. Come se volesse scrutare tutto, come se prendesse nota di ogni gesto, di ogni parola del console.
Alle porte di Lilibeo erano stati preparati vari cavalli per il console e i suoi ufficiali, ma Publio, come sua abitudine, li rifiut e prosegu la marcia a piedi, imitato, ma non poteva essere altrimenti, da tutti i suoi ufficiali. Se qualcuno aveva pensato che ci avrebbe ritardato l'avanzata, di sicuro lo fece molto meno di quanto si potesse immaginare. Publio segn un passo accelerato, simile a quello usato nei suoi rapidi trasferimenti in Hispania dopo la presa di Carthago Nova o la battaglia di Baecula. I suoi ufficiali, abituati a quelle marce sfinenti, come la maggior parte dei volontari che gi avevano combattuto con il giovane console, affrontarono l'arduo compito con un misto di rassegnazione e orgoglio: tra le legioni romane pochi erano gli uomini che potevano resistere a marce forzate come quelle. Inoltre i tribuni provavano un piacere speciale nel vedere il sudore che inzuppava la fronte di un sorpreso Catone, pi abituato ai trasferimenti in quadriga o a cavallo che alle lunghe e penose marce legionarie, avvolte in una nube di polvere e sabbia, poich polvere e sabbia fu ci che li avvolse tutti in poco tempo. I campi in mezzo a cui passarono, dove un tempo si coltivavano abbondanti messi di grano che poi si esportava a Roma, erano ormai incolti, vuoti, trasformati in un'infinita distesa color ocra di terre nude, semidesertiche. Il sole della fine di marzo era gi potente e annunciava l'arrivo della primavera, mentre un cielo privo di nubi sottolineava la sua inclemenza sui soldati sottoposti a quello sforzo.
Catone sudava copiosamente ed era gi sicuro che alla fine di quella giornata avrebbe avuto le vesciche ai piedi, ma fece molta attenzione a non proferire il bench minimo lamento. Non avrebbe dato quella soddisfazione al console. Inoltre era sicuro che avrebbe riso per ultimo, perch al termine di quella marcia assurdamente veloce il console non avrebbe trovato altro che astio, disperazione e la fine di tutti i suoi piani. Non disse niente: voleva godersi la scena nel momento in cui il console avrebbe scoperto di persona quanto fosse impossibile per qualunque generale riscattare dalla vergogna e dall'abbandono quelle due legioni di codardi e miserabili, sconfitti a Canne.
Publio, seguito dai suoi ufficiali e dal suo esercito di volontari, continu ad avanzare verso l'interno della grande isola. I terreni incolti li circondavano sempre pi, man mano che si addentravano. Si vedevano piccole capanne bruciate e case di pietra e mattoni, pi grandi, diroccate. Non c'erano bestiame n animali selvatici. Gli alberi erano scomparsi, molti gi abbattuti anni prima per costruire parte delle flotte romane e cartaginesi della precedente guerra punica. Gli uni e gli altri avevano contribuito alla lenta devastazione di quel territorio, ma la Sicilia era ancora una terra ricca e produttiva in altre aree dell'isola. L, al contrario, si percepiva solo vuoto, abbandono, oblio. Publio guard il cielo e si ferm un momento.
Ci riposeremo un po' disse togliendosi l'elmo e passandosi una mano sui capelli fradici di sudore. Quindi guard di nuovo il cielo. C'era qualcosa che lo inquietava. Non ci sono uccelli.
Nessuno se n'era accorto, ma non appena il generale lo disse tutti si resero conto che in effetti era cos: da quando si erano lasciati alle spalle Lilibeo, non avevano visto nemmeno un uccello. Nell'arrestare la marcia, il silenzio si era fatto anche pi evidente. Tutti tacquero per sentire meglio, ma non c'era niente. Nemmeno il vento.
Non  di buon auspicio disse Trebellio, il pi superstizioso degli ufficiali, ma anche il pi audace sul campo di battaglia.
Marcio e Lelio gli lanciarono un'occhiata di rimprovero, ma il generale continuava a guardare il cielo. Sembrava che non avesse sentito quel commento, tuttavia le sue parole mostrarono fino a che punto fosse attento a tutto e a tutti.
Quinto Trebellio, non  n di buono n di cattivo auspicio disse. Senza uccelli non possiamo proprio leggere gli auspici, buoni o cattivi che siano, non credi? E scoppi a ridere.
Il resto degli ufficiali accompagn il generale in quella sua risata contagiosa, con cui riusciva sempre a rilassare l'animo dei suoi. Trebellio sorrise mentre si grattava la testa infilando le dita sotto l'elmo.
Catone era rimasto qualche passo indietro e pens di dire qualcosa su quanto fosse inopportuno fare battute su argomenti religiosi, ma si trattenne e trov sollievo pensando che la fine di quella giornata avrebbe portato con s la completa frustrazione delle vane pretese di quel console di trovare nelle legioni maledette truppe pronte per la guerra. Era ovvio che i cosiddetti legionari della V e della VI legione si erano dedicati alle ruberie e al saccheggio di tutta la regione, un territorio che si supponeva amico di Roma. Uomini cos non erano pi Romani e nemmeno soldati, solo banditi senza disciplina ormai inadatti al combattimento, in altre parole inutili per Scipione.
Le risate terminarono e un denso silenzio torn a circondarli con il suo pesante manto di vuoto e assenza. Il generale ordin di riprendere la marcia. Il rumore delle migliaia di sandali che calpestavano la sabbia della Sicilia metteva in fuga il vuoto del vento inesistente, degli uccelli che non c'erano e la paura di tutti di non trovare ci che stavano cercando, ci di cui avevano bisogno.

I due avanzavano strisciando a terra. Erano un ragazzino di dodici anni e la sorella maggiore di tredici. Erano terrorizzati, ma la fame era pi forte della paura. Erano scesi dalle colline, dalle grotte nelle quali gli zii si nascondevano insieme agli altri fattori sopravvissuti all'attacco di quei demoni della VI legione. Sapevano che erano della VI legione, perch lo ripetevano a ogni attacco. L'ultimo era stato quello definitivo. Fino a quel momento si erano limitati a rubare bestiame, grano e verdure, ma l'ultima volta avevano raso al suolo tutto: avevano incendiato la fattoria, si erano portati via tutto ci che c'era da mangiare e avevano ucciso i loro genitori. I due ragazzini erano sopravvissuti nascosti in un rifugio sotto il pavimento della stalla, che il padre aveva scavato per nascondere i viveri, come aveva fatto con un altro nascondiglio simile sotto la casa di pietra. I due bambini strisciavano avvolti dalle ombre della sera, ma c'era ancora troppa luce.
Aspettiamo che faccia notte disse la ragazza nella loro lingua locale, costellata di parole fenicie e greche, con l'aggiunta, pi recente, di qualche vocabolo latino appreso a ferro e fuoco come far, grano, puls, focacce di frumento, o panis militaris. Un tempo quelle erano parole associate a un prospero commercio, la vendita di alimenti ai questori delle legioni l asserragliate, ma i soldati avevano sempre meno denaro e la fame era sempre la stessa. Dapprima avevano iniziato a chiedere in prestito, poi avevano preso a rubare durante la notte e per finire avevano iniziato ad arrivare in bande organizzate di una ventina di uomini, armati fino ai denti, con le loro corazze, gli elmi e i gladi. Suo padre fingeva che gli rubassero tutto, ma nascondeva sempre un po' di cibo sotto casa e nella tana sotto la stalla. Un giorno per avevano scoperto il nascondiglio sotto casa e, come punizione, avevano violentato e ucciso la loro madre. Il padre non aveva resistito e, mentre rimontavano sui loro cavalli neri, aveva preso un coltello e l'aveva piantato nella schiena del capo di quei miserabili. Non era riuscito a ucciderlo ma l'aveva ferito gravemente. Gli altri legionari avevano reagito uccidendo anche il padre. I ragazzini avevano visto tutto dalla stalla dov'erano nascosti. Al calar della notte erano arrivati gli zii e li avevano portati nelle grotte in collina. L avevano trovato decine di famiglie come la loro: rovinate, decimate, distrutte. Si erano consolati in loro compagnia ingoiando il dolore di un destino malvagio, ma era arrivato il giorno in cui la fame reclamava qualcosa di pi che pianto e tristezza. I due ragazzini sapevano che c'era ancora del cibo nascosto sotto la stalla e cos, senza dire niente a nessuno, verso sera, se l'erano svignata tra uomini e donne addormentati dalla grotta dove si erano rifugiati e si erano avventurati tra i cespugli della macchia. Avevano fame. Fame.
In un'ora o due sar notte osserv di nuovo la ragazza. Allora andremo alla stalla. E l troveremo del cibo.
Il fratello non disse niente, ma annu. Non parlava da quando gli avevano ucciso i genitori, ma lei sapeva che capiva tutto. La ragazza era felice che il fratellino fosse l con lei. Nonostante quel suo duro silenzio, era una compagnia confortante. E insieme potevano trasportare molto pi cibo fino alla grotta. La ragazza gi s'immaginava la felicit sulla faccia degli zii e degli altri alla vista di formaggio e prosciutto, o delle grandi focacce di pane, tutto nascosto sotto la loro stalla in grandi giare rovesciate per occupare meno spazio; e avrebbero potuto portare almeno un sacco o due di farina. Cos avrebbero potuto resistere un altro po'. E poi... Chiuse gli occhi. Bisognava vivere alla giornata. O andare tutti insieme, uniti per difendersi meglio, a Lilibeo. Era quello che avevano fatto altri, ma la ragazzina aveva paura di allontanarsi da l. Non conosceva un'altra vita, un altro posto.
Per Ercole, guarda cosa ho trovato! La voce del centurione risuon come un tuono che annuncia la peggiore delle tempeste.
I due ragazzini provarono a scappare di corsa, ma il gigantesco centurione si lanci su di loro e li afferr per mano. Il bambino gli morse il braccio e il centurione lo lanci in aria. Il piccolo corpo del ragazzo si schiant sulle pietre del suolo. Si sent un colpo secco, ma lui rest zitto. Senza muoversi. La sorella, impressionata, fu presa dal panico e inizi a gridare.
Zitta, donnetta! Per gli di, sta' zitta o ti ammazzo! E il centurione le appiopp un sonoro schiaffone.
La ragazza smise di gridare, ma il dolore era il meno. Sembrava che suo fratello fosse morto. Di colpo apparvero altri soldati. I legionari formarono un cerchio intorno alla giovane. Nei loro occhi lei lesse lo stesso sguardo visto negli uomini che avevano ammazzato sua madre. L'istinto le fece capire ci che l'aspettava.
Prima io disse il centurione mentre si toglieva la corazza.
Come al solito! Per gli di, non  giusto! replic uno dei legionari.
Il centurione si volt verso quello che protestava, senza mollare la presa sulla ragazza, ora accovacciata per terra, ai suoi piedi.
Publio Mazieno  il centurione al comando e se hai qualche cosa in contrario, te lo tieni o, per Ercole, ti infilzer con la mia spada qui sul posto! E port la mano all'impugnatura del gladio.
I legionari arretrarono di un paio di passi. Il centurione, pi tranquillo, si concentr di nuovo sulla sua preda ormai docile. Se la sarebbe goduta da matti, prima di ucciderla.
Spogliati, puttana! url Mazieno sputando saliva che piovve sul viso atterrito della giovane.
La ragazza, spaventata da quell'orrore, obbed senza proferire una sola parola. Il suo corpo rest nudo in pochi secondi, non appena lasci cadere la tunica di lana grigia sporca sulla terra di Sicilia. Si copr il corpo snello come poteva, un braccio incrociato sui seni e una mano sul pube. Il fresco della notte incipiente che strisciava gi dalle colline l'avvolse e sent un brivido. Il centurione avanz verso di lei, la ragazza s'inginocchi e alz le mani verso le ginocchia di quel soldato. Voleva implorare ma non aveva voce. Fu un'altra voce a parlare al posto suo.
Chi comanda questo... gruppo di... Chi  a capo di questa spedizione?
Mazieno, centurione della VI legione, si infuri. Pensava di godere di quella ragazza con tutta calma e se per farlo doveva infilzare il cuore di diversi suoi uomini non avrebbe esitato a farlo. Sguain la spada e si gir verso il suo inopportuno interlocutore. Nel voltarsi, vide la figura alta e giovane di un soldato sconosciuto, avvolto in una toga purpurea, la toga che spettava solo ai consoli. Mazieno ferm la spada. Un sole agonizzante si trascinava dietro i contorni di quell'uomo e gli confondeva gli occhi. Non riusciva a vedere bene chi gli stesse parlando.
Centurione, devo ripetere la mia domanda?
E tu chi sei? Perch non vi liberate di lui? disse Mazieno, rivolto ai suoi uomini.
Questi sguainarono le spade, ma a quel punto apparvero alcuni ufficiali dietro la strana sagoma purpurea, che parl ancora.
Dal momento che lo chiedi, ti dir chi sono, perch io non devo nascondere la mia persona come sembra debba fare tu. Stai parlando con Publio Cornelio Scipione, console di Roma, e questi che vedi alle mie spalle sono i miei dodici lictores e i miei ufficiali.
Mazieno deglut a vuoto, ma non si arrese. Erano in parit numerica. Un console di Roma? Dopo cos tanti anni? Sembrava uno scherzo.
All'accampamento non  arrivato alcun messaggio su un console di Roma a Lilibeo rispose, e spinse via la ragazza che piangendo gatton fin sotto un grande ulivo, a pochi passi dal luogo di quello strano incontro.
Publio Cornelio Scipione non gli rispose e si limit a guardare la spada che Mazieno ancora brandiva puntata in alto.
 tardi per inviare un console qui aggiunse il centurione.  da molto tempo che non riconosciamo il comando di Roma.
Capisco... disse Publio, che esit prima di continuare. Dietro di lui stavano i suoi ufficiali e c'era anche Catone, che di sicuro in quel momento godeva per la sfrontatezza di quel centurione. D'accordo, ma questo mi impedisce anche di sapere con chi parlo?
Sono Publio Mazieno, centurione della VI legione, secondo al comando dopo Marco Sergio, primus pilus della legione.
Scipione riflett sulle ironie e le contraddizioni di quella risposta: prima di tutto quel rinnegato portava il suo stesso praenomen e poi, bench non riconoscesse il comando di Roma, si appellava alla gerarchia propria delle legioni romane per giustificare il suo comando. Publio Cornelio Scipione si guard intorno e fiss lo sguardo sulla ragazza. Senza smettere di osservarla, riprese la parola.
E che cosa fai, Mazieno, cos lontano dall'accampamento?
Cerchiamo da mangiare.  da molto tempo che Roma non ci invia pi viveri e rifornimenti.
Di colpo la ragazzina lanci un grido guardando il console.
Tintu, tintu, rapi, rapi! Poi tacque e guard per terra, tornando ad accovacciarsi.
E ora mangiate carne umana? domand Scipione.
Mazieno stava per rispondere, ma il console si era stancato di parlare. Gli volt le spalle e si rivolse ai lictores e ai suoi ufficiali.
Per Castore, Polluce e tutti gli di, ammazzateli tutti, meno questo stupido centurione. E si ritrasse di qualche passo camminando verso la ragazzina spaventata.
I lictores posarono le loro fasces per terra, mentre sguainavano le spade. Intanto Marcio, Lelio, Trebellio, Digizio, Mario e Silano, circondati da una dozzina di legionari, si erano gi gettati sugli uomini di Mazieno. La lotta non fu eroica. I legionari della VI opposero poca resistenza, giusto due colpi di spada prima di lasciar cadere i loro gladi e implorare clemenza. Gli ufficiali si voltarono verso Scipione e lui fece segno di no con la testa. Le spade trapassarono, a uno a uno, i cuori di tutti gli uomini di Mazieno.
Publio ora stava vicino alla ragazza e mand a chiamare qualcuno che riuscisse a comprenderla. Il centurione sopravvissuto della VI legione era ancora circondato dai lictores del console. Inizi a piangere. S'inginocchi.
Per favore, per favore... gemeva ho famiglia e figli... Abbiamo fame... Non ci sono rifornimenti...
Lelio arriv da Publio con un giovane di Lilibeo, un volontario arruolatosi di recente nell'esercito del console. Scipione aveva fatto diffondere la voce che chiunque volesse combattere ottenendo ricchezze e gloria poteva unirsi alle sue truppe. Molti dubitavano di quella promessa, poich tutti pensavano che in Africa avrebbero trovato solo la morte, ma alcuni, disperati e abbandonati dalla dea Fortuna, si erano uniti alle truppe del console. Il giovane si avvicin e ascolt la ragazzina che ripeteva di nuovo le stesse parole pronunciate prima e che ora sottolineava indicando Mazieno.
Tintu, tintu, rapi, rapi!
Parla nella lingua locale, mio generale disse il giovane che avevano scelto come interprete. Non so esattamente cosa voglia dire, ma tintu  un insulto, come dire perverso, malvagio, e credo che l'altro significhi rubare.  tutto quello che posso dire, mio generale.
Scipione annu.
Di' alla bambina di non avere paura e falle capire, se puoi, che non ci saranno altri assalti alle fattorie.
Publio allora lasci che la ragazza parlasse con il giovane volontario e si avvicin a Mazieno, che non smetteva di ululare tra singhiozzi e gemiti. Si rivolse a lui con lo stesso tono usato all'inizio di quell'incontro, come se non fosse successo nulla.
Publio Mazieno, centurione della VI legione, sono Publio Cornelio Scipione, console di Roma, al comando della Sicilia e dell'Africa. Vengo a rilevare il comando della V e della VI legione di Roma. Ora va' all'accampamento e informa i tuoi superiori, il primus pilus della VI e anche quello della V... C' un primus pilus nella V legione?
Gaio Valerio bisbigli Mazieno guardando per terra, gonfio di panico.
Bene, informa entrambi, sia Marco che Valerio, poich non ci sono tribuni, del mio arrivo. Di' loro anche che mi aspetto pi disciplina e un riconoscimento nei confronti del mio comando. Puoi anche illustrare loro le conseguenze di una ribellione contro la mia persona, spiegando nei dettagli cosa  successo qui. Arriver all'accampamento domani verso mezzogiorno, quando il sole sar alto in cielo.
Mazieno non riusciva a credere alla sua fortuna. Strisci per abbracciare le ginocchia del console, ma Scipione fece un passo indietro. Publio Mazieno si ferm e parl mentre si rialzava piano.
Naturalmente, mio generale. Domani a mezzogiorno. Gli uomini saranno schierati sulle porte dell'accampamento. Entrambe le legioni. Tutti... in attesa del console... Grazie, console di Roma, non ti deluder...
Publio Mazieno prese la spada portagli da Lelio, che ardeva dal desiderio di prendere a pedate quel miserabile ma si tratteneva per disciplina. Mazieno rinfoder l'arma e si avvi senza guardarsi indietro. Prima piano e poi correndo come se fosse inseguito dai lupi.
Ecco un codardo che se ne va disse Trebellio.
Publio lo guard e Trebellio non aggiunse altro. In quel momento comparve Catone che, per cautela, era rimasto nelle retrovie mentre si teneva lo scontro tra i legionari ribelli della VI legione e gli uomini del console. Prima di parlare, cont i cadaveri.
Diciannove morti. Vedo che il console di Roma ha un modo curioso di ampliare il suo esercito. E fece un ampio sorriso prima di trarre le sue conclusioni. Di questo passo il console otterr un grande esercito di cadaveri.
Lelio stava per rispondergli, ma Publio lo prese per un braccio e lui si contenne, una volta ancora. Catone si allontan da dove era venuto. Era soddisfatto. Le cose andavano meglio di quanto avrebbe mai immaginato. Il console avrebbe dovuto combattere con codardi o con morti. N gli uni n gli altri sarebbero stati dei grandi alleati, una volta sbarcati in Africa. Quella era un'impresa votata al pi strepitoso insuccesso. Poi il suo sorriso scomparve. Bisognava trovare il modo di svignarsela prima che fosse troppo tardi. Era l'unica cosa che gli toglieva il sonno, ma avrebbe di sicuro trovato un sotterfugio con cui ritirarsi dall'Africa quando le cose avessero iniziato a volgere definitivamente al peggio. Sorrise di nuovo. Domani a mezzogiorno, aveva detto il borioso console. Ci significava che quella notte avrebbero riposato. I suoi piedi ne sarebbero stati felici.
Publio rimase con i suoi ufficiali. Sapeva che le parole di Catone avevano seminato dubbi sul suo modo di agire, ma non aveva voglia di dare spiegazioni. Avrebbero dovuto fidarsi di lui, come facevano sempre.
Tutti in marcia! ordin.
Ma non hai detto che arriveremo all'accampamento domani a mezzogiorno? chiese Lelio. Gli esploratori dicono che siamo a meno di sette o otto ore di cammino. Possiamo fermarci qui per la notte e arrivare domani a mezzogiorno come hai detto a quel centurione, c' tempo a sufficienza...
Ho detto cos, Lelio, ma continueremo la marcia e arriveremo l all'alba. La V e la VI legione si sveglieranno ben prima di quanto fanno di solito.
E con quelle parole il console prese a marciare e, dietro di lui, la sua scorta di lictores con le fasces in alto, seguiti dai tribuni e, via via, dalle migliaia di volontari.
Marco Porcio Catone stava riposando seduto accanto alle pietre di quello che un tempo era il muro di una fattoria, quando s'accorse che l'esercito proseguiva la sua marcia. Si era levato i sandali per dare sollievo ai piedi e, imprecando contro la sua sorte, dovette allacciarseli di nuovo in tutta fretta.
La ragazzina vide che i legionari si allontanavano guidati da quello strano capo. Usc dal riparo dell'ulivo e corse in cerca di suo fratello. Lo trov carponi, sulle pietre dove era caduto. Lo chiam per nome un paio di volte. Il ragazzino apr gli occhi e sorrise. Fratello e sorella si abbracciarono. Sembrava che la speranza fosse tornata nelle loro vite.
Era ancora notte fonda quando, sotto la tenue luce di una timida luna calante, Publio e i suoi ufficiali avvistarono il mitico accampamento delle legioni maledette. La scarsa luminosit faceva s che non ci si accorgesse del cattivo stato della palizzata, ma anche in piena notte i veterani al comando dell'esercito di Publio scorsero alcuni fori che i legionari della V e della VI legione non avevano chiuso con nuovi tronchi. Inoltre il fossato, via via che si avvicinavano scendendo da una collina allungata vicina all'accampamento, si rese visibile mostrando zone di scarsa profondit. E il cattivo odore di quella zona fece comprendere agli uomini del console che il fossato veniva utilizzato come immondezzaio. Ma la cosa pi deplorevole era che quasi non si vedevano fal accesi e sentinelle. L'esercito di volontari del console di Roma si era avvicinato fino a cinquecento passi dalle palizzate e nessuna sentinella aveva dato l'allarme. Le legioni maledette dormivano.
Publio ferm l'avanzata dei suoi uomini. Si guard intorno. L'espressione dei suoi ufficiali era seria, sapeva ci che pensavano. Catone, invece, sembrava l'uomo pi soddisfatto del mondo. Se avessero attaccato ora quegli uomini, pur avendo l'esercito del console la met dei loro effettivi, avrebbero potuto sconfiggere quelle legioni prima dell'alba. Per di pi rimaneva da sapere quanti di quei legionari fossero andati a dormire ubriachi. Era evidente che le legioni maledette non si aspettavano n temevano alcun nemico. Si sentivano dimenticati, anzi sentivano di essere l'oblio in carne e ossa. E i poveri fattori spaventati che si nascondevano tra le colline non erano una minaccia per quei ventimila legionari e le relative truppe ausiliarie trasformati in banditi.
In Publio lo sconforto non sorse per tutto ci che stava osservando, ma aveva un'altra origine. Nella speranza di trasformare di nuovo quegli uomini in soldati di Roma, si era aspettato una qualche reazione dopo il ritorno del centurione cui aveva risparmiato la vita affinch li informasse del suo arrivo. Ma se anche Mazieno era tornato all'accampamento e aveva notificato l'avanzata del console, ci non sembrava avere alterato in minima misura la decadente esistenza della V e della VI legione. Non si scomponevano nemmeno con un console a mezza giornata di marcia. Lo sguardo brillante nel viso di Catone feriva troppo il giovane console. Avrebbe dovuto essere pi duro con quelle legioni di quanto si era proposto. Avrebbe dovuto essere implacabile.
Gaio Valerio aveva sempre avuto il sonno leggero, il suo era un dormiveglia che si spezzava al minimo scricchiolio. Quella notte and a dormire preoccupato. Mazieno era tornato da solo dalla sua abituale battuta di saccheggio delle fattorie nei dintorni. Lo aveva visto attraversare l'accampamento verso sera con la corazza macchiata di sangue. Era chiaro che qualcuno li aveva attaccati, ma il centurione non aveva detto nulla e la sua figura era svanita nella tenda di Marco Sergio, primus pilus della VI legione. Comunque fosse, Valerio sapeva che non avrebbero avuto altre informazioni su quanto successo. Banditi? Era strano, perch ormai non c'erano pi nemmeno i ladroni in quella regione della Sicilia, a parte loro. I fattori si erano forse armati? Era possibile, ma quanti contadini ci sarebbero voluti per eliminare una turma della VI? Pi di un centinaio, e anche cos era assai strano che fossero riusciti a eliminarli tutti tranne uno. Cartaginesi? Un nuovo sbarco a Lilibeo? No, le autorit della citt avrebbero inviato messaggeri. Pur essendo legioni maledette, era meglio rivolgersi a loro che lasciarsi radere al suolo dai Cartaginesi. O l'opinione che avevano di loro i cittadini di Lilibeo era cos tremenda da non degnarsi di ricorrere alla V e alla VI legione nemmeno se fossero stati minacciati da truppe nemiche? Gaio Valerio si risvegli da quello stato a met tra il sonno e la veglia. Si mise a sedere abbracciandosi le ginocchia. La paglia secca del giaciglio era la massima comodit cui avevano potuto aspirare in quell'esilio infinito. No. Se li avessero minacciati truppe nemiche, Marco Sergio e Mazieno avrebbero avvertito gli altri, tutti, e avrebbero messo delle sentinelle di guardia. Nella loro vigliaccheria e paura, avrebbero coinvolto tutti. No, era successo qualcos'altro. Magari una lotta tra loro per qualche bottino? Oppure rimaneva anche un'altra possibilit del tutto distinta: forse avevano trovato qualcosa di veramente interessante e gli altri erano rimasti a sorvegliare il frutto della requisizione, ad esempio un buon lotto di bestiame, mentre Mazieno era tornato per chiedere rinforzi a Marco. S. Gaio Valerio stava annuendo con forza, quando il pi grande fragore che avesse mai sentito lo fece sussultare, saltare in piedi e sguainare la spada, tutto allo stesso tempo. Erano corni e tube, a decine, in piena notte. Li stavano attaccando.
Gaio Valerio usc dalla sua tenda con la spada sguainata, insieme nervoso e risoluto, deciso a vendere cara la pelle. Era quasi contento di poter finalmente combattere, fosse anche solo per morire. All'esterno s'imbatt nel caos pi assoluto. Migliaia di legionari correvano da un luogo all'altro senza ordini, come posseduti dalle divinit infernali. Uno dei suoi uomini si rivolse a Valerio. Gli parl come per chiedere consiglio, non sapendo chi seguire in mezzo a quella follia.
Mio centurione, dicono che ci sono messaggeri a tutte le porte! Dicono che  venuto un console di Roma!
Gaio Valerio lo guard incredulo. Un console di Roma? In realt, per, solo ci avrebbe dato un senso a quella situazione assurda: nessun nemico sveglia gli avversari prima di ucciderli. Se erano vittime di un attacco a sorpresa, dov'erano i proiettili e le frecce e le lance? Il cielo era limpido e disseminato di stelle. Sarebbe stata una buona notte per attaccarli, come del resto tante altre, ma si sentivano solo tube e trombe. E migliaia di soldati sconcertati, confusi, che correvano. Con grande disappunto del legionario che si era appena rivolto a lui, Gaio Valerio se lo lasci alle spalle e si diresse verso la porta decumana. Dovette farsi strada a spintoni, ma la sua costituzione corpulenta e il vantaggio di avere un fine ben preciso lo fecero avanzare rapidamente tra i legionari sconvolti e senza comando. Not che molti si stavano dirigendo verso le palizzate per osservare cos, in prima persona, che cosa stava succedendo all'esterno dell'accampamento. Era quello che voleva fare anche lui.
Nel giro di cinque minuti si piant sulla porta decumana e l vide un gruppo di trenta legionari ben armati e in uniforme all'altro lato del fossato. Impeccabili e organizzati, troppo per appartenere alle sgangherate V e VI legione. Erano soldati arruolati da poco, anche se per l'et sembravano veterani. Una combinazione curiosa. Sembravano arrivati da un altro mondo, un mondo che Gaio Valerio aveva quasi dimenticato: Roma. Uno di quegli uomini sembrava ripetere un messaggio pi e pi volte, circondato dai suoi compagni che, spade in pugno, erano pronti per proteggerlo se l'avessero attaccato.
Legionari della V e della VI legione, il console Publio Cornelio Scipione di Roma  venuto a prendere il comando delle vostre legioni. Il console di Roma vi ordina di schierarvi davanti alla porta praetoria dell'accampamento prima che spunti l'alba!
Taceva per qualche istante, poi tornava a ripetere lo stesso messaggio. Gaio Valerio non comprendeva perch i legionari mostrassero un tale interesse ad affacciarsi dalle palizzate, per questo avanz fin dove i suoi occhi potessero intravedere da terra ci che molti altri stavano gi ammirando dall'alto delle fortificazioni semidistrutte dell'accampamento. Dietro i messaggeri, a cinquecento passi circa, sul fianco della grande collina che si estendeva dinanzi all'accampamento delle due legioni, si vedevano un migliaio di torce distribuite per tutto il rilievo. Era chiaro che il console non era venuto da solo, protetto da pochi uomini e fidandosi di una lettera del Senato che avrebbe riportato gli uomini della V e della VI legione ai propri obblighi nei confronti del generale che reclamava il suo comando su di loro.
Gaio Valerio continu a camminare verso il messaggero che ripeteva gli ordini del console, finch si ritrov ad appena dieci passi da lui. Si ferm quando vari legionari, che accompagnavano il messaggero, si frapposero tra lui e l'araldo.
Non  necessario che tu ripeta ancora una volta il tuo messaggio, centurione disse Gaio Valerio rivolto al messaggero, rivelando il proprio rango per il fatto di parlargli. Di' al console che la V e la VI legione si schiereranno immediatamente davanti all'accampamento.
Valerio non diede tempo al centurione di rispondergli. N costui sapeva bene come comportarsi, ma smise di ripetere il messaggio e di l a poco ordin al resto degli uomini che lo accompagnavano di ritirarsi con lui e di raggiungere i loro.
Gaio Valerio ritorn all'accampamento con l'animo in fiamme. Ecco cos'era successo alla turma di Mazieno. E non l'avevano informato dell'arrivo di un console! L'ira di Valerio stava aumentando. Il corpo gli chiedeva di andare a cercare Publio Mazieno e il suo superiore, Marco Sergio, e infilzarli come salsicce, ma quello non sarebbe stato il modo migliore di presentarsi al cospetto del console. Rodendo per la rabbia, raggiunse la sua tenda al centro dell'accampamento e a voce alta inizi a urlare ordini precisi.
Uomini della V! Tutti schierati davanti alla porta praetoria, s, per Ercole, Giove e tutti gli di, o devo ammazzarvi uno per uno finch mi darete ascolto? Tutti in formazione, per Ercole!
Gli uomini lo guardavano e iniziarono a rinfoderare le spade, cercare gli elmi dimenticati, le corazze sparse per terra, i gambali se li possedevano, lance disperse tra le tende... Gli uomini della V legione, sotto il comando di Valerio, avevano continuato a praticare le istruzioni militari, ma erano cos nervosi che non risultava loro facile organizzarsi e, per di pi, ancora in piena notte, con gli scarsi fal dell'accampamento. Tuttavia cercavano di sistemarsi.
Gaio Valerio accese una fiaccola e tenendola sollevata si diresse al centro stesso dell'accampamento, di fronte al praetorium abbandonato, conficc la torcia nella terra e, quando fu sicuro che varie centinaia di uomini lo osservavano, afferr con entrambe le mani l'insegna della V legione di Roma, conficcata in quel luogo da undici lunghi e lentissimi anni, e la tir con tutte le sue forze. Con grande stupore di tutti i legionari della V e per la sorpresa dello stesso primus pilus, l'asta conficcata dell'insegna sembr scivolare via dalle viscere della terra di Sicilia e, quasi senza opporsi, usc dolcemente, rimanendo cos salda tra le mani del centurione che esib l'insegna e torn a ripetere gli ordini, stavolta con un tono vibrante in gola che nessuno gli aveva mai sentito.
Tutti in formazione, per Giove!  arrivato un console da Roma!
Publio studiava l'uscita della V e della VI legione dall'accampamento. Ben presto, lo scoramento pi completo s'impadron di lui, tuttavia mantenne il viso altero e l'espressione seria, quasi inespressiva, per non incoraggiare l'incipiente sorrisino che indovinava sulla faccia altrimenti acida di Catone. Percepiva una profonda preoccupazione tra i suoi uomini: quei soldati che si stavano schierando in modo disorganizzato e senza fretta erano le loro truppe di rinforzo per la campagna d'Africa. Gli ufficiali, come il resto dei volontari provenienti dall'Italia, erano desolati. Iniziavano a capire che la campagna dipendeva esclusivamente da loro e dalle loro forze. Ci sarebbe stato poco da fare con quegli scrocconi, trasandati, sporchi e goffi che uscivano dall'accampamento, ormai sicuri di non essere attaccati, e che ridevano con aria di sopportazione nei confronti del console appena arrivato. Publio Cornelio Scipione deglut a vuoto. Era assai peggio di quanto si fosse aspettato. Era come ritrovarsi di nuovo davanti le truppe di Sucro, per di pi imbaldanzite dai tanti anni trascorsi senza un comando effettivo. Come recuperare quegli uomini al combattimento, alla causa di Roma, di una Roma che li aveva esiliati e condannati all'oblio? Perch mai avrebbero dovuto lottare di nuovo per quella citt? Publio ripassava nella sua mente le parole che aveva pensato di pronunciare per presentarsi davanti a quegli uomini, ma si rendeva conto che il discorso che aveva progettato non avrebbe instillato n coraggio n interesse in quelle truppe relegate da undici anni in un angolo remoto della Sicilia. Per loro la guerra ormai era una cosa distante, indifferente, estranea.
Publio Cornelio Scipione non pot evitare un profondo sospiro, mentre si passava la mano destra sul mento e abbassava gli occhi. La V e la VI legione erano persino incapaci di formare i loro manipoli; uscivano dall'accampamento come chi si accomiata da una visita a una villa di campagna. Aveva pensato che le fiaccole, l'oscurit, il fatto di essere svegliati in piena notte avrebbe infuso in loro un po' di timore, ma l'effetto era durato solo pochi minuti, fino a quando i legionari esiliati avevano capito cosa stava succedendo. Sembravano persino infastiditi perch il console li aveva svegliati nel bel mezzo del loro sonno. E, tuttavia, quelli erano gli stessi uomini che avevano sollecitato, pregato, implorato il console Marcello di intercedere al Senato per permettere loro di combattere ancora e di riabilitare cos i loro nomi, guadagnandosi il diritto di tornare a Roma e rivedere le famiglie e gli amici. Certo, questo era accaduto all'inizio del loro esilio. Allora Fabio Massimo si era opposto a concedere una simile possibilit agli sconfitti di Canne, alle legioni maledette. E ora persino il console Marcello era caduto, abbattuto da Annibale.
Publio sorrise, ma era un sorriso strano, quasi ironico. Vedendo i legionari della V e della VI che passeggiavano davanti all'accampamento, con alcune centinaia di loro seduti per terra contravvenendo apertamente all'ordine di schierarsi, inizi a comprendere perch Fabio Massimo aveva all'apparenza ceduto su quel punto, concedendogli il comando su quelle truppe. Massimo, sempre cos ben informato, doveva essere al corrente di quanto fossero ormai inutili quegli uomini, di quanto sarebbero risultati inservibili in una campagna militare, ancor pi in una campagna militare nel nome di Roma, la stessa Roma che li aveva puniti.
In mezzo alla profonda desolazione che gli invadeva l'animo, da dietro si avvicin Gaio Lelio e gli indic l'ala sinistra della V legione. Publio aguzz la vista e l, nella penombra di un'alba ancora nascosta tra le colline, individu tre, quattro, no, cinque, sei, varie decine di manipoli in perfetta formazione di combattimento: in prima linea si distinguevano benissimo le truppe leggere, i velites pronti a marciare; e dietro di loro, hastati, principes e triarii, tutti ben disposti, con uniformi certo non impeccabili ma decenti e, quello che pi importava, armati fino ai denti, anche se non con i pila delle nuove legioni italiche o le falarica iberiche che mostravano molti dei suoi veterani delle campagne in Hispania, bens con vecchie armi arrugginite, come il verutum o il gaesum gallico, le stesse usate a Canne e che, a poco a poco, i Romani avevano sostituito nelle nuove legioni di quella lunga guerra. Quei manipoli erano in formazione perfetta, quasi fossero rimasti cos, fermi, nel tempo. Per un istante a Publio sembr di stare nuovamente vicino alle rovine della fortezza di Canne, con il suocero Emilio Paolo, al centro dell'infinita formazione romana, in attesa degli ordini di un impazzito Terenzio Varrone che li aveva condotti verso la pi terribile delle sconfitte. Quegli uomini si erano schierati con squisita perfezione, come se avessero continuato a esercitarsi per tutti gli anni dell'esilio in attesa di quel momento. Erano cinquecento uomini circa, sui ventimila l riuniti, ma rappresentavano gi qualcosa: erano un seme.
Publio annu senza voltarsi verso Lelio, che tuttavia comprese come il console avesse individuato ci che lui stesso aveva scoperto: un rimasuglio di amor proprio in mezzo a tanta incuria.
 un inizio, Lelio, quegli uomini sono un inizio. Cominceremo da loro, gi domani mattina comment il giovane console. Informati su chi comanda quei manipoli. Voglio incontrarlo appena avr finito il mio discorso.
Lelio annu e scomparve tra gli ufficiali. Avevano parlato sottovoce, in modo che n Catone n gli altri avevano potuto sentire le loro parole, ma tutti avevano notato con allegria quei manipoli che sembravano ricordare ancora cosa significasse appartenere alle legioni romane. Tutti meno Marco Porcio Catone, che non riusciva a riprendersi dalla sorpresa per quei recalcitranti perdenti che ancora si sforzavano di far credere al resto del mondo di essere dei legionari. Per fortuna erano pochi, pochissimi uomini ancora fedeli alla legione, migliaia erano invece insoddisfatti, villani, banditi, corrotti e vigliacchi. Catone sput per terra in direzione dei manipoli dell'ala sinistra della V legione.
Publio Cornelio Scipione inspir a pieni polmoni e mosse vari passi in avanti. I dodici lictores della sua scorta lo circondarono con fiaccole fiammeggianti, che risplendevano nel biancore del primo mattino. Il console di Roma avanz ancora fino a posizionarsi in un punto che pareva casuale, ma che in realt era il punto da dove la sua voce, approfittando del dolce pendio della collina, avrebbe raggiunto meglio tutti gli uomini delle due legioni. A qualcosa doveva pur servire tutto ci che aveva letto sui teatri greci e sul modo di approfittare dell'acustica naturale dei fianchi delle montagne. Avrebbe dovuto comunque urlare, ma almeno lo sforzo sarebbe servito a far arrivare il suo messaggio a tutti quegli uomini trasandati che un tempo erano stati legionari. In qualche maniera, la disorganizzazione quasi totale delle truppe era sua alleata poich, non rispettando le distanze previste tra un legionario e l'altro, le migliaia di uomini della V e della VI legione occupavano assai meno spazio di quanto sarebbe stato necessario per il loro perfetto schieramento in manipoli. Certo, era un disastro militare, ma un grande vantaggio per farsi sentire da tutti.
I legionari della V e della VI videro il console, circondato dalla sua scorta di fiaccole, posizionarsi davanti a loro. Si aspettavano tutti un discorso pomposo e pesante che gi pensavano di non degnare della minima attenzione. Inoltre la luce del mattino iniziava a rendere visibili le autentiche forze che accompagnavano il console, e i legionari della V e della VI legione erano di pi. Questo li faceva sentire sicuri.
Publio aveva pensato a lungo quali potessero essere le sue prime parole dinanzi a quegli uomini con cui aveva combattuto in passato e con i quali condivideva un'umiliante fuga dal campo di battaglia, ma nel vederli l, esiliati, distratti e molti di loro provocatoriamente seduti sulla terra di quell'isola, la collera s'impadron di lui.
In piedi, maledetti, in piedi, per Ercole! In piedi o lancio all'istante tutti i miei uomini contro di voi e stamattina irrigheremo tutto con il vostro sangue! In piedi, per Giove, alzatevi! Preferisco morire uccidendo tutti quelli di voi che potr, piuttosto che permettervi di restare seduti davanti a un console di Roma! Siete davvero disposti a combattere fino alla morte solo per restare con i vostri culi incollati per terra? Lo siete?
Nessun uomo delle due legioni si aspettava quelle parole. Quelli che stavano in piedi tesero i muscoli, quelli che erano seduti iniziarono ad alzarsi un po' alla volta, mentre i pi ribelli si scambiavano occhiate incerte non sapendo bene cosa fare. Tra di loro c'erano il primus pilus della VI legione, Marco Sergio, e il suo centurione, secondo al comando, Publio Mazieno.
Per l'ultima volta: tutti in piedi o iniziamo subito una battaglia campale! ribad il console di Roma. Io sono abituato a combattere, ma credo che a voi coster rispondere al nostro attacco! In piedi, maledetti dagli di, in piedi!
Marco Sergio e Publio Mazieno per finire si alzarono, di malavoglia ma lo fecero, e con loro si alzarono gli ultimi riluttanti. Per il momento il console non aveva ottenuto molto, ma due cose s: tanto per cominciare, tutti i legionari in piedi; e, secondo, la curiosit di molti per la strana forma con cui si era rivolto a loro attaccando il suo discorso.
Mi dovete la vita, ciascuno di voi mi deve la vita! url Publio Cornelio Scipione. Mi dovete persino questa miserabile esistenza in esilio! Io, insieme ad altri tribuni, ero al comando delle truppe uscite vive da Canne. S, ero uno di quegli uomini e di quei tribuni ed  anche grazie a me se oggi siete vivi. Ma vedendovi ora mi chiedo se non sarebbe stato meglio per tutti, per voi, per Roma e per me, se vi avessimo abbandonati l affinch Annibale e i suoi uomini vi infilzassero come bestie per poi lasciarvi feriti ad agonizzare per giorni sul campo di battaglia, in attesa che gli avvoltoi vi strappassero gli occhi. O, meglio ancora, che i suoi uomini s'intrattenessero facendovi lottare tra di voi fino a strapparvi le viscere a vicenda per il loro divertimento:  quanto capit a quelli rimasti l, a tutti coloro che non tornarono dal massacro di Canne! Publio si arrest qualche istante per riprendere fiato e per pensare. Stava improvvisando, si lasciava trasportare, per la prima volta dall'ammutinamento di Sucro, dalle proprie emozioni. Ma la pausa gli serv anche per verificare come le sue parole veementi avessero catturato l'attenzione dei legionari esiliati delle legioni maledette. Pi sicuro del terreno che stava calpestando, avendo iniziato a pensare con maggiore freddezza, ma mantenendo l'intensit emotiva, prosegu: E voi vi lamentate e provate compassione per il vostro esilio! Miserabili, miserabili, mille volte miserabili! Siete stati lasciati in vita e voi ricambiate con sdegno e ribellione la compassione di Roma! Eravate il doppio dei vostri avversari e avete dovuto, abbiamo dovuto metterci in salvo con la fuga! Avremmo dovuto morire tutti quel giorno! Tutti! Pensate che Roma sia ingiusta, lo leggo nei vostri occhi, ma non capite niente! Roma  severa, rigida, implacabile, ma mai ingiusta! Roma non combatte mai una guerra ingiusta e non  mai ingiusta nelle sue punizioni! Avete passato anni ad accumulare odio e disprezzo verso Roma, quando il vostro vero nemico, quello che vi ha umiliati, quello che ci ha portati a questa situazione, cavalca libero per le citt italiane, devasta i nostri alleati, minaccia persino le mura della citt natale dei vostri padri, madri, fratelli, mogli, figli... Tutti quelli che amate e che avete abbandonato per la vostra incapacit sul campo di battaglia... tutti perduti, ma non per colpa di Roma, bens per colpa di Annibale e dei suoi uomini. S, i suoi uomini, i suoi veterani di guerra! E di nuovo Publio si ferm qualche attimo; il silenzio era totale, le sue parole rimbalzavano enormi contro quel pendio, le legioni lo ascoltavano. S, gli uomini di Annibale! Iberi, Galli, Africani e Numidi, che si riuniscono nelle tiepide notti italiane e, protetti dalle loro innumerevoli vittorie, narrano le proprie imprese, ridono mentre ricordano come vi fecero fuggire, come ferirono i vostri compagni, come decapitarono i vostri amici. E come correvate spaventati, come correvamo tutti quel giorno per sfuggire alle loro spade, al loro odio! Vi dispiace se ve lo ricordo? Vi spiace sapere che ci sono migliaia di uomini che ridono di voi? Lo vedo dalle vostre facce serie.  dura la verit? Forse in esilio vi siete sforzati di dimenticare da dove venite, ma il mio dovere come console, il mio primo dovere nel prendere il comando della V e della VI legione di Roma,  quello di ricordarvi chi siete: non vi importa essere la vergogna di Roma, gi l'ho visto, ma mi chiedo, non vi importa nemmeno essere gli zimbelli dei veterani di Annibale? Non vi importano le battute, le barzellette che si raccontano tra loro, non vi importano le grasse risate di quei Galli, Iberi, Numidi? Non li sentite anche da lontano? Credo che se la notte non vi coricaste ubriachi, sentireste echeggiare nelle vostre orecchie le sinistre risate degli uomini di Annibale, mentre si pavoneggiano per la loro schiacciante vittoria su di voi mitizzando il loro coraggio e la vostra vigliaccheria. O forse li sentite ed  per questo che bevete, per occultare nel sonno dell'ebbrezza l'orrore di quelle risate, che vi svegliano in piena notte? Non siete la vergogna di Roma, perch Roma vi ha gi dimenticati. Ha sotterrato la vostra sconfitta sotto infiniti altri combattimenti contro i veterani di Annibale, a volte con battaglie incerte, altre con grandi vittorie e altre ancora con sconfitte, ma sconfitte senza l'umiliante fuga delle sue legioni. Voi ormai per Roma non esistete pi, siete seppelliti nell'oblio. Per questo non vi arrivano provviste o rifornimenti, n mai vi arriveranno. Mai. Mai, se non sotto il mio comando. Voi siete solo i personaggi dei racconti divertiti degli uomini di Annibale, i loro personaggi preferiti: i loro codardi preferiti. E io vi domando: volete davvero essere questo, protagonisti codardi e miserabili delle storie che il vostro nemico racconta ai suoi figli e ai nipoti, o volete un'altra opportunit? Volete essere dei disgraziati o volete qualcos'altro? Volete essere dei miserabili o cercate vendetta? E Publio alz il tono della sua voce, gli occhi fissi sul cielo azzurro del mattino, gridando con tutte le sue forze. Volete miseria o vendetta? Miseria o vendetta? Miseria o vendetta?
Tacque e chiuse gli occhi, aspettando per uno, due, tre, quattro lunghi secondi di silenzio che qualcuno delle legioni maledette rompesse quel perfido vuoto, finch dall'ala sinistra il primus pilus della V legione, Gaio Valerio, riemp i polmoni e rispose urlando: Vendetta, vendetta, vendetta, mio generale! Vendetta, per tutti gli di!.
Publio tenne gli occhi chiusi, mentre alzava piano le braccia tese verso il cielo, come se supplicasse Giove in persona, mentre decine, centinaia, migliaia di gole delle legioni maledette iniziavano a gridare all'unisono.
Vendetta, vendetta, vendetta!
Solo pochi uomini, tra il perplesso e il sorpreso, restarono in silenzio e osservarono stupiti ci che accadeva intorno a loro: Marco Porcio Catone, tra le fila degli uomini del console, e, tra i legionari, i centurioni Marco Sergio e Publio Mazieno della VI legione, che si guardavano attorno con aria confusa senza capire bene cosa stesse succedendo.

48. GAIO VALERIO.
A ovest della Sicilia, fine marzo del 205 a.C.

Gaio Valerio era nervoso, sudato, inquieto, mentre aspettava accanto ai lictores di guardia alla nuova tenda del praetorium, fatta alzare dal console per rimpiazzare gli stracci di tela rimasti in piedi del vecchio posto di comando. Valerio passeggiava avanti e indietro a piccoli passi e meditava su cosa dire al console. Perch l'aveva convocato cos presto? D'accordo, era il primus pilus della V legione e, in assenza di tribuni, era il centurione di rango pi elevato. Ma perch aveva convocato solo lui e non Marco Sergio, l'altro centurione primus pilus della VI? Comunque fosse, il console voleva incontrarlo da solo o, almeno, incontrare separatamente ogni centurione. Forse voleva tastare gli animi delle truppe. Senza dubbio. Pi sicuro, Valerio inizi a muovere passi pi ampi, ma di colpo fu assalito da un nuovo motivo di nervosismo: dalla sua uniforme pendevano le sue vecchie phalerae e torques, le antiche decorazioni di guerra. In quel posto, in quell'esilio, sembravano fuori posto. Veloce, si lev tutte le decorazioni, ma dove metterle? Ci stava ancora pensando, quando uno dei lictores lo chiam.
Centurione, puoi entrare. Il console ti ricever subito.
Gaio Valerio strinse le sue onorificenze tra le dita della mano sinistra, che si port dietro la schiena mentre entrava nella tenda del nuovo praetorium. Si ritrov davanti Publio Cornelio Scipione, console di Roma, ma non da solo come aveva pensato. Il generale era in compagnia di vari ufficiali che aveva portato con s. Valerio ancora non conosceva i loro nomi, ma in piedi accanto al console, seduto su un semplice sgabello, stavano Gaio Lelio, Lucio Marcio Settimio, Quinto Trebellio, Sesto Digizio, Mario Giuvenzio Tala e Silano, gli ufficiali di pi alto rango e di maggiore fiducia. Valerio, uomo esperto nel giudicare gli ufficiali, intu subito che tra quegli uomini e il console c'era molto pi di un semplice rapporto militare. Doveva essere cauto con le parole e non infastidire nessuno dei presenti.
Tu sei Gaio Valerio? chiese Publio Cornelio Scipione con voce grave. Il primus pilus della V?
Esatto, mio generale.
Bene. Date le circostanze in cui la V legione ha vissuto negli ultimi anni, ci equivale a dire che sei l'uomo che per tutto questo tempo  stato al comando della legione stessa, non  cos?
S, mio generale. Da quando Roma non invia nuovi tribuni, sono al comando della V.
Capisco disse Publio fissando il suo interlocutore. Rimase qualche istante in silenzio, mentre Valerio abbassava gli occhi. La situazione della V legione non  molto buona, e lo stato generale dell'accampamento  deplorevole.
Valerio stava per parlare, per dire che da anni non ricevevano rifornimenti, che rimasti senza provviste per l'inverno avevano dovuto mettersi a coltivare o a trattare con i fattori della regione, quando addirittura a saccheggiare come facevano gli uomini della VI legione e alcuni della sua. Pens di dire che senza approvvigionamenti e senza tribuni era impossibile fare di pi e che... Ma il console alz la mano destra e Valerio ingoi tutte le sue spiegazioni insieme alla saliva.
Nonostante tutto, centurione, prosegu Publio sei riuscito a far s che diverse decine dei tuoi manipoli ancora ricordino cos' uno schieramento della legione e anche che conservino le loro armi in buono stato. Questo ti fa onore. Mi risulta inoltre che gli uomini di quei manipoli sono anche quelli che hanno reagito meglio al mio discorso di stamattina. Tutto ci ti rende creditore di una certa fiducia da parte mia sulle tue capacit di comando, bench la disorganizzazione generale dell'accampamento, la mancanza di sentinelle, i saccheggi nella regione rendano lampante quanto sia necessario riportare la disciplina tra queste truppe e dar loro nuovi comandanti. Sarai d'accordo con me, vero?
S, generale.
Bene ribatt Publio con soddisfazione, proprio nell'istante in cui una decorazione di Gaio Valerio gli sfuggiva dalle dita sudate e cadeva per terra, dietro i suoi piedi, producendo un grande schiocco metallico.
Il centurione rest immobile, ma ormai tutti si erano accorti che gli era caduto qualcosa dalle mani.
Cosa ti  caduto e che nascondevi nella mano sinistra? chiese Publio alzandosi, mentre Gaio Lelio, la spada gi sguainata, andava a mettersi tra il console e il centurione. Dal canto loro, Silano e Mario Giuvenzio si lanciarono su Valerio e gli immobilizzarono le braccia. Valerio comprese allora che tutti temevano si trattasse di un pugnale, di un tentativo di aggredire il console.
Non  niente, mio generale, non  niente! esclam il centurione, spaventato e imbarazzato insieme. Sono solo le mie phalerae e i torques! Decorazioni militari di altri tempi!
Lelio rinfoder la spada e raccolse la catena d'oro da terra.
Non mente, e nella mano sinistra ne ha altre. Sono solo decorazioni.
Si rilassarono tutti. Silano e Mario lasciarono il confuso Valerio, che ricevette da Lelio la sua phalera caduta e la tenne nella mano sinistra insieme alle altre.
Centurione, perch nascondi le tue decorazioni? gli chiese Publio, gi pi tranquillo, mentre si sedeva di nuovo.
Non so, mio generale, di solito le indosso sempre, pi per imporre il rispetto ai miei uomini che per altro.  da tanto tempo che ho perso il mio orgoglio di soldato, lo ammetto. Sono vecchie decorazioni guadagnate contro i Galli del Nord e i pirati dell'Illiria, ma sono cose di tanto tempo fa... E con il discorso di stamattina, pensando alle risate e alle battute degli uomini di Annibale, mi sembrava fuori luogo che uno come me si presentasse mettendo in mostra le decorazioni. Uno che  fuggito da Canne come un cane...
Gaio Valerio parlava a occhi bassi, desolato, sperando che la terra lo inghiottisse in quel momento.
Anch'io sono fuggito da Canne, centurione della V rispose Publio Cornelio Scipione.
S, ma come hai detto stamattina, per tutti gli di, ci hai salvati tutti, ci hai guidati, hai ricompattato le nostre fila per poter fuggire.  stato meritevole, ma scappare semplicemente come abbiamo fatto noialtri... E poi ci sono tutte le vittorie che hai ottenuto in Hispania. Persino qui abbiamo saputo della conquista di Carthago Nova o delle battaglie di Baecula e di Ilipa. Sto di fronte a un generale temibile, temuto, e sono soltanto un altro codardo delle legioni maledette. Ecco perch nascondevo le mie decorazioni del passato.
Servite una coppa di vino a questo centurione ordin il console, rivolto a uno schiavo alle sue spalle. E fate portare vino per tutti. Ascolta, Gaio Valerio, questi uomini che vedi qui intorno hanno subto, tutti, le loro sconfitte contro i Cartaginesi, e adesso, tuttavia, sono i miei migliori ufficiali e, per Castore e Polluce, credo che tu potrai stare tra loro. Ti piacerebbe essere uno di loro, Gaio Valerio? Vedo che annuisci, bene. Ora prenderai la coppa che ti offre quello schiavo e berrai con me, con noi, ma prima ho ancora bisogno di qualche risposta rapida e sincera. Mi servi solo se posso fidarmi pienamente di te, capisci?
Valerio assent di nuovo.
Perfetto. Ora dimmi, Gaio Valerio, posso fidarmi degli uomini della V legione? La V  una legione leale a Roma?
Credo di s, mio generale. Sono demoralizzati e scontenti, ma gi solo con il cibo che avete distribuito al vostro arrivo hanno cambiato espressione. Desiderano un generale. Sono uomini che chiedono un'opportunit, solo che  passato molto tempo da quando pregavano di averla e non sanno nemmeno pi cosa vogliono. Ma il nome del generale ispira timore e rispetto insieme. La V sar di nuovo una legione di Roma sotto il comando di Scipione. Posso garantirlo.
Bene, Gaio Valerio, quello che dici sembra molto incoraggiante. L'addestramento sar duro, imporr la pena di morte per qualunque atto di ribellione o insubordinazione; credi che gli uomini resisteranno a simili norme, a questa severit?
Penso che se verranno trattati con giustizia, accetteranno tutto.
E cos' la giustizia per il primus pilus della V legione di Roma?
Qui Valerio medit un istante.
Giustizia, mio generale,  un rancio decente, cibo a sufficienza, indumenti puliti, un giaciglio di paglia secca su cui dormire e magari un po' di vino, di quando in quando. E... Il centurione s'interruppe.
Parla, centurione! Parla, per Ercole, devo sapere che cosa render questi uomini dei fedeli legionari di Roma.
Be', ecco... c' la questione delle donne... Qualche donna, ogni tanto, li render pi calmi. Cibo, un po' di vino e qualche donna. Cos la V sopporter anche l'addestramento pi duro. E sopporteranno che chi non si attiene alle regole sia punito con ogni severit. Tanto pi sapendo che esiste la possibilit di combattere di nuovo e mettere fine all'esilio.
Questa possibilit esiste, Gaio Valerio:  una possibilit che dar a tutti gli uomini della V, diffondi pure l'informazione tra i tuoi. E inoltre ci sar cibo e, occasionalmente, vino e donne. Me ne occuper io, ma in cambio i tuoi uomini dovranno essere fedeli fino in fondo.
Il console pronunci l'ultima frase con una speciale intensit negli occhi. Valerio fu sorpreso da quel fulgore e, una volta ancora, abbass lo sguardo, ma riflett bene prima di rispondere. Il silenzio si prolung qualche istante.
Fino in fondo, mio generale conferm poi Valerio, con voce ferma, alzando di nuovo la testa e restituendo lo sguardo al console.
Bene, e sia. Ora brindiamo insieme a Gaio Valerio, primus pilus della V legione di Roma, a tutti noi e all'Africa.
Tutti gli ufficiali del console bevvero, tranne il console, perch aspettava che Gaio Valerio facesse lo stesso. Ma il centurione nel sentire il nome Africa era rimasto di sasso.
All'Africa? chiese infatti a bassa voce.
All'Africa ripet con voce potente, decisa, Publio Cornelio Scipione. S, centurione, all'Africa.
Valerio annu lentamente un paio di volte, si port la coppa alle labbra e bevve un sorso, due. Il vino era buono. Chiuse gli occhi, mentre la parola Africa rimbombava nella sua testa tra un sorso e l'altro. La voce del console gli fece riaprire le palpebre e allontanare la coppa, gi vuota, dalle labbra.
E la VI legione, Gaio Valerio? Che cosa devo aspettarmi dalla VI?
Valerio si guard intorno. Per un secondo si sent in trappola, messo alle strette da tutti quei potenti ufficiali e dal console. Quasi si trattasse di un'imboscata.
Dalla VI? ripet dubbioso.
Centurione, ripetere le mie domande non  un modo per rispondere. Hai brindato con noi, sei uno dei nostri o lo sarai presto; ora ti domando della VI perch devo sapere con esattezza che cosa aspettarmi da questa legione. Ho bisogno di informazioni, Gaio Valerio, e le voglio chiare, esatte e rapide. Le voglio subito, centurione.
S, mio generale. Dunque... la VI legione, la VI legione  un po' diversa... Gli uomini... i suoi uomini sono bravi, se vogliono, sanno combattere bene, ma l la disciplina  ancor pi inesistente che nella V...
Perch o a causa di chi, Valerio? Il console lo stava interrogando a una tale velocit da non lasciare al centurione altra scelta che rispondere come stavano le cose, tali e quali.
Si tratta di Marco, Marco Sergio, il primus pilus della VI, e di Mazieno, Publio Mazieno, il suo centurione di fiducia...
Mazieno l'ho conosciuto, ora parlami di Marco Sergio.
Marco  un uomo vendicativo, valoroso, ma che ha stravolto la sua vita.  stato lui a iniziare i saccheggi nella regione, quando i rifornimenti iniziarono a scarseggiare, ma cos  diventato popolare tra i suoi uomini e in parte anche tra i miei, devo ammetterlo, specie all'inizio, perch con i saccheggi si procurava cibo, provviste, grano e soprattutto vino e donne, donne che rapiva tra i fattori, anche se ora tutti i contadini si sono rifugiati sulle montagne e a Lilibeo sono pochi quelli che vogliono commerciare con noi, perch non abbiamo denaro. Quindi se un tempo Marco otteneva provviste, ora intorno al nostro accampamento  tutto distrutto; a decine, centinaia, migliaia di stadi da noi non  rimasta un'anima, n cibo. Marco, o Mazieno, si procurano nuovi bottini solo occasionalmente. Marco conserva ancora una certa popolarit tra gli uomini della VI legione, ma quelli della mia sono irritati con lui.
Gli uomini della VI legione possono essere recuperati per la guerra contro Annibale?
 possibile, s, ma con Marco Sergio e Mazieno al comando sar molto complicato. In qualsiasi momento possono fomentare una ribellione. Le norme rigide, come la pena di morte per insubordinazione, possono essere un modo per spaventare gran parte degli uomini, ma Marco e Mazieno negli ultimi anni hanno vissuto come re. Non credo che vorranno tornare a essere semplici centurioni. Lo faranno a malincuore...
Di' tutto quello che pensi, Valerio.
Forse non  giusto... non mi piace criticare gli altri... ma Marco Sergio e Publio Mazieno sono sempre stati e sempre saranno un problema, mio generale. Sono irrecuperabili per la legione, ma... ma sono i due centurioni pi anziani della VI. I loro uomini non lasceranno che siano sostituiti da altri.
Publio, che aveva ascoltato Valerio con il corpo inclinato in avanti, si ritrasse e tir un lungo sospiro.
Bene, Valerio, mi hai servito bene e mi servirai ancor meglio in futuro. Mi aspetto grandi cose da te. Indossa le tue decorazioni e recupera il tuo orgoglio. Un ufficiale senza orgoglio non  niente. Continua come hai fatto finora. I tuoi uomini avranno il trattamento di cui abbiamo parlato e, in cambio, io avr la lealt della V legione di Roma. Ora tra noi c' un patto. Mi sembri un uomo d'onore. Mi fido di te e della tua parola. Va' pure, adesso, ed esegui e fa' eseguire sempre i miei ordini.
S, mio generale. E dopo essersi portato la mano al petto nel saluto militare, Gaio Valerio, primus pilus della V legione, si gir, usc dalla tenda, si mise le sue decorazioni e raggiunse gli ufficiali della V che aspettavano con ansia di sapere com'era andato il suo incontro con il console di Roma.

49. ACCAMPAMENTO PRINCIPALE DELLA V E DELLA VI LEGIONE.
Sicilia, primi d'aprile del 205 a.C.

Trascorso qualche giorno, Publio passeggiava tra i fal dell'accampamento. I lictores lo seguivano, ma a una distanza di dieci passi, in modo tale che la sagoma del generale vestito con il paludamentum risultasse ben visibile agli occhi dei legionari della V e della VI legione. Il console voleva che rimanesse impresso nella mente di quegli uomini che, dopo undici anni di oblio, avevano di nuovo un generale, un generale che dava loro ordini, che esigeva, che era duro, intransigente, ma che aveva anche restituito loro la dignit, un rancio abbondante e, s, anche qualche piccola ricompensa, soprattutto sotto forma di vino. Sapeva che, facendosi vedere spesso, ben presto tutti avrebbero accettato l'esistenza del capo a cui ora dovevano lealt, un'obbedienza che alcuni avrebbero rispettato per convinzione e altri per imperiosa necessit dinanzi alle terribili punizioni cui veniva sottoposto chi si ribellava. Publio non si sentiva a suo agio in quella situazione, ma non c'era tempo per i dubbi. Aveva pochi mesi per recuperare quelle due legioni, per procurarsi una flotta di oltre trecento navi e trasporti marittimi, e aveva bisogno di uomini. Pi uomini. Ma il Senato, istigato da Fabio Massimo, era stato tassativo: avrebbe disposto delle forze dispiegate in Sicilia, tranne le guarnigioni che proteggevano le citt. Quindi disponeva solo delle legioni maledette e non poteva reclutare soldati con nuove leve. Aveva dunque i suoi settemila volontari, pi la V e la VI legione.
Publio si ferm a una ventina di passi da un fal dove diversi dei suoi ufficiali si accalcavano nel pieno della notte. Un pensiero in particolare lo amareggiava: non aveva una cavalleria, e senza cavalleria non aveva niente. A Canne Annibale aveva distrutto i loro fianchi, prima l'ala difesa da Emilio Paolo e poi la cavalleria di Terenzio Varrone, che nella fuga li aveva lasciati sguarniti sulla retroguardia. Il resto era stato un autentico massacro. Publio non riusciva a togliersi quell'immagine dalla testa. Non poteva permettere che ci si ripetesse, che la stessa cosa capitasse di nuovo agli stessi uomini. No, la V e la VI legione dovevano avere un corpo di cavalleria alleata e un altro di cavalleria romana. Solo cos aveva senso iniziare la campagna d'Africa.
Si avvicin agli ufficiali. I lictores si mantennero a distanza. Intorno al fuoco c'erano Gaio Lelio, Lucio Marcio, Mario Giuvenzio, Gaio Valerio e Silano. Trebellio e Digizio stavano controllando che in tutti i posti di guardia le sentinelle fossero in posizione e sveglie. Dopo l'esecuzione di due legionari che non avevano consegnato le loro tesserae alla turma di cavalleria notturna incaricata di ritirarle, il modo con cui si controllava che ogni sentinella fosse sveglia e al suo posto di guardia, non c'erano state pi inadempienze. Ma sia Trebellio che Digizio volevano che non si ripetesse pi nulla di simile, specie nella VI legione, e bench si fidassero, come il console e Gaio Lelio, di Valerio e dei suoi uomini, non avevano la stessa sicurezza con Marco Sergio e i suoi.
Dove sono finiti Trebellio e Digizio? domand il console avvicinando al fuoco le mani tese.
Gli ufficiali fecero spazio.
Stanno controllando i posti di guardia rispose Gaio Lelio.
Il console annu. Nel silenzio che segu, tutti sentirono crepitare i rami di ulivo e cipresso secco al centro del fal. Qualche scintilla danzava nell'aria, salendo a zigzag fino a scomparire nell'oscurit della notte.
Domani andr a Siracusa annunci Publio, sfregandosi le mani vicino alle fiamme.
Tutti lo guardarono. Lelio annu. Il console aggiunse qualche spiegazione combinata con ordini concreti.
Devo preparare una flotta adatta per imbarcare le truppe. A Lilibeo prender la flotta che ci ha portati in Sicilia e tutti i trasporti marittimi che riuscir a riunire. Andr in nave, lungo la costa nord, per evitare incontri con i Cartaginesi. E poi c' la questione della cavalleria. Il console ammutol per qualche secondo e nessuno os intervenire. Per Castore e Polluce, ho bisogno... abbiamo bisogno di un corpo di cavalleria insistette, e Gaio Valerio annu con decisione, ma not che gli altri ufficiali non reagivano. Sembravano piuttosto sorpresi. Il console li guard, uno per uno, come scrutando nei loro pensieri. Qualche domanda?
La risposta fu il silenzio, costellato dallo splendore delle fiamme.
Bene. Publio si volt e torn sui suoi passi. I lictores lo seguivano e la sua figura si perse tra le ombre tremanti delle tende dell'accampamento.
Gaio Valerio fu il primo a commentare le parole del console.
A me questa della cavalleria sembra una buona idea. A Canne non avevamo abbastanza turmae ed  stato un disastro.
Il veterano primus pilus della V legione aveva sperato di incontrare il consenso generale con il suo commento, ma invece s'imbatt in sguardi di confusione e meraviglia. Gli altri si guardavano di sottecchi, finch Marcio os rispondere a Gaio Valerio.
Il Senato ha proibito tassativamente al console di fare leve o reclutare nuovi effettivi in Sicilia. Pu disporre solo di noi, dell'esercito di volontari riunito in Italia e della V e della VI legione.
Esatto aggiunse Mario. Il console va a caccia di problemi.
Per  vero che abbiamo bisogno della cavalleria, in questo Valerio ha ragione sostenne Marcio. Il problema si presenter quando Catone verr a sapere della sua intenzione di andare a Siracusa a reclutare uomini.
E verr a saperlo continu Mario. Ultimamente sembra che il quaestor abbia orecchie ovunque.
Non  cos difficile in questo accampamento spieg Valerio. Mazieno ha una rete di informatori sparsi in tutta la VI legione e passa a Marco Sergio tutto ci che viene a sapere. Credo che Marco faccia altrettanto con quel quaestor di cui parlate, Catone: ho notato che Marco e lui vanno d'accordo.
Tutti, tranne Lelio che rest in silenzio con gli occhi fissi sul fuoco, si guardarono alle spalle. Non si vedeva nessuno, ma erano circondati da ombre fitte. Qualcuno poteva aver sentito quella conversazione tra il console e i suoi ufficiali?
Cosa pensi di tutto ci, Lelio? chiese Marcio, dopo che tutti si furono di nuovo girati verso il nucleo di fuoco di quella riunione.
Lelio sbatt un paio di volte le ciglia, come se si risvegliasse. Guard Marcio e poi le fiamme mentre parlava.
Il console mi ha conferito il comando della V e della VI legione, l'ha fatto prima di venire qui per rendere pubblica l'idea del suo viaggio a Siracusa. Ho preso l'impegno di recuperare queste legioni per il combattimento. Pensavo al modo migliore di farlo, e rapidamente. Tu, insieme a Mario e Silano, andrete a Siracusa con lui. Qui mi resteranno Valerio, Trebellio e Digizio. Su quanto far il console a Siracusa non ho niente da dire.  lui che comanda. Ho gi abbastanza preoccupazioni. Se Catone ha qualcosa da dire, sar il console in persona a rispondergli.
Marcio ebbe voglia di insistere. Era curioso di sapere che cosa pensasse davvero Lelio sull'intenzione del console di contravvenire alle istruzioni del Senato, ma dopo Baecula Lelio aveva iniziato a pensare prima di pronunciarsi su qualsiasi decisione di Publio. Da quella battaglia si era fatto un po' distante e freddo, non solo con il console, ma anche con loro. Tutti sapevano che i rapporti tra il console e Lelio non erano pi gli stessi dopo la discussione alla fine di quella battaglia, ma erano sorpresi che lo scontro si fosse cos radicalizzato, bench avessero visto tutti quanto Lelio avesse sofferto quando Publio si era ammalato in Hispania. Nessuno comunque metteva in dubbio che fosse il pi esperto fra tutti loro e il secondo al comando, specie in tempi di crisi. E tutta quella campagna di Sicilia e Africa sembrava una continua ed eterna crisi militare.
Silano, Mario e Valerio salutarono e andarono a dormire. Marcio guard un istante Lelio. Forse era proprio quel raffreddamento che gli permetteva di eseguire gli ordini con immutabile precisione, mentre gli altri erano tanto coinvolti a livello emotivo da soffrire per ogni decisione di Scipione, in particolare quando queste potevano entrare in conflitto con i mandati del Senato. Scosse la testa.
Buona notte, Lelio. Che gli di siano con te.
Buona notte replic Lelio con lo sguardo fisso sulle fiamme. Che gli di siano con tutti noi, ne avremo bisogno.
Marcio assent e scomparve nell'oscurit. Gaio Lelio, ora tribuno al comando delle legioni maledette, rest solo, ed era cos che si sentiva. Publio si recava a Siracusa con la chiara intenzione di contravvenire alle indicazioni del Senato, che era poi come dire Fabio Massimo. Massimo l'avrebbe saputo, non per niente l con loro c'era Catone. I dubbi si agitavano nella sua testa proprio come le fiamme ballerine di quel fal. Alla fine aveva forse ragione quel vecchio e ostinato senatore, ex console ed ex dittatore? Publio si sentiva al di sopra del Senato? Era pazzo? Se il Senato fosse venuto a sapere che pensava di reclutare uomini in Sicilia, l'avrebbe deposto dal comando di quella provincia, e la campagna d'Africa, tanto per cambiare, sarebbe sparita dai piani di Roma. E forse sarebbe stato meglio. Lelio sospir. Publio gli aveva affidato un nuovo incarico: doveva recuperare la V e la VI legione per farle combattere e doveva riuscirci in poco tempo. Questa avrebbe dovuto essere la sua preoccupazione, nessun'altra. Gli aveva sempre fatto bene obbedire agli ordini e ormai era troppo vecchio per cambiare. Aveva qualche idea. Avrebbe parlato con i legionari, non appena il console se ne fosse andato, e avrebbe fissato con loro il programma quotidiano di quell'accampamento finch fossero stati pronti per imbarcarsi per Siracusa. O per arrivarvi marciando.
Negli occhi di Lelio risplendette un fulgore profondo. Netikerty comparve tra i suoi pensieri. Lo aspettava una notte di piacere. Quell'intimit, quelle carezze... era tutto ci che gli restava.
Gaio Valerio entr nella sua tenda. Faceva freddo, ma la paglia del letto era secca. Si lev la corazza, i gambali e i sandali, tuttavia rimase vestito. Si rannicchi sulla paglia e chiuse gli occhi. E quindi il console partiva per reclutare cavalieri contravvenendo agli ordini del Senato. Valerio abbozz un sorriso mentre cercava rifugio nel sonno. Quel console era un ribelle. Se c'era qualcuno che poteva comandare quelle truppe, poteva essere solo uno come lui: disposto a tutto. Per finire, come sempre, nell'accampamento si sarebbe saputo tutto e gli uomini della V e della VI legione, che lo dicessero apertamente oppure no, in fondo sarebbero stati grati al console che cercava un corpo di cavalleria per coprire le ali nei prossimi combattimenti contro il nemico. Poteva essere che ci avrebbe irritato il Senato, ma senza dubbio sarebbe piaciuto ai legionari delle legioni maledette.

50. L'AMORE DI NETIKERTY.
Sicilia, aprile del 205 a.C.

Quando Lelio entr nella tenda era esausto. Si sentiva un po' oppresso per il gigantesco compito affidatogli da Publio: l'addestramento della V e della VI legione di Roma era un lavoro titanico, quasi una fatica di Ercole. Erano uomini disperati, demoralizzati, difficili da recuperare, ma l'immensit di quel compito faceva crescere nell'ormai stanco Lelio una nuova sensazione, l'impressione che in qualche modo il giovane console stesse recuperando fiducia in lui. Non si sentiva cos da quando aveva ricevuto l'ordine di attaccare la muraglia nord di Carthago Nova, o da quando si erano messi a remare insieme per raggiungere la baia di Siga per evitare che quelle triremi puniche li raggiungessero. Era una bella sensazione, perch con quello spirito avevano conquistato Carthago Nova ed erano sbarcati a Siga: in entrambe le occasioni il console l'aveva spuntata e lui era stato al suo fianco per celebrare.
Abbozz un sorriso mentre si sedeva sul sedile coperto di pelli di pecora che il calon al suo servizio gli aveva preparato. In un attimo arriv Netikerty. Indossava una tunica aderente legata in vita con una cinta, che le metteva in risalto il bel corpo sotto la morbida lana bianca acquistata da Lelio presso alcuni mercanti. All'epoca gli avevano garantito la provenienza tarantina dell'indumento, anche se era quello che dicevano tutti quando vendevano lana particolarmente pura. La lana migliore per avvolgere il pi bel corpo, aveva pensato Lelio. Per un istante si sent felice. Netikerty gli stava versando un po' di vino nella coppa che lui teneva in mano. Il tribuno continuava a sorridere. S, aveva trionfato sempre quando le missioni sembravano impossibili: nella conquista di Carthago Nova o quando si era attestato in quella posizione a Baecula; ma quando i compiti gli erano sembrati pi fattibili la dea Fortuna lo aveva abbandonato, come con Siface, nella sua prima visita in Numidia, o quando non aveva ottenuto i rinforzi per la campagna in Hispania, il suo pi grande insuccesso, mentre il Senato, a fronte di tutto quanto era stato fatto da Publio, avrebbe dovuto concederli senza molte opposizioni. L'immagine di Fabio Massimo oscur il sorriso di Lelio, eppure era proprio grazie alla persona del temibile princeps senatus che aveva ottenuto la bella schiava che ora lo accompagnava di campagna in campagna, con la quale andava a dormire ogni notte e con la quale, quasi ogni notte, faceva l'amore con intensit e forza.
Mio signore, stasera sembri soddisfatto disse con voce dolce Netikerty, mentre si inginocchiava ai piedi di Lelio.
Lui bevve un sorso e, passandosi la lingua sulle labbra, le rispose.
Il console mi ha affidato il comando delle due legioni. Sono responsabile del loro addestramento.
Con gli occhi fissi al suolo, Netikerty parl piano, come se soppesasse ogni singola parola.
 un grande onore e anche una grande responsabilit per il mio signore.
Lelio era occupato ad accarezzare i capelli corvini e lisci della ragazza con la mano sinistra, mentre con la destra lasciava che il vino decantasse nella sua coppa.
Una responsabilit onerosa, importante, riservata solo a qualcuno di cui il console si fida ciecamente. Credo che i suoi dubbi su di me stiano svanendo. Ed  questo che mi rende cos soddisfatto.
Sono felice per il mio signore...
E la ragazza tacque, lasciando la frase in sospeso.
Netikerty, di' quello che devi dire. Non mi piace quando trattieni nella tua bocca parole che pensi possano ferirmi. Sai che mi piace sapere quello che pensi, non so bene perch, ma sembra sempre che le tue osservazioni siano... non so... adatte, s, ecco, adatte. Cosa volevi dire?
La giovane schiava alz dolcemente gli occhi, guard il padrone con tenerezza e parl con tatto.
 solo che ti vedo cos entusiasta e... il comando di queste legioni sembra tanto buono quanto pericoloso... Ho sentito che le chiamano le legioni maledette... non sembra un buon presagio.
Lelio la guard un istante, poi lasci i capelli della ragazza e bevve un altro sorso di vino. Non sapeva perch desse importanza alle parole pronunciate da una schiava; per quanto compiacente potesse essere a letto, era pur sempre una schiava. Che ne sapeva di legioni o di ci che spingeva un uomo come Publio Cornelio Scipione ad affidare il comando di alcune truppe a un veterano come lui? Eppure... le legioni maledette erano un'espressione che gli riportava alla mente la discussione che aveva avuto con Fabio Massimo.
Voti damnatus, voti condemnatus gli aveva detto Massimo, e quelle parole erano rimaste nella mente di Lelio come incise con punzone e martello, come cesellate da uno scultore nel pi profondo del suo essere. Forse Publio cercava solo un modo per sbarazzarsi di lui definitivamente. Se il tribuno non fosse stato capace di raddrizzare la condotta dei legionari della V e della VI, il giovane console sarebbe stato giustificato agli occhi di tutti, di Marcio, Mario, Trebellio, Digizio, Silano, di tutti, ad allontanarlo dal comando e a escluderlo dalla prossima campagna in Africa. S, forse era tutto cos semplice, e la schiava che giaceva con lui ogni notte lo presentiva e stava cercando di avvertirlo.
Allung una mano e la mise sotto il mento della giovane sollevandole il viso. Netikerty lo guard negli occhi. E in quelli di lei Lelio lesse dolore, sofferenza. Le lasci il mento e lei nascose di nuovo lo sguardo sotto il manto brillante della sua lunga chioma scura. Il cuore del tribuno palpitava con forza. Se le insinuazioni della schiava erano vere...
La voce di Netikerty gli penetr nelle orecchie come un fresco balsamo.
Il mio padrone ora sembra di nuovo triste. Lo sapevo che non dovevo parlare. A volte le mie parole gli causano dolore ed  l'ultima cosa che desidero. Ti prego di perdonarmi. Devo parlare meno e supplicare di pi Iside perch vegli sul mio padrone, soffocando i miei pensieri nelle preghiere.
Lelio la guard commosso. Quella era forse l'unica creatura al mondo che lo amava in modo disinteressato. L'amicizia di Publio si era trasformata in un sodalizio di interessi e, come diceva Aristotele, l'amicizia per interesse non era pi amicizia. Che Publio avesse smesso di leggere i testi che poi passava a Lelio?
Netikerty parl ancora.
Il mio padrone mi guarda con desiderio. Vuole giacere con me?
S, per Ercole, questa mi sembra una buona idea.
La ragazza si alz piano. Tir la cinta sciogliendo il suo nodo con studiata semplicit. Si tolse la tunica e rimase nuda davanti a lui. Allung una mano e, quando Lelio si alz, lo condusse a letto come si porta un bambino, ma non gli avrebbe raccontato nessuna fiaba.
Durante un'ora dolce e lenta, Gaio Lelio sfugg ai suoi dubbi, alle sue elucubrazioni, e i nomi di Publio Cornelio o Fabio Massimo sembrarono appartenere a una vita estranea alla sua, i remoti protagonisti di un incubo al quale lui non sembrava partecipare. Era libero.

51. I DUBBI DEL QUAESTOR.
Sicilia, aprile del 205 a.C.

Publio Cornelio Scipione era riunito con i suoi ufficiali nella grande tenda del praetorium, per dare le ultime disposizioni sul modo migliore di organizzarsi prima di marciare verso Siracusa, quando dall'esterno un tumulto lo interruppe di colpo.
Sembra che qualcuno chieda di entrare e i lictores glielo impediscano comment Gaio Lelio.
Marcio annu. Gli altri, Silano, Trebellio, Digizio, Mario e Gaio Valerio, si girarono verso l'ingresso della tenda. Con un'espressione contrariata, Publio indietreggi dal tavolo con le mappe e si sedette sul sedile posto alle sue spalle. Dall'esterno della tenda le urla di Catone chiarirono a tutti a cosa fosse dovuto quel baccano.
Imbecilli, dovete farmi entrare! Sono il quaestor di queste legioni, nominato direttamente dal Senato di Roma, e devo parlare con il console al comando! Per tutti gli di, levatevi da davanti!
I lictores esitavano, combattuti tra la sicurezza del console e la veemenza di Catone, ma di colpo prevalse in loro l'ordine supremo a cui dovevano attenersi: vegliare sul console che servivano e obbedirgli in tutto. E l'ultima cosa che aveva detto loro il console era di non far entrare nessuno nella tenda fino a nuovo ordine, pertanto nessuno di loro si scost dal praetorium. D'altra parte erano anche coscienti che quello era il quaestor, il massimo rappresentante amministrativo delle legioni, e che gli dovevano rispetto, per cui nessuna guardia si scagli su di lui per allontanarlo a pedate, come avrebbero fatto con chiunque altro, centurioni inclusi. Nelle loro azioni si trattenevano solo davanti agli ufficiali di massimo rango o al quaestor, come in quel caso, ma non venivano mai meno ai loro ordini. Persino se fosse arrivato l'altro console di quell'anno, Crasso, che al momento si trovava nel Sud dell'Italia, non l'avrebbero fatto passare a costo della vita. Nell'animo dei lictores, rintronati dalle grida incessanti di Catone, cresceva la speranza che il baccano del quaestor, che ormai non poteva passare inavvertito all'interno del praetorium, finisse per indurre il console a ratificare il suo ordine di non lasciar passare nessuno.
Con grande sollievo dei lictores, Marcio usc dalla tenda.
Fate passare il quaestor!
Marco Porcio Catone scivol come un'anguilla tra i legionari e lo stesso Marcio e irruppe nel praetorium con un'abilit e una velocit che sorpresero tutti. Una volta dentro, le sue parole risuonarono strepitanti all'interno della tenda.
Da quando si proibisce a un quaestor di rivolgersi al comandante delle legioni, per Giove? Riferir a Roma come qui vengono trattati i suoi rappresentanti!
Tutti i tribuni e i centurioni avevano fatto un passo indietro, di modo che Catone si ritrov di fronte a Publio, che dal suo sedile sfoggiava un'aria vagamente divertita.
Mio stimatissimo Marco Porcio Catone, cominci il console con voce dolce, conciliante non ho alcun dubbio che i miei lictores, in un eccesso di zelo, abbiano mal interpretato i miei ordini di non far entrare nessuno per un'ora. Evidentemente una simile istruzione non era rivolta al quaestor delle legioni, per il quale sono sempre disponibile. In quale problema amministrativo ti sei imbattuto, Marco Porcio Catone? E qui il tono vir verso l'ironia. Scusa se sono cos diretto, ma sto tentando di organizzare un'invasione contro il nostro nemico, su mandato del Senato, su mandato di Roma, ricordi? Abbiamo una guerra, siamo in guerra da tredici anni e alcuni di noi lavorano per terminarla. Certo, se c' qualche problema amministrativo, suppongo che dovremo abbandonare le nostre vane occupazioni militari e concentrarci per risolvere ci che tanto preoccupa il nostro quaestor. Non ti quadra qualche conto? Hai ricontato i sacchi di sale e ne manca uno? Qualcuno ha fatto sparire un po' di grano nell'ultimo invio da Lilibeo? Dimmi, quaestor, cos' che ti toglie il sonno? Un istante di silenzio, poi il console concluse con un filo di irritazione nella voce. Cos potremo tornare a occuparci dell'Africa e di come invaderla, di come sconfiggere Annibale e mettere fine a questa guerra con una grande vittoria per Roma.
Tribuni e centurioni trattennero le risate, anche se la smorfia di disprezzo dipinta sulle loro facce non sorprese il quaestor. Catone evit di discutere se fosse opportuna o meno la sua irruzione improvvisa, come pure non insistette sulla grande importanza del suo grado. And invece dritto al punto, come una spada gallica nei boschi della Liguria.
Non puoi reclutare un corpo di cavalleria a Siracusa, console.
Publio Cornelio Scipione trattenne l'aria appena inspirata un istante pi del dovuto. Poi espir piano e, senza muovere un solo muscolo del viso, con un tono di voce serio rispose in modo altrettanto diretto.
Mi aspettavo la tua opposizione, ma non cos presto.  chiaro che in questo accampamento le notizie volano come spinte dal vento.
Non puoi reclutare altri uomini insistette Catone, dritto in piedi davanti al console.  un espresso ordine del Senato e io sono qui per controllare che si rispettino le condizioni in virt delle quali hai il permesso del Senato per preparare quella maledetta invasione.
Publio rimase in silenzio per qualche secondo, poi riprese il discorso, mentre i suoi occhi e quelli di Catone si scrutavano a vicenda.
Il mandato conferitomi dal Senato  di governare la provincia della Sicilia e di prepararmi, con i mezzi offerti da quest'isola, come hai ben detto anche tu, a un'invasione dell'Africa che forse sar maledetta per tutti, io questo non lo so. Ma so che per invaderla ho bisogno di una cavalleria. Una vittoria senza cavalleria contro gli eserciti punici  impossibile. E lo sappiamo tutti.
 vero concesse Catone con sorpresa di tutti, compreso lo stesso console. Ma dovrai ricorrere ad altri mezzi. In Senato si mormora che troverai alleati tra i principi numidi. Che siano loro a formare la tua cavalleria, poich non ti  permesso di reclutare uomini, tanto meno cavalieri, n in Sicilia n in alcun territorio dominato da Roma.
Disporremo di cavalleria alleata conferm Publio ma in una battaglia ci sono due ali da difendere e non posso permettere che siano entrambe sotto il controllo alleato. Mi occorre un corpo di cavalleria romana o filoromana. I cavalieri siculi possono fornirmi tale corpo. Non posso presentarmi su un campo di battaglia con entrambi i fianchi in mano ai Numidi. Sono incostanti, come gli Iberi. Sarebbe un terribile errore militare.
E reclutare cavalieri in Sicilia sar un terribile errore politico, console! Non puoi farlo e basta, per tutti gli di! ribatt Catone gridando.
All'esterno i lictores sentirono lo schiamazzo del quaestor e furono sul punto di entrare; sapevano per che il console era protetto dai suoi uomini di maggior fiducia e l'ordine era di rimanere all'esterno e sorvegliare l'ingresso. Non abbandonarono la posizione.
All'interno, Publio Cornelio Scipione, console di Roma, si alz con studiata lentezza dal sedile, spinse via con violenza il tavolo, che si rovesci spargendo le sue mappe per terra, e fece tre passi finch fu a poca distanza da Catone che, impassibile, restava inchiodato alla sua posizione, con appena un cenno di sorpresa sulla faccia e la mano destra sull'impugnatura della spada, proprio come stavano facendo tutti i tribuni e i centurioni del console.
Per Castore e Polluce, sono Publio Cornelio Scipione e sono console. Ho una missione assegnatami da Roma e la porter a termine. E se per portarla a termine devo reclutare la cavalleria, recluter la cavalleria e n tu n nessun altro potrete impedirmelo. Sono stato abbastanza chiaro?
Non puoi farlo. Nemmeno un console  al di sopra del Senato. Persino nei trionfi  il Senato a sfilare per primo, proprio per ricordare al generale vittorioso che il governo del Senato viene prima di tutto.
Non mi interessano i trionfi, quaestor, ma la sicurezza della missione. Partir per reclutare cavalieri a Siracusa e non puoi impedirmelo.
Informer Roma.
Fa' quello che devi fare, quaestor, io far lo stesso.
Marco Porcio Catone sostenne lo sguardo del console per qualche istante, poi finalmente si gir su se stesso e si avvi verso l'ingresso del praetorium. Stava gi uscendo, quando Publio parl ancora.
Quaestor!
Catone si ferm ma non si volt, rimase con le spalle al console che si rivolgeva a lui. Publio ignor quell'impertinenza e gli si rivolse di nuovo con il tono conciliante con cui aveva iniziato quell'aspra discussione.
Che gli di siano con te...
Catone, senza replicare, riprese il cammino e usc rapido dalla tenda. Il console ne approfitt per terminare la sua frase di congedo.
...se ce n' qualcuno che sopporta la tua compagnia.
E tutti gli ufficiali scoppiarono a ridere.
Fuori, sotto gli sguardi indagatori di un centinaio di uomini attirati nei pressi del praetorium dai toni concitati della discussione tra il quaestor e il console, Marco Porcio Catone sent le sonore risate che accrebbero ancora di pi la sua umiliazione. Avrebbe conservato quelle risate nel fondo della sua anima per sempre, nello spazio raccolto e buio che aveva riservato al rancore. Ora non poteva occuparsi di quegli ufficiali, ma magari la guerra l'avrebbe fatto al posto suo. Ora doveva concentrarsi e stilare il suo rapporto, che doveva arrivare a Roma il prima possibile. Nel fondo della sua anima continuava per a ripetere a se stesso: Un giorno, Publio Cornelio Scipione, un giorno ti pentirai di aver riso di me, un giorno, Publio Cornelio Scipione, un bel giorno....

52. LA DISCIPLINA DELLE LEGIONI.
Sicilia, aprile del 205 a.C.

Il mattino successivo, alle prime luci dell'alba, da un podio di legno eretto davanti al praetorium, Publio si rivolse agli uomini della V e della VI legione. La pedana, alta almeno cinque metri, permetteva all'oratore di essere visto da tutti i legionari, bench le sue parole, non sfruttando l'effetto amplificatore del fianco della collina, si disperdessero in balia del vento. Per assicurarsi che il messaggio arrivasse a tutti, i centurioni lo ripetevano ad alta voce, cos il console era sicuro che tutti i soldati lo recepissero.
Quella mattina Publio fu conciso. Si limit a informare i legionari che avrebbe marciato alla volta di Siracusa, allo scopo di reclutare un corpo di cavalleria con cui rinforzare e dare sostegno ai manipoli di fanteria delle legioni. In sua assenza, il comando passava nelle mani di Gaio Lelio, che aveva facolt di condurre l'addestramento come meglio credeva, ma anche di imporre qualunque tipo di pena disciplinare, inclusa quella di morte se necessario. Il console si raccomand agli di, scese dal podio e, a capo di tremila effettivi del suo esercito di volontari, sfil davanti alle legioni maledette uscendo dalla porta praetoria in direzione di Lilibeo.
Gaio Lelio sostitu il console in cima al grande podio di legno e salut lui e i suoi soldati mentre marciavano verso l'esterno dell'accampamento. Publio gli aveva consigliato di approfittare di quel momento per rivolgersi lui stesso, in qualit di nuovo ufficiale al comando, agli uomini della V e della VI.
Dopo una prima parte della notte avvolto dalle carezze di Netikerty, Lelio aveva passato il resto delle ore pi buie meditando su cosa dire a quegli uomini. Non era un oratore come il console. Ora, mentre le truppe di Publio Cornelio Scipione si perdevano in cima alla collina adiacente, il tribuno sent che tutti gli occhi dei legionari erano fissi su di lui. Il momento era arrivato. Inspir a fondo e lanci le sue parole con potenza.
Io non sono un oratore come il console. Sono Galio Lelio, tribuno al comando della V e della VI legione per ordine del console di Roma, Publio Cornelio Scipione. Il console  diretto a Siracusa per trovare cavalieri.  pi di quanto meritate, ma oggi  il vostro giorno fortunato perch il vostro destino non sta nelle mie mani bens in quelle del console, che ha un animo pi giovane e pi generoso del mio. Il mio modo di agire  molto semplice: ricevo ordini e li eseguo; do ordini e vengono eseguiti. Cos  nell'esercito e cos  sempre stato. Funziona cos. Io eseguo gli ordini del console e il console quelli del Senato. Voi eseguirete i miei. La disciplina sta alla base del successo di qualsiasi campagna militare. Per voi avete dimenticato che cos' la disciplina e il console vuole che siate di nuovo idonei al combattimento in meno di tre mesi. Tre mesi. Non ho il tempo per addestrare chi non ricorda nemmeno cos' un legionario di Roma, perci chi non eseguir i miei ordini non arriver vivo alla fine di questi tre mesi. Lelio si ferm qualche istante: gli uomini lo ascoltavano con attenzione e ne fu sorpreso. Decise allora di enunciare l'elenco delle punizioni meditate la notte passata. Per questo motivo, innanzitutto per la fretta e poi perch non sono disposto a tollerare sciocchezze, sopprimo la castigatio e la optio carceris. I legionari stavano per urlare di gioia, ma si trattennero perch prevedevano qualcosa di negativo e perch Lelio parlava in fretta: le sue parole successive chiarirono il senso di quella soppressione. Non c' tempo perch alcuni ufficiali si fermino a frustarvi o perch qualche legionario ne tenga imprigionati altri. Cos le mancanze punite solitamente con la frusta o il carcere verranno ora punite con la pena di morte. Un legionario morto non disubbidir mai pi agli ordini. Sopprimo inoltre la pecuniaria multa e la munerum indictio. Non mi interessa togliervi del denaro, n mi importa che facciate lavori non previsti per un legionario. Riceverete le vostre paghe e svolgerete i compiti dei legionari, solo quelli; in ogni altro caso, ci sar la pena di morte. La ignominia missio  abolita, perch per molti sarebbe un sollievo essere espulsi da qui con disonore ma in vita. Da qui si esce o legionari o morti. Quindi, per finire, vi resteranno solo due pene: la gradus deiectio per gli ufficiali, che saranno degradati se non obbediranno in modo soddisfacente ai miei ordini... e lo disse guardando dritto verso il punto in cui si trovavano Marco Sergio e Publio Mazieno della VI ...e la pena di morte, che sar mediante crocefissione. Vedete la collina brulla davanti all'accampamento? Dipende da voi che non si trasformi in un bosco di croci con appesi fannulloni e pigri, a morire di fame e di sete prima di finire in pasto agli avvoltoi. Ci sar la pena di morte per chi perder la sua spada o qualsiasi altra arma d'attacco o difesa, per chi si addormenter durante il turno di guardia o per chi abbandoner il suo posto senza consegnare le obbligatorie litterae; per chi disobbedir o commetter insubordinazione e, ovviamente, per chi promuover un ammutinamento o qualsiasi tipo di tradimento. Gi ve l'ho detto, non sono un oratore. Solo un ufficiale di Roma. Ho passato tutta la mia vita ricevendo ordini e obbedendo, o vedendo come i miei ordini venivano eseguiti da chi era sotto il mio comando. Cos sono sopravvissuto a innumerevoli campagne in Italia e in Hispania. Solo cos si sopravvive. Fosse anche l'unica, questa cosa la imparerete. Il console preferisce mille uomini che abbiano imparato la disciplina anzich ventimila indisciplinati. Spetta a voi decidere dove stare: se nell'accampamento, vivendo da legionari, o sulla collina, appesi a una croce. Tra un'ora la VI si metter in marcia con me e con gli uomini dell'esercito del console che non sono andati a Lilibeo. La V rester nell'accampamento e, al comando di Gaio Trebellio e Gaio Valerio, si eserciter nell'assalto a una piazzaforte. Il console vuole che sopportiate lunghe marce, che vi muoviate bene in campo aperto e siate preparati per un assedio. Ora andate a fare colazione e che gli di vi accompagnino, perch ne avrete bisogno.
Gaio Lelio scese dal podio. Non era sicuro che l'avessero compreso ma, mentre passava tra le fila di soldati in attesa del loro rancio a base di focacce di frumento, latte e pane, osserv come si facessero subito da parte per lasciarlo passare. Dapprima pens che nessuno volesse essere crocifisso per essersi scontrato con lui, poi per, mentre ingurgitava il cibo della sua scodella, decise che forse sarebbe riuscito a portare a termine l'incarico del console e a fare di quegli uomini due autentiche legioni d'attacco, pronte al combattimento in una battaglia campale o a conquistare la pi inespugnabile delle fortezze. O almeno ci avrebbe provato. Ci avrebbe provato.

53. IL FORO DI SIRACUSA.
Siracusa, maggio del 205 a.C.

Publio chiam Emilia in coperta. Sua moglie, con i capelli raccolti, comparve circondata da vari legionari che la scortavano su espresso ordine del marito. Nessuno avrebbe osato toccare, ma nemmeno rivolgere la parola, alla moglie del console. Nonostante ci quanto alla sicurezza della sua famiglia lui era molto meticoloso.
E i bambini?
Dormono,  ancora presto rispose lei con il viso raggiante e rilassato. Le faceva piacere che il marito, pur assorbito dai complessi preparativi del suo piano per invadere l'Africa, riuscisse a trovare dei momenti da condividere con lei.
Presto? Stava sorgendo il sole, ma Publio ripet la sua domanda. Presto? Stiamo arrivando nella grande Siracusa e i bambini dormono?
Cornelia ha sette anni e il piccolo Publio solo quattro. Da' loro il tempo di crescere prima di fargli vedere il mondo intero.
Lui sorrise.
D'accordo, forse hai ragione, ma guarda l, a nord.  il Portus Magnus di Siracusa.
All'orizzonte s'intravedeva la grande insenatura di quella che era considerata la capitale della Sicilia. Un immenso approdo naturale che dava riparo all'ingente traffico mercantile di uno dei maggiori porti di tutto il Mediterraneo. Emilia rimase ammirata dall'estensione di quella baia naturale, dalle dimensioni del porto, dall'enorme numero di navi di ogni tipo che accoglieva e dalle grandi mura che circondavano la citt.
 impressionante, vero? Publio era soddisfatto che la moglie apprezzasse un simile spettacolo.
Non pensavo che fosse cos grande...
 ancora pi grande di Roma, e lo  da molto tempo. Marcello ci mise anni a conquistare quelle mura. In parte per l'altezza e in parte per le opere di difesa costruite da Archimede per tenere le nostre navi lontane.
Mi hai gi parlato di Archimede in diverse occasioni. Era un filosofo greco, vero?
Un matematico, un filosofo, un saggio. Peccato che uno stupido legionario di Marcello l'abbia ammazzato. Avremmo avuto l'occasione di parlare con lui, di conoscerlo... Publio parlava con gli occhi che brillavano, immaginando quell'incontro ormai impossibile. In ogni caso, ho pensato di cercare alcuni suoi discepoli. Magari uno di loro potrebbe fare da tutore ai bambini. Come fece il vecchio Tindaro con me e Lucio...
Per un attimo Emilia vide il marito tornare bambino, un'infanzia felice sotto l'attenta sorveglianza dei genitori, con l'addestramento militare impartitogli dallo zio Gneo e gli insegnamenti in filosofia, geografia, latino e greco dell'anziano tutore greco.
Il vecchio Tindaro mi fece imparare i nomi di tutti i governanti di Siracusa... Alcuni me li ricordo ancora: Gelone, Gerone I, Trasibulo, un periodo di sessant'anni di democrazia, poi di nuovo i tiranni di Siracusa con Dionisio I e Dionisio II, Dione, di nuovo Dionisio II, Callippo, Ipparino e Areteo, Niseo, Timoleonte, vent'anni di oligarchia, Agatocle, Iceta, Tinione, Sosistrato, il re Pirro dell'Epiro che conquist la citt e la tenne in suo potere un paio d'anni, e il grande Gerone II. S, quel Tindaro era incredibile: mi ricordo ancora l'intero elenco. Dopo Gerone ci furono lotte intestine tra Geronimo, Andranodoro, Ippocrate ed Epicide, alcuni in favore di Cartagine e altri a favore nostro. Per finire fu il nostro intervento, con la conquista di Marcello, a mettere fine a quel periodo. Credo che la citt sia ancora pi spettacolare del porto...
Emilia ascoltava le spiegazioni del marito con l'interesse di un'allieva diligente. Se Publio era ferrato in strategia militare come in storia e geografia, il suo piano in Africa avrebbe avuto successo. Continuava ad avere una fiducia cieca in lui, anche se ogni tanto il suo cuore soffriva quando intorno a lei sentiva i mormorii degli schiavi sull'impossibilit di conquistare quel territorio. Ma Publio continuava a parlare.
La prima cosa che faremo sar trovare una casa per te e i bambini, nel centro dell'isola di Ortigia.  la zona pi sicura della citt. Poi mi occuper delle questioni militari.
Come per esempio reclutare cavalieri nonostante il divieto del Senato?
Lui la guard con un pizzico di sorpresa. Presto o tardi, Emilia veniva sempre a sapere tutto.
S, tra le altre cose.
E Catone e Fabio Massimo e il Senato?
Publio sorrise per la sua insistenza.
Suppongo che dovranno abbozzare o inviare un'intera delegazione di senatori per togliermi il comando.
E non temi che lo faranno?
Be',  una possibilit, ma ai senatori non piace viaggiare, meno ancora in tempo di guerra. E rise, passando una mano sulla schiena della moglie e accarezzandola dolcemente, senza permettersi per ulteriori dimostrazioni di affetto per non sollevare le critiche degli ufficiali pi tradizionalisti.
Il mattino successivo, ormai verso mezzogiorno, Publio camminava per le strade di Siracusa. Aveva appena lasciato la casa messa a disposizione sua e della sua famiglia dal pretore della citt nel cuore di Ortigia. Lo accompagnavano Marcio, Silano e Mario, oltre alla scorta dei suoi dodici lictores e a vari manipoli dei legionari migliori. Insieme attraversarono l'isola da sud a nord. Si lasciarono alle spalle il tempio di Atena, quello di Artemide e la cittadella di Dionisio, passarono quindi per lo stretto istmo che separava il piccolo porto dall'enorme Portus Magnus. Poi svoltarono verso ovest e raggiunsero la spianata del grande Foro di Siracusa. L trovarono una moltitudine di soldati e cittadini. Su un lato, a nord del Foro, c'erano duemila uomini delle migliori truppe che il console aveva portato con s da Roma e Lilibeo: Publio, Marcio, Silano e Mario si misero davanti a loro con la scorta del console, mentre i trecento soldati dei manipoli che avevano accompagnato il console da Ortigia si piazzarono dietro; alle loro spalle si schierarono infine i duemila uomini armati di tutto punto delle truppe dei volontari italici. Di fronte ai militari, sul lato sud del Foro e su precisa richiesta del console di Roma, che quando era in citt ricopriva la carica di governatore di Siracusa, si trovavano trecento cavalieri, a piedi, accanto ai loro cavalli, belle bestie per lo pi nere, giovani, vigorose, forti. Erano tutti cavalieri della migliore nobilt di Siracusa.
Publio osservava con attenzione uomini e animali. Quei giovani cavalieri si erano recati puntualmente a incontrarlo, come era stato loro ordinato, dal momento che il giovane console aveva preteso dai nobili siracusani di inviare al Foro cittadino uno dei loro figli equipaggiato militarmente e con un cavallo, per entrare a far parte del suo esercito di spedizione in Africa come corpo di cavalleria. Publio sapeva che era una misura impopolare, oltre che contraria alle direttive del Senato, ma aveva bisogno di un contingente di cavalleria per la campagna africana e sapeva che i nobili di Siracusa, sette anni dopo la caduta della citt a opera di Marcello, sottomessi com'erano a Roma e con un Annibale che non riusciva a piegare le legioni italiche, non si sarebbero sollevati in armi contro il suo ordine, per quanto terribile e meschino sembrasse loro. Tuttavia, come misura di sicurezza, il console aveva disposto una dozzina di arcieri e altri legionari armati di pila in tutti i settori del Foro, con il preciso ordine di massacrare i cavalieri di Siracusa se costoro fossero montati a cavallo e avessero deciso di caricare l'esercito di volontari romani e italici.
Avanz di un paio di passi per due motivi: prima di tutto, per rendersi visibile agli occhi dei cavalieri siracusani e al resto degli abitanti di quella grande citt, che quel mattino si era riversata tutta negli immediati dintorni del Foro per seguire lo sviluppo degli eventi. In secondo luogo, per poter scrutare con pi attenzione gli sguardi dei cavalieri in questione. Tra loro e il console c'erano appena cinquanta passi. Troppa distanza per guardarli negli occhi, ma avvicinarsi di pi era pericoloso. Eppure aveva bisogno di leggere i loro sguardi. Publio si volt verso i lictores: non dovette nemmeno parlare. All'istante le dodici guardie personali furono a due passi da lui, alle sue spalle. E cos, protetto dalle sue guardie, il console os avvicinarsi a trenta, venti, dieci, cinque passi dai cavalieri di Siracusa. Ora poteva scrutare le loro facce. Non aveva paura.
Quelli sarebbero stati eccellenti cavalieri sul campo di battaglia, se il loro animo li avesse accompagnati, ma tra le sopracciglia inarcate si leggevano l'ombra del dubbio, il disprezzo, l'ira a stento trattenuta. Troppo contro cui lottare, avendo poco tempo per guadagnarsi il rispetto di quegli uomini e convincerli a combattere in una terra straniera, l'Africa, per una citt che non era la loro e li teneva sottomessi. Troppo complicato. Ma erano buoni cavalieri, ben equipaggiati e con eccellenti cavalli, frutto degli anni di guerra in Sicilia, del potere e del denaro dei nobili siracusani sopravvissuti prima allo scontro con Cartagine, poi alle guerre civili e infine all'assedio di Roma.
Qualcosa distrasse la sua concentrazione. All'estremo nord del Foro stava arrivando un piccolo gruppo di legionari che scortavano il quaestor della V e della VI legione. Sospir, doveva aspettarselo. Gli aveva proibito di intervenire nelle sue azioni, ma il quaestor aveva libert di movimento e poteva recarsi dove pi gli piaceva. Ignorando lo sguardo di Catone, carico di collera e fisso su di lui, il console torn sui suoi passi e riprese posizione davanti alle truppe. Inspir a pieni polmoni e, combattuto tra risolutezza e ansia, proclam le proprie intenzioni.
Cittadini di Siracusa, cavalieri di questa nobile citt! Siete qui riuniti stamattina dietro mia richiesta e la vostra obbedienza vi rende onore! Siamo stati a lungo alleati e, nonostante le attuali divergenze, Siracusa  di nuovo al centro delle alleanze romane, un dato che onora Roma e che si ripercuoter sul benessere di questa bella citt! Il disprezzo sulle facce dei cavalieri non accennava a diminuire. Quelle parole pronunciate da un console romano suonavano quasi ironiche e sarcastiche, dopo che Marcello si era portato via tutte le statue cittadine per decorare le rustiche strade romane. Publio decise di andare al sodo. Nobili cavalieri di questa citt, vi offro la possibilit di partecipare all'ampliamento di Roma e, di conseguenza, anche di Siracusa. Sto preparando una spedizione in Africa per punire il nostro comune e pi letale nemico: Cartagine! Vengo a offrirvi la possibilit di far pagare alla suddetta citt il suo debito di vendetta: marciate con me come corpo di cavalleria e a Cartagine avrete il diritto di partecipare al bottino e all'onore delle nostre vittorie. E l'alleanza con noi sar motivo di ricchezza per voi e per la vostra citt, come lo fu in passato! Cittadini di Siracusa, vi offro gloria e vendetta al mio servizio, vittoria e ricchezza! Come rispondete alle mie parole, cavalieri di Siracusa?
Il silenzio pi totale avvolse la spianata, interrotto solo dai mormorii dei cittadini che erano accorsi per assistere agli sviluppi di quel reclutamento forzoso. Publio aveva rivestito la sua proposta di belle parole, ma nella campagna d'Africa ci sarebbero stati terribili combattimenti, dolore e morte e, anche se avessero ottenuto la vittoria, quanti di quei cavalieri sarebbero tornati a casa? Non volevano andare a combattere in Africa, in una guerra che non era la loro, per una causa in cui non credevano e al comando di un romano. Publio tuttavia aveva bisogno di quei cavalieri, ne aveva bisogno come dell'acqua che beveva, come della lealt delle sue legioni. Ma anche se l'avessero seguito per paura di ritorsioni contro di loro o sulle loro famiglie, come poteva affidare la difesa di un'ala sul campo di battaglia a uomini cos mal disposti, cos poco inclini all'idea di combattere contro Cartagine o, peggio ancora, cos poco invogliati a lottare in favore di Roma? Quel silenzio lo innervosiva. Volt loro le spalle perch non vedessero la preoccupazione dipinta sul suo viso, ma girandosi s'imbatt nello sguardo cinico di Catone, che sembrava unire il proprio silenzio al silenzio dei nobili di quella citt. Si gir di nuovo verso i nobili siracusani.
Ho ancora una cosa da aggiungere! Non voglio con me nobili spaventati o nostalgici del loro focolare, che passeranno le notti della spedizione rimpiangendo la loro amata Sicilia! Non voglio con me cavalieri che esiteranno sul campo di battaglia, perch non sono sicuri di voler combattere con me contro Cartagine! Ho bisogno di sapere se volete davvero accompagnarmi o se siete qui solo perch vi  stato ordinato. Per tutti gli di, parlate, parlate una buona volta, e ditemi cosa pensate! Siete cavalieri, si suppone che siate valorosi, parlate dunque, perch solo i coraggiosi osano dire ci che pensano. O forse a Siracusa non  rimasto un solo cavaliere abbastanza audace da rivelare il proprio pensiero a un console di Roma?  ridotta a questo la citt di Siracusa? Sono cos codardi i suoi nobili? Avete cos tanta paura di me?
Il respiro di Publio era affannoso; gocce di sudore, provocate dal sole ormai alto e dall'intensit del suo discorso, gli imperlavano la fronte. Sembrava che il silenzio dei cavalieri fosse infrangibile, quando d'un tratto un giovane alto, scuro di pelle e capelli, con una barbetta incipiente, avanz di qualche passo e parl a voce alta e chiara.
Il console di Roma non ha davanti a s dei codardi!
Publio si finse sorpreso e nascose il sorriso: alla fine il suo piano aveva funzionato. Avanz verso il giovane cavaliere.
Parla, dunque, cavaliere di Siracusa, parla.
Il giovane, forse anche per la vicinanza del console, aveva perso un po' della baldanza iniziale, ma ormai non poteva pi tirarsi indietro. Si sarebbe coperto di ridicolo, e un nobile non se lo poteva permettere. Cos riprese a parlare, forse con meno vigore di prima ma con fermezza.
Non siamo codardi! E se il console chiede la nostra opinione... noi... o almeno io, se mi  permesso dire, non andrei in Africa con il console! Ma non sarebbe per vigliaccheria n per mancanza di preparazione. Questa guerra tra Cartagine e Roma  una guerra interminabile, e Siracusa si ritrova nel mezzo, cos siamo stati attaccati sia dagli uni che dagli altri. E ancora potr succedere!  vero, siamo vostri alleati, ma vogliamo stare con le nostre famiglie, nella nostra citt, per proteggere meglio i nostri! Vi auguriamo la vittoria in Africa, ma se avr facolt di scegliere io rester a Siracusa!
Publio Cornelio Scipione rimase in piedi, di fronte al giovane nobile, senza dire niente. Istanti che al ragazzo parvero anni. Per finire, il console replic con serenit.
Hai parlato forte e chiaro, hai parlato con sincerit come chiedevo. Certo la tua risposta mi ha contrariato, ma sei stato onesto e l'onest era quello che chiedevo. Quindi si rivolse a tutti gli altri nobili, facendo vagare lo sguardo su tutta la formazione di cavalli e cavalieri da est a ovest. Prima vi ho detto che se sarete dubbiosi o pieni di nostalgia per casa vostra non mi servirete a molto in Africa, ed  vero. Ma io ho assoluto bisogno di un corpo di cavalleria e penso che, in una maniera o nell'altra, lo avr! Si concentr di nuovo sul giovane che aveva parlato e gli fece una proposta. Non vuoi venire con me, d'accordo, accetto il tuo rifiuto: puoi restare a casa tua con la tua famiglia e i tuoi, per difendere la tua citt in caso di bisogno. In cambio, per, ti chiedo di prendere uno dei miei uomini, accoglierlo in casa, istruirlo nell'arte equestre, insegnargli a montare e a combattere come un autentico cavaliere. E voglio che gli fornisca le tue armi e che nel giro di tre mesi tu me lo restituisca trasformato in un guerriero perfetto, in un cavaliere per le mie legioni! Accetta questo patto e ti lascer andare!
Il console si volt e indic uno dei trecento fanti situati dietro la linea dei lictores. Quello si fece avanti e, su insistenza del console, si ferm davanti al cavaliere di Siracusa con cui Publio stava negoziando.
Che mi dici, nobile di Siracusa, cosa rispondi alla mia proposta?
Il giovane non esit. Si era aspettato il carcere, forse persino la morte, e tutto quello che gli chiedevano erano il cavallo, le armi e di addestrare un uomo.
Accetto, console di Roma.
E sia, per Castore e Polluce.
Publio si gir verso gli altri fanti e ordin loro di avanzare e mettersi di fronte ai cavalieri siracusani.
Cosa mi dite, nobili di questa citt, siete disposti a fare lo stesso? grid.
Con sua grande sorpresa e sollievo, i trecento cavalieri di Siracusa risposero con una raffica di Accetto, Accetto, Accetto. E ogni nuova risposta cadeva sulle orecchie di Publio come acqua piovana dopo una lunga e penosa stagione di siccit. Nel giro di pochi minuti, tutti i cavalieri lasciarono il Foro, ognuno accompagnato da un volontario delle truppe del console. I cittadini, a loro volta, si dispersero per le strade, rilassati e contenti poich si era raggiunto un accordo accettabile. La spianata del Foro di Siracusa sembr placarsi, nonostante la massiccia presenza dei duemila uomini del console che, attoniti e felici, avevano presenziato al reclutamento da parte del loro generale di quello che in poco tempo sarebbe stato un efficiente reggimento di cavalleria, senza spargimento di sangue e senza entrare in conflitto con la nobilt cittadina. Erano ammirati e contenti e pi motivati che mai.
Non Marco Porcio Catone, che si avvicin al console e lo accus con una virulenza inusuale anche per lui.
Hai appena violato il mandato del Senato.
Non ho violato niente, quaestor, e ho i miei testimoni che potranno ratificarlo dinanzi al Senato. Il console vide come Marcio, Silano e Mario annuivano. In realt non ho reclutato nessuno in Sicilia, ma mi sono procurato cavalli, armi e un addestramento adeguato per trasformare i miei trecento volontari in un corpo di cavalleria in appoggio alle legioni. Ecco cosa ho fatto, e senza costi per lo Stato. In effetti sono convinto che, quando informerai il Senato, saranno contenti di aver ottenuto trecento cavalieri senza fare ricorso al tesoro.
Li hai ingannati, hai fatto credere loro che avresti potuto portarli con te.
Publio abbandon il tono ironico e rispose con pi decisione.
Ho fatto quello che andava fatto, quaestor, e l'ho fatto rispettando il mandato dello Stato. Ho aumentato l'efficienza delle nostre truppe e questo  un bene per me, per il Senato e per Roma.
Scipione, ribatt Catone, saltando le formule di cortesia e i titoli, con grande sorpresa e rabbia degli ufficiali e dei lictores presenti a quel nuovo scontro verbale tra il console e il quaestor ti credi al di sopra di tutto, anche al di sopra del Senato, ma un giorno il Senato metter fine alla tua superbia e alle tue bravate. Il Senato viene prima di tutti, mentre tu ti beffi delle sue decisioni e le manipoli a tuo piacimento.
Il Senato esiste perch esiste Roma e Roma esiste, quaestor, perch esistono le sue legioni. Ora si d il caso che io e i miei uomini siamo legionari, e far tutto il possibile per preservare Roma e, con Roma, anche il suo Senato. Combatter perfino per proteggere te, perch sei parte di Roma, Marco Porcio Catone, quaestor della V e della VI legione di Roma.
Pensare che le legioni sono al vertice della piramide  sbagliato, Scipione, e far in modo che prima o poi tu apprenda la lezione.
Allora Publio gli si par davanti, la sua faccia a un palmo da quella di Catone.
A partire da questo momento ti rivolgerai a me solo con il titolo di console, e ora vattene e sparisci dalla mia vista prima che decida di eliminare un quaestor impertinente con la scusa della sua insubordinazione e dell'intromissione in affari che competono solo all'autorit del console. Mi darebbe gusto ucciderti, Catone, anche adesso, e non mi importerebbero le conseguenze al Senato, dovermi scusare davanti a Roma o agli di, perch almeno non dovrei pi sopportare la tua impertinenza. La mia pazienza ha un limite e tu l'hai superato: d'ora in poi conoscerai solo l'ira senza controllo che di solito riverso sul campo di battaglia, ma che se mi costringerai rivolger contro di te come ho gi fatto con gli uomini di Sucro.
Catone fece un passo indietro. Per la prima volta dopo tanto tempo recuper una sensazione che aveva dimenticato. La paura. Quell'uomo era cos folle, si credeva cos superiore, che avrebbe benissimo potuto mettere in pratica quanto aveva minacciato. Deglut a vuoto, gir sui suoi sandali e, protetto dai pochi uomini fedeli alla sua causa, si perse tra le vie di Siracusa, a ovest del Foro.
Quell'uomo  pericoloso disse Marcio sottovoce.
Non c' dubbio conferm Mario, mentre Silano assentiva.
S, ma dobbiamo rispettarlo aggiunse Publio, recuperata la calma. Mi sono lasciato trasportare. Non avrei dovuto minacciarlo, ma la sua insolenza mette a dura prova la mia tolleranza. Per ora non lasciamo che le sue parole vuote rovinino la festa che celebreremo stasera continu con voce pi allegra. Il dato fondamentale  che abbiamo avviato la formazione di un buon corpo di cavalleria. La campagna d'Africa cavalca.
E il console ricevette le felicitazioni dei suoi ufficiali, mentre, a dispetto delle parole appena pronunciate, non poteva evitare di sentirsi sconcertato per la discussione con Marco Porcio Catone. Doveva trovare il modo di disfarsi di quella nefasta compagnia, ma per quanto ci pensasse non trovava una soluzione. Una cosa era discutere con lui, addirittura minacciarlo, ma non poteva eliminare un quaestor nominato dal Senato. No, Catone era venuto l per rimanere. Sput per terra.

54. SIFACE.
Numidia, maggio del 205 a.C.

Il matrimonio fu veloce perch re Siface voleva accorciare i preliminari e andare dritto all'argomento che davvero gli interessava: Sofonisba, la bella figlia del suo nuovo suocero cartaginese, il generale Asdrubale Giscone. Siface attravers il mare di tende piantate nei dintorni di Cirta, la sua capitale in Numidia; quello era l'accampamento principale del suo esercito. Un accampamento disordinato e caotico, ma immenso e mobile, che gli permetteva di trasferire il suo poderoso e sempre pi numeroso esercito da un angolo all'altro della Numidia, per affrontare cos i suoi nemici, in particolare i Massili di Massinissa. Solo a ricordarne il nome gli si rivoltava lo stomaco, ma non quella notte. Massinissa, il presuntuoso figlio del deposto re Gala, reclamava per s l'intero regno di Numidia. Da fastidioso incomodo, Massinissa si era trasformato in un'autentica preoccupazione. Il giovane principe era stato prima agli ordini dell'esercito punico, compreso lo stesso Giscone di cui aveva appena sposato la figlia, ma ora, con il vento che cambiava e che sembrava spirare pi in favore di Roma, almeno in Iberia, Massinissa si era avvicinato ai Romani, mirando a un'alleanza con la quale potesse attaccarlo e strappargli la Numidia.
Siface camminava a grandi passi grazie alla sua statura, ma il suo corpo oscillava un po' da un lato all'altro, non molto, ma abbastanza perch le sue guardie facessero attenzione che il loro re non inciampasse. E in effetti Siface aveva bevuto molto, perch aveva molto da festeggiare. Aveva un trattato di non aggressione firmato dal generale romano Scipione, e sapeva che quel romano avrebbe rispettato la sua parola; e ora, sposandosi con Sofonisba, oltre ad aggiungere una bellissima femmina alle sue gi tante spose giovani e belle, si assicurava una certa fedelt da parte del generale cartaginese pi potente in Africa, in assenza di Annibale. Quello che cercava Siface era un equilibrio difficile: non voleva affrontare n i Romani n i Cartaginesi e, d'altro canto, aveva forze sufficienti per intimidire entrambe le parti e per lanciarsi molto presto verso nord-est e massacrare Massinissa, rientrato dall'Iberia con le sue truppe ribelli. Presto tutto sarebbe tornato al proprio posto. La Numidia sarebbe stata un regno unito sotto il suo potere, un regno forte e indipendente, mentre Romani e Cartaginesi si sarebbero sfiniti in una guerra che durava ormai da pi di dieci anni, se ricordava bene. Non ne era sicuro. Il vino gli annebbiava un po' i pensieri, ma non il desiderio.
Sofonisba. Quella notte poteva festeggiare anche per aver strappato a Massinissa la donna per cui si struggeva; da tempo Siface sapeva che il giovane principe numida del Nord pretendeva la bella figlia del generale cartaginese. Non gli era nemmeno importato molto, finch i Cartaginesi erano tornati per ingraziarselo; ecco perch non aveva esitato, quando Giscone gli aveva offerto la figlia in segno di amicizia. Siface sapeva che la figlia del generale punico era desiderata da Massinissa, e non poteva fare a meno di crogiolarsi nella soddisfazione pensando alla faccia che avrebbe fatto il giovane principe quando gli avessero detto che la donna dei suoi sogni era un'altra femmina di sua propriet, una delle tante mogli del suo odiato nemico, il gran re dei Numidi.
Siface lanci una risata nell'aria. Le guardie della sua scorta risero con lui, senza sapere bene perch il loro re ridesse, ma assecondandolo con l'intuizione che d l'esperienza di molti anni al servizio di un monarca lunatico, dall'umore mutevole, che non esitava a punire con la morte chi non seguiva le sue battute o chi osava dubitare di un suo ordine. In tal modo, re e scorta arrivarono ridendo alla grande tenda allestita al centro dell'accampamento per la notte di nozze tra il re Siface e la giovane punica Sofonisba.
Il gigantesco sovrano scost con violenza la tela che dava accesso alla tenda. Fece due passi all'interno di quella stanza improvvisata nel deserto e lasci che la cortina ricadesse, in modo da occultare alla vista dei soldati sia la sua alta figura che la sagoma snella e sinuosa della sua nuova moglie.
Sofonisba lo aspettava sdraiata su soffici coperte di lana. Il suo corpo dalla pelle morbida e scura doveva essere nudo, coperto solo dalla pelle di un leone con la cui testa la giovane si stava intrattenendo, esaminando divertita le enormi fauci della fiera morta. Siface ebbe la sensazione che quella ragazza avrebbe giocato allo stesso modo con il felino anche da vivo, ma scacci subito il pensiero come un'allucinazione dovuta alle abbondanti bevute. Voleva parlare, ma la sua giovane sposa alz gli occhi, senza muovere la testa, e si rivolse al gran re con una voce melliflua che gli diede i brividi alla schiena.
Vedi, piccolo leone? Ti ho detto che non potevo stare a lungo con te, perch il mio re sarebbe venuto presto a farmi visita. Il mio re, che devo servire.
Sofonisba termin la frase gettando di lato la pelle di leone. I suoi seni erano nudi, sodi, scuri, con capezzoli duri circondati da una piccola areola. Gli occhi perplessi del re, che aveva gi pensato di arrabbiarsi con lei - dove si era mai visto che una sposa parlasse per prima a un re, e per di pi la prima notte di nozze? -, rimasero ancorati sul suo petto. Quella donna era ancora pi bella di quanto avesse immaginato e la sua voce bisbigliante era gradevole, rilassante.
Perch non ti siedi, mio re, mio signore? continu Sofonisba e allung un braccio snello e tornito, avvolto da vari braccialetti d'argento e da un gioiello pi prezioso in oro, che abbracciava per ben quattro volte l'arto della giovane, culminando con l'immagine di un serpente.
Siface si sedette su un sedile ricoperto di pelli di capra e pecora e si godette la vista. Sofonisba, a quattro zampe come una gatta, si avvicin lentamente a lui, facendo oscillare seni e fianchi con il movimento del suo corpo flessuoso.
Che cosa desidera il mio re da me? Cosa vuole che faccia? continu Sofonisba, allungando le sillabe e lasciando che la lingua scivolasse sulle sue labbra umide mentre parlava. Perch il mio signore deve sapere che sono sua moglie e sono sua per ogni suo desiderio. A partire da questo momento niente mi far pi felice che compiacere il mio re in tutto quello che il mio re mi chiede.
Siface non parl, ma sotto la sua tunica rossa, tra le sue gambe, emergeva una protuberanza che lasciava chiaramente intendere quali ansie consumassero in quel momento il monarca numida. Sofonisba sorrise e lo guard come una madre guarda il bambino che per la prima volta ha detto una parola. La giovane cartaginese prese la parte inferiore della tunica reale e la tir verso l'alto con una lentezza infinita, che non fece che prolungare la dolce tortura del suo signore finch la ragazza non liber dalla sua prigione il membro virile eretto del re. Mentre Sofonisba s'impegnava a procurare piacere al suo signore, lui osservava il grazioso braccialetto che la sposa novella esibiva all'avambraccio con apparente orgoglio.
 una gioia molto bella.
Aha disse Sofonisba, perch nella sua bocca non c'era posto per le parole.
Regalo di qualcuno?
La giovane annu senza fermarsi. Il re inizi a gemere e, tra il piacere e la soddisfazione, la sua domanda rest senza risposta e cadde nell'oblio.
Quella fu una notte lunga e, al tempo stesso, troppo corta per il re Siface. Sofonisba lo accarezz, lo lecc, lo succhi, lo baci, e intanto si lasciava toccare, baciare, mordere, possedere, accarezzare, picchiare, frustare, per poi essere di nuovo baciata, presa, goduta... Siface, un veterano dell'arte amatoria, scopr sensazioni, posizioni e possibilit a lui del tutto sconosciute, guidato sempre dalle piccole mani giocose, docili e sicure della sua giovane sposa. E fu cos che all'alba, ancora sveglio, mentre Sofonisba continuava ad accarezzargli il petto nudo con finta ma dolcissima tenerezza, il re Siface cap di non essersi procurato un'altra moglie. Quella notte lui si era sposato con una regina, la regina Sofonisba, che avrebbe governato con lui su tutta la Numidia riunificata, innalzata sul cadavere di Massinissa e dei suoi ribelli.
Il mio re sorride,  forse soddisfatto? chiese la giovane con quella sua dolce voce, tranquilla, pacata, come se in quelle lunghe ore di lussuria sfrenata non fosse successo nulla.
Il re  contento, moglie rispose Siface compiaciuto. Stava ricordando che quel miserabile di Massinissa pretendeva la tua mano e stava sorridendo al pensiero di come soffrir quando verr a sapere che non sarai mai pi sua.
Sofonisba sorrise e, guardando con aria distratta il braccialetto dorato che le avvolgeva l'avambraccio destro, rispose laconica.
 quello che capita ai ribelli come Massinissa, mio signore, sono condannati a soffrire.
La risposta piacque al gran re Siface, soddisfazione che si combinava con il fatto di sentire, per la prima volta dopo tanto tempo, di aver saziato completamente la sua lascivia. Si sent generoso.
E a cosa ha pensato la mia giovane e nuova regina nella sua notte di nozze con il re di Numidia?
Quando Sofonisba sent la parola regina sulle labbra del re, non mosse un solo muscolo del viso, ma dentro si scaten lo stesso giubilo che provano i generali nell'istante in cui sanno di essere vittoriosi.
Pensavo a quanto potere ha il mio re, a quanto lo temono tutti, pensavo che il mio re pu ottenere qualsiasi cosa.
Siface si alz appena, si appoggi su un cuscino e, contemplando il corpo nudo, sudato e impregnato di ogni tipo di effluvio intimo di Sofonisba, rispose con la sicurezza dell'uomo che crede a quanto gli dicono.
Qualsiasi cosa, esatto... Ci mise un po' a tirare le fila, ma la nuova moglie era paziente. C' forse... c' forse qualcosa che la mia giovane regina desidera? Perch se cos fosse, tu chiedi, Sofonisba, chiedimi tutto ci che vuoi.
E Sofonisba, abbracciata alla pelle del grande leone come provando vergogna, a voce bassa ma chiara, decisa, lusingatrice, chiese. Chiese. Chiese.

55. MILES GLORIOSUS.
Siracusa, Sicilia, giugno del 205 a.C.

Plauto era impressionato. Si era messo proprio al centro della scena nel grande teatro di Siracusa. Era arrivato fin l su invito del console Publio Cornelio Scipione, che aveva risposto cos alla lettera in cui il commediografo gli sollecitava un incontro. Il console era stato oltremodo generoso: si era offerto di finanziare di tasca propria lo spostamento fino a Siracusa con tutta la compagnia di attori. Voglio vedere una delle tue commedie rappresentata nel grande teatro di Siracusa. Il console aveva concluso cos la sua lettera. Ora Plauto, arenato l, al centro stesso della scena, comprendeva anche l'espressione grande teatro. I gradoni in pietra si estendevano su entrambi i lati, scavati nel fianco della montagna. Erano divisi in nove sezioni, separate dalle scale per facilitare l'accesso e la rapida distribuzione del pubblico in tutto il recinto. Il coro, com'era abitudine nei teatri greci, era un ampio semicerchio che poteva ospitare cantanti e musicisti a volont. Tutto in quel teatro era megalitico, enorme, spazioso.
Plauto sorrise pensando alle strette piattaforme di legno sulle quali era abituato a recitare nel Foro di Roma. Quello era un altro mondo, un'altra civilt. Non per niente i Greci chiamavano barbari tutti gli altri popoli, inclusa Roma. Ma oltre alle dimensioni, l'intero teatro era abbellito con statue, iscrizioni, incisioni in pietra... Aveva passeggiato sui gradoni e aveva osservato come su ogni parete si potessero vedere intagliati i nomi delle diverse divinit in alcuni punti e, in altri, quelli dei famigliari del grande Gerone II, il tiranno sotto il cui governo era stato costruito quel teatro ormai trent'anni prima.
Il pubblico iniziava ad affluire. Le porte d'accesso erano gi state aperte. Erano tutti soldati della V e della VI legione. Plauto aveva avuto solo il tempo di scambiare qualche parola con il console.
Reciterai per i miei legionari gli aveva detto Publio Cornelio. Voglio che si divertano, dopo l'opera ho promesso loro vino e donne, ci vuol dire che verranno gi bendisposti. Non mi aspetto che i miei uomini plachino tutte le loro ansie solo con il teatro, ma desidero che si intrattengano, Plauto, voglio che si divertano. La maggior parte di questi uomini parteciper a una missione quasi impossibile. Molti di loro ancora non lo sanno, ma marciano dritti incontro alla morte. Meritano un po' di divertimento. Credi di potercela fare, Tito Maccio Plauto?
Plauto non aveva esitato a rispondere.
Gli uomini della V e della VI legione passeranno una bella serata... E spero che valga anche per il console.
Bene, bene, per Castore e Polluce, la tua sicurezza mi incoraggia. Ed  un bene... So che volevi parlarmi con pi calma di altri argomenti, ma non potr essere oggi. Devo occuparmi di questioni relative a questa guerra. So che capirai. Parleremo di qualunque cosa tu abbia in mente, ma dopo la rappresentazione. Questo porta con s il vantaggio che se la tua opera piacer a tutti, sar assai ben disposto a favorirti in ci che mi vorrai chiedere.
Plauto aveva accettato, del resto che cos'altro poteva fare con un console di Roma? E si accomiat. Sarebbe stato ben disposto. Se gli piaceva l'opera... Viceversa, la stessa frase implicava un'altra faccia della moneta: se l'opera non fosse piaciuta ai legionari della V e della VI legione, il console gli aveva gi fatto capire di non aspettarsi generosit da parte sua per eventuali richieste. Quelle parole avevano fatto breccia nell'animo di Plauto e fatto sorgere dubbi su che opera rappresentare. All'inizio aveva pensato di ricorrere all'Amphitruo, che nonostante la sua polemica miscela di commedia e tragedia, aveva ottenuto un grande successo a Roma; poi di portare in scena un'opera nuova, di tema militare, qualcosa con un ambiente nel quale i soldati si potessero identificare, ma era un'opera troppo audace, troppo diretta e critica riguardo a certi argomenti... Era chiaro che se quasi tutti i suoi pezzi risultavano critici, certo non erano cos duri come quelli del povero Nevio. Nevio. Si trovava ancora in carcere a Roma. I dubbi crescevano. Forse era bene ricorrere all'Aulularia, la sua prima opera, che gli era valsa il riconoscimento da parte di tutto il popolo di Roma, ma d'altro canto era stata cos tanto rappresentata che non solo il console ma molti altri la conoscevano ormai quasi a memoria. Scipione probabilmente si aspettava qualcosa di nuovo. Nuovo.
Plauto, ancorato al centro della grande scena, conferm a se stesso la decisione che aveva preso qualche giorno prima. S, sarebbe stata la sua opera militare, il Miles gloriosus, la commedia che avrebbe rappresentato quella sera e che gi aveva messo in scena a Roma un paio di volte, non senza sollevare critiche tra i senatori, ma in fin dei conti ci non era per forza qualcosa di negativo: anche le azioni del console suscitavano la critica dei vecchi patres conscripti.
Erano gi entrate varie centinaia di soldati ma molti altri dovevano ancora irrompere nel teatro. Era proprio vero, quegli uomini irrompevano, non entravano; bench il console avesse promesso vino dopo la rappresentazione, era evidente che i legionari avevano gi dato fondo alla loro paga per degustare in anteprima i vini della regione nelle taverne aperte in tutta la citt. Ci, come sempre, risultava un'arma a doppio filo, come le spade ispaniche: se piaceva loro l'opera, per effetto del vino avrebbero riso, ma se si fossero annoiati, avrebbero rumoreggiato e insultato il doppio. Plauto si riscosse dai suoi pensieri e and a controllare che tutto fosse pronto.
Il console, scortato dai dodici lictores, si fece strada tra le gallerie del grande teatro che davano accesso alle gradinate. Le sue guardie non dovevano sforzarsi troppo, poich non appena vedevano il generale tutti si scansavano e portavano la mano al petto. Publio ammirava Lelio per come era riuscito a reimmettere forti dosi di disciplina militare in soldati che tutti avevano dato per persi molti anni prima. Ora bisognava vedere se si ricordavano anche come combattere.
Raggiunsero uno dei due cunei centrali e il console si accomod accanto ai suoi ufficiali, che erano arrivati nel frattempo. C'erano tutti, ancora una volta riuniti insieme: Lelio, Marcio, Mario, Silano, Trebellio, Digizio e Gaio Valerio. I suoi uomini di fiducia. Con quei tribuni e centurioni intorno a s, Publio sentiva che tutto era possibile. Tutto. In quell'occasione Emilia non lo accompagnava.
Troppi soldati, troppi militari aveva detto lei.  una rappresentazione per i tuoi uomini, devi divertirti a vederla insieme a loro. Rester con i bambini e magari chiederemo a Plauto di farci uno spettacolo privato a casa.
Publio non aveva insistito. In fondo aveva ragione. Era un giorno da trascorrere con i suoi uomini. Neanche gli altri avevano portato le loro mogli. Le donne che si vedevano quella sera erano schiave, liberte o prostitute. Non era quella l'occasione per esibire una matrona romana. I bambini... Quello era un tema che occupava spesso la mente di Publio, opprimendolo, soprattutto dopo aver passato qualche giorno con Emilia. I bambini crescono, diceva lei di continuo, e aveva ragione. Cornelia aveva sette anni e il piccolo Publio quattro. Come aveva detto sulla nave diretta a Siracusa, era arrivato il momento di trovare un tutore per loro.
Uno dei lictores si avvicin da dietro e annunci a bassa voce: C' qui un greco che vuole parlare con il console. Dice che gli  stato dato appuntamento qui. Dice di chiamarsi Icetas.
Publio assent senza voltarsi.
Che venga, fatelo passare.
I lictores si ritirarono e lasciarono avanzare un uomo alto, magro, sulla quarantina. Fu Publio il primo a parlare.
Sono Publio Cornelio Scipione. Tu sei Icetas?
Proprio cos, console rispose l'altro e chin la testa in segno di rispetto verso l'autorit che gli stava parlando. Non troppo, il giusto.
E sei stato discepolo di Archimede?
Discepolo  una parola grossa per chi riusciva a malapena a comprendere i suoi teoremi pi semplici, ma se vuoi sapere se ho potuto beneficiare dei suoi insegnamenti,  cos; assistevo alle sue discussioni e ai suoi dibattiti, finch voi Romani avete pensato bene di ucciderlo.
L'atmosfera distesa sfum e tutti gli ufficiali, incluso Publio, contrassero i muscoli.
 stato un deplorevole errore comment il console.
Un deplorevole errore, senza ombra di dubbio conferm laconico Icetas.
Publio pens di accomiatarsi subito da quell'uomo. Era troppo audace. Insolente. D'altra parte, era logico che fosse dispiaciuto per la stupida morte di Archimede, dopo l'assedio di Marcello, per mano di un soldato imbecille che non era riuscito a riconoscere il grandissimo matematico greco mentre ripassava i suoi teoremi tracciati sulla sabbia. Il console inspir un paio di volte prima di riprendere a parlare.
Hai tutto il diritto di mostrarti risentito contro Roma per la morte del tuo maestro. Io stesso sono dispiaciuto per la sua scomparsa, ma non era di questo che volevo parlare con te.
Il console tacque e Icetas intervenne.
E di cosa desidera parlare il console con un umile filosofo di Siracusa?
Ho bisogno di un tutore, un pedagogo per i miei figli. Ho un figlio di quattro anni... e anche una bambina. Voglio che entrambi siano educati da qualcuno come te, specialmente mio figlio. Voglio che imparino il greco, la storia, il latino, la matematica, l'astronomia, la geografia, la filosofia. Voglio che sappiano chi erano Alessandro, Aristotele, Difilo, Filemone, Menandro, Aristofane... Archimede.
Icetas era arrivato convinto di rifiutare qualunque richiesta da parte di quel console, eppure fu sorpreso dalla passione con la quale il giovane generale romano menzionava i nomi di filosofi, scrittori e capi greci. Dinanzi al suo silenzio, il console continu a parlare.
Potrei ordinarti di diventare loro tutore, ma un pedagogo costretto a insegnare pu trasmettere solo risentimento. Se non vuoi accettare liberamente questo incarico, non ti obbligher. Ma pensaci, Icetas: sono uno degli uomini pi potenti di Roma e potrai istruire i miei figli, far vedere loro l'importanza di cose di cui io non conosco nemmeno l'esistenza o che io neanche capirei. Rispetto le tue conoscenze e ti chiedo solo che i miei figli apprendano un po' del tanto che tu sai. Puoi contribuire a creare una generazione futura di Romani un po' meno... barbari.
Icetas abbass il capo mentre meditava. Il console rispett la sua concentrazione. Il filosofo alz di nuovo la testa.
Sei un console poco comune, rispetto a quanto ho sentito dire dei consoli di Roma. Istruir i tuoi figli, ma se questi mi mancheranno di rispetto o non seguiranno i miei insegnamenti abbandoner l'incarico. Non ho tempo da perdere.
D'accordo, ribatt Publio ti rispetteranno. Puoi venire domani nella nostra casa a Ortigia, vicino a...
Tutti sanno dove vive il console di Roma lo interruppe Icetas, prima di fare un altro inchino e dileguarsi nella moltitudine.
Publio non si innervos: quell'uomo era sicuro di s, forse avrebbe trasmesso quella sicurezza anche a suo figlio.
Emilia sar felice gli mormor Lelio all'orecchio.
Lo spero.
A me faceva quasi un po' di paura. I filosofi sono strane creature, sembra che non temano niente e nessuno, come se sapessero gi cose che noialtri ignoriamo.
E le sanno, amico mio, le sanno concluse Publio.
Plauto diede una pacca sulla schiena a un uomo giovane. Si trattava di un liberto campano che, a causa della defezione di Capua durante la guerra, aveva cambiato nome e si faceva chiamare Aulo. Nonostante la giovane et, era un veterano nell'arte della rappresentazione teatrale e Plauto gli aveva affidato la lettura dell'argumentum, al principio dell'opera, e il ruolo centrale dello schiavo Palestrione nella commedia Miles gloriosus che si apprestavano a rappresentare.
Non appena avranno terminato i musicisti, esci tu gli diceva Plauto all'orecchio. Parla con voce forte e chiara, come sai fare. Sono molti e dobbiamo conquistare il loro interesse. Se non ci riesci, non demordere. La mia entrata li far tacere.
Il giovane assent senza dire niente. Era un po' nervoso. Non aveva mai recitato per un pubblico cos vasto, men che meno per un pubblico composto da migliaia di legionari romani. Aulo si angosciava pensando a cosa sarebbero stati capaci di fare tutti quei soldati, se avessero saputo che chi stava declamando davanti a loro era un campano della citt che, fin dall'inizio della guerra, era passata dalla parte dei Cartaginesi ed era stata recuperata alla causa romana solo dopo un interminabile assedio.
Plauto, come se gli avesse letto nella mente, cerc di tranquillizzarlo.
Non pensare a nient'altro che non sia l'opera. Andr tutto bene.
Il giovane annu di nuovo.
Sulle gradinate del teatro, Publio tentava di ascoltare, invano, la musica dei numerosi flautisti che dalla scena e dal coro suonavano un motivo di introduzione alla commedia che si sarebbe rappresentata. Era una musica che decisamente non ammansiva quelle belve dei suoi soldati che, distratti, continuavano a parlare tra loro, pi interessati a ci che raccontava qualche fanfarone a proposito delle sue imprese belliche passate o delle sue conquiste amorose che a quanto si stava svolgendo in scena. Il console fu assalito da mille dubbi. Era stata una buona idea o quella sua passione per il teatro era solo una perdita di tempo, specie se intendeva distrarre i suoi uomini? E... erano davvero delle belve, i suoi soldati? Poi la musica cess, o cos pens Publio, pi perch i flautisti scomparvero di scena che per qualche altro segnale uditivo. Un giovane attore stava entrando in scena. I suoi uomini continuavano a ignorare la rappresentazione e a ridere. Plauto avrebbe dovuto superare se stesso, se voleva captare l'attenzione di quei soldati.
Aulo si situ al centro del grande scenario del teatro di Siracusa con la fronte sudata e gli occhi chiusi, e inizi a recitare il suo prologo.
Rapisce un soldato da Atene a Efeso la meretrice, mentre il servo vuol riferirlo al padrone che l'ama, ma costui, in missione all'estero,  a sua volta catturato in mare e lo danno in dono a quello stesso soldato.
Fa venire il servo il suo padrone da Atene e buca, di nascosto, la parte comune di due case gemelle, che sia cos possibile per i due amanti incontrarsi.
Un guardiano li vede dall'alto di un tetto abbracciati: ma viene preso in giro con burle, come se lei fosse un'altra.
Cos Palestrione sprona il soldato affinch lasci andar via la concubina, dato che la moglie del vecchio vicino desidera sposarlo.
La prega di andarsene spontaneamente, le dona molte cose. E lui, sorpreso nella casa del vecchio, paga la sua colpa da adultero.
Aulo diede per conclusa la sua declamazione. Il parlottio costante del pubblico era diminuito un po', ma assai poco. Nonostante i suoi sforzi, non era sicuro di essersi fatto sentire. Le cose non andavano bene. O l'entrata di Plauto catturava l'interesse di quei legionari o sarebbe finita male.
Publio si era concentrato per cercare di capire il prologo dell'opera, ma il tumulto dei suoi uomini, le loro risate, quel continuo parlare gli avevano permesso di capire solo alcune parole sciolte: schiavo, viaggio, meretrice, amanti, militare, vecchio, adultero.
Qualcuno ha capito di che tratta l'opera? domand il console ai suoi ufficiali.
Sembra che si tratti di amanti e adulteri rispose Marcio, il pi colto tra i suoi ufficiali e, in apparenza, il pi interessato a seguire lo sviluppo della vicenda.
Questo non interesser i nostri soldati aggiunse Lelio.
Publio rest in silenzio. Condivideva la visione del tribuno, per si rifiutava di ammetterlo.
Plauto, gi vestito per interpretare il ruolo di Pirgopolinice, il militare greco protagonista di quell'opera, accolse Aulo nel retroscena. Aveva con s un piccolo scudo e una grande spada, che gli pendevano dalla cintura, ed era circondato da varie decine di uomini armati secondo lo stile degli opliti delle leggendarie falangi macedoni.
Non ti preoccupare, Aulo, sei andato bene.
E senza dar tempo al giovane campano di replicare, irruppe sulla scena a passo marziale, seguito dappresso da una trentina di attori vestiti con l'uniforme e le lunghe picche caratteristiche dei soldati di re Filippo. A Plauto era costata una piccola fortuna procurarsi quelle lance, strappate ai macedoni di Apollonia, la colonia illirica di Roma alla frontiera con lo Stato del re Filippo; ma il denaro che il console gli aveva inviato per mezzo di suo fratello Lucio a Roma era stato abbondante e Plauto voleva dimostrare di averlo utilizzato nell'opera e non in orge o festini notturni.
I legionari della V e della VI, nel vedere in scena una trentina di soldati macedoni armati, si zittirono di colpo. Davanti a loro avanzava un veterano che doveva essere il capo, accompagnato da un paio di schiavi che si chinavano davanti al loro padrone. I legionari erano confusi. Plauto non esit ad approfittare di quell'istante per impadronirsi della scena, del pubblico, del grande teatro di Siracusa.
Abbiate cura che lo splendore del mio scudo sia pi abbagliante dei raggi del sole quando il cielo  sereno, cos, quando capiter di usarlo, venuti alle mani, abbagli la vista dei nemici di fronte a me sul campo di battaglia. Voglio poi consolare questa mia spada affinch non pianga e non si perda d'animo, poich gi da tempo la indosso oziosa, lei che muore dalla voglia di far salsicce dei nemici. Ma dov' quell'Artotrogo?
Lo schiavo in questione, accovacciato per terra come se adorasse il suo potente padrone, rispose in tono adulatorio.
Artotrogo si trova davanti a un uomo forte e fortunato e dal portamento regale, per di pi il grande Pirgopolinice, a tal punto agguerrito che nemmeno Marte oserebbe aprire la bocca dinanzi a lui o confrontare i suoi meriti con i propri.
Nel silenzio che si era impadronito del teatro, le parole di quel dialogo arrivavano cristalline in ogni angolo delle gradinate e la lode sperticata dello schiavo non pass inavvertita in un pubblico che iniziava a sorridere. Plauto, nel ruolo di Pirgopolinice, prosegu rapido con il dialogo che intratteneva in scena con il suo schiavo.
Parli forse di quello che ho salvato nei campi gorgoglionei, dove era comandante supremo Bumbomachide Clitumistandisarchiche, nipote di Nettuno?
I soldati della V e della VI legione iniziarono a ridere, da una parte per le fanfaronate di quel militare che si gloriava persino di aver sconfitto di e figli di di; dall'altra, per gli assurdi nomi che recitava, nomi inventati che tuttavia capivano facilmente, poich, pur non sapendolo i soldati, l'autore aveva combinato i complessi nomi greci con radici e suffissi latini che tutti loro potevano riconoscere facilmente.
Il dialogo proseguiva con le esagerazioni delle presunte imprese di Pirgopolinice, il miles gloriosus, il gran soldato fanfarone.
Lo ricordo gli rispondeva Artotrogo. Senza dubbio ti riferisci alla vicenda delle armi d'oro, le cui legioni tu disperdesti con un soffio, come il vento fa con le foglie o con la banderuola di un tetto.
Bench questo non sia ancora nulla, per Polluce replicava Plauto piazzandosi al centro della scena, mentre sguainava la sua spada e dava fendenti all'aria come se combattesse contro un nemico invisibile.
Questo non  niente, davvero, per Ercole, ripeteva a sua volta l'attore che interpretava Artotrogo niente a confronto di quanto ti racconter. A quel punto lo schiavo camminava verso un angolo della scena e, parlando al pubblico come se lo facesse di nascosto mentre il suo vanitoso padrone non lo ascoltava, distratto com'era dall'esibizione della propria spada, proseguiva: Se qualcuno avesse mai visto un uomo pi millantatore di questo o pi tronfio di fanfaronate di quanto sia lui, mi prenda, io stesso mi offrir come suo schiavo. Ma c' un'eccezione: le olive che mi d da mangiare sono esageratamente buone.
Dove sei finito, Artotrogo? domand Plauto nelle vesti del miles gloriosus, dal centro della scena, mentre rinfoderava la sua spada.
Eccomi qui rispose il suo interlocutore ritornando verso il centro dall'angolo dove si era rivolto al pubblico. Eccomi qui... Per esempio in... nell'India, dove bisognava vedere come rompesti la zampa a un elefante.
Come la zampa?
Volevo dire la coscia intera.
E pensare aggiungeva Plauto che lo attaccai senza nemmeno guardare.
Tutti ridevano, i legionari della V e della VI, gli ufficiali del console e persino Publio, bench il riferimento agli elefanti gli avesse fatto corrugare la fronte, un lieve increspamento che non divent qualcosa di pi perch uno dei lictores si avvicin e gli mormor qualche parola all'orecchio. Il console annu e si rivolse a Lelio.
Vieni. Ci sono ambasciatori da Locri. Sta succedendo qualcosa nel Bruzio.
Gaio Lelio si alz e segu Publio, gi avviato verso la galleria che dava accesso ai gradoni. Erano scortati dai dodici lictores. Marcio e gli altri ufficiali si scambiarono un'occhiata, ma rimasero seduti in attesa del ritorno del console e di Lelio.
Intanto, sulla scena, Plauto e i suoi attori proseguivano nella rappresentazione.
Attraverso le gallerie del teatro, Publio, Lelio e le guardie della scorta del console salirono fino a un passaggio che si trovava nella parte superiore del teatro, scavato quasi nella stessa pietra e ornato di statue dei famigliari di Gerone, opere d'arte che gli uomini di Marcello avevano dimenticato di prendere durante il saccheggio di Siracusa. L, alla luce tremula delle fiaccole che illuminavano le gallerie, attendevano due uomini. Il console si rese subito conto che non erano soldati. Gli anelli d'oro e d'argento che portavano alle dita facevano capire chiaramente che si trovavano di fronte a uomini di potere della citt che rappresentavano, Locri. C'era solo un particolare che non quadrava: Locri era nelle mani dei Cartaginesi.
Mi dicono che venite da Locri, che siete ambasciatori di quella citt. Parlate, ditemi quello che avete da dire.
Il tono acre, brusco, del console non parve sorprendere gli ambasciatori. Come rappresentante di Roma, mostrava il suo rancore verso una citt che era passata al suo mortale nemico.
Grazie per averci ricevuto, console inizi il pi anziano dei due, robusto e florido nonostante i suoi cinquant'anni, uno che senza dubbio non soffriva la fame n aveva intenzione di iniziare a farlo. Il console si mostra diffidente ed  logico, ma prima di ogni altra cosa e chiamando gli di a testimoni, voglio che il console sappia che sta parlando con due uomini fedeli a Roma da sempre. Rappresentiamo Locri, ma non veniamo da l, bens da Rhegium, la citt dove noi e molti altri cittadini locresi fedeli a Roma ci siamo rifugiati quando la nostra amata citt  caduta nelle mani di Annibale. Da allora siamo rimasti l, in attesa, aspettando un'opportunit per recuperare la citt e restituirla all'alleanza con Roma.
Publio annu.
Ti ascolto gi con maggior interesse, cittadino di Locri.
L'ambasciatore, ora pi sicuro, prese a parlare con voce vibrante. Era chiaro che aveva aspettato quel momento a lungo e la tensione si rifletteva nel tono teso delle sue parole.
Grazie, grazie, console di Roma, grazie di ascoltarci. Alcuni giorni fa, in un combattimento tra le truppe romane di Rhegium e quelle puniche acquartierate nella nostra Locri, sono stati fatti prigionieri alcuni uomini che ci hanno subito riconosciuti come concittadini. Hanno giurato di lavorare come artigiani per i Cartaginesi di stanza in una delle due cittadelle che si trovano a Locri. Locri si trova al centro e, a entrambi i lati, si alzano le due fortezze dalle quali si controllano la citt e la valle. E questi uomini ci hanno assicurato che in cambio della vita avrebbero potuto fornirci accesso alle mura di una delle cittadelle. Sarebbe un modo per recuperare, senza grandi difficolt, almeno una parte del controllo della citt, e siamo sicuri che, se Scipione accorresse in nostro aiuto, cadrebbe anche l'altra cittadella. Il tuo solo nome, console, ispira timore tra i Cartaginesi. Le vittorie del console in Hispania sugli stessi fratelli di Annibale o sul generale Giscone sono conosciute da tutti. Per questo abbiamo gi trattato la restituzione di quegli artigiani cartaginesi in cambio di un riscatto, affinch non sospettino se li vedranno tornare vivi. Ci aiuter il console di Roma? Ci aiuter Publio Cornelio Scipione?
Publio era pensieroso. Poi, a bassa voce, l'altro ambasciatore che era rimasto in silenzio si rivolse al suo compagno.
Non gli hai riferito di Pleminio e dei suoi legionari.
 vero,  vero. Console, devo aggiungere inoltre che il pretore Pleminio di Rhegium, che nella sua citt pu contare su una guarnigione di tremila soldati,  informato di tutto ed  disposto ad aiutarci, ma solo se il grande Scipione si metter a capo di questa impresa. Tremila legionari, console.
Publio annu, si gir piano dando le spalle agli ambasciatori e prendendo per una spalla Lelio si allontan con lui di qualche passo. Il console e Lelio si misero a confabulare nello spazio in ombra tra le due fiaccole.
Che cosa ne pensi, Lelio?
Sembra una buona opportunit, ma Locri  in Italia ed  terreno ascritto a Crasso, l'altro console. Noi non possiamo intervenire fuori dalla Sicilia.
Publio assent varie volte, piano.
Inoltre aggiunse Lelio Pleminio  un pazzo. Ho combattuto con lui a nord, tempo fa.  un irresponsabile e un saccheggiatore. Non mi fido di lui,  solo un ambizioso. Se va bene, si vanter di essere il conquistatore di Locri; se va male, incolper noi. E non esiter a tradirci davanti al Senato e a dire che lo abbiamo obbligato a intervenire. Quell'uomo non vale neanche una putrida noce.
S, ho sentito parlare di Pleminio.  come dici rispose il console, poi tacque.
Lelio non capiva perch Publio stesse ancora meditando su quell'argomento. Era assurdo anche solo pensarci. Nel giro di un minuto, il console torn di nuovo dagli ambasciatori. Lelio lo seguiva da vicino.
Perch non vi siete rivolti a Crasso, l'altro console? domand Publio all'ambasciatore. L'Italia  stata assegnata a lui per combattere contro i Cartaginesi.
Il cittadino di Locri in esilio sembrava avere una risposta per tutto.
Solo la tua persona ci d sufficiente fiducia. Crasso... Crasso...  inesperto. A noi serve il migliore. E il migliore  Scipione, console.
Publio aveva ben chiaro che quelle erano lodi esagerate. Crasso era stato pretore tre anni prima. Non era un cattivo generale. Forse avevano ragione ad avere pi fiducia in lui, ma, come aveva osservato Lelio, attraversare lo stretto e sbarcare con le truppe in Italia significava oltrepassare gravemente il potere conferitogli dal Senato. D'altra parte Locri era una citt appetibile, una conquista accessibile, se quanto raccontava quell'ambasciatore era vero. Un buon modo per mettere alla prova la capacit di combattimento delle sue nuove legioni. In particolare, avrebbero potuto esercitarsi nell'assedio. L'assedio. Quella era la chiave.
Publio volt le spalle a tutti e si allontan da solo tra le ombre. I lictores avevano chiuso tutti gli accessi a quella sezione della galleria, in modo che il console potesse muoversi con tranquillit e non essere interrotto nelle sue meditazioni. Si appoggi con una mano contro la fredda pietra di quel passaggio del teatro di Siracusa e chiuse gli occhi. Locri. Assedio. La V e la VI legione. Pleminio, un pretore folle. La VI. La VI legione continuava a essere un problema. Bisognava farlo. Il Senato gli si sarebbe scagliato addosso. Catone avrebbe informato Roma. Fabio Massimo lo avrebbe attaccato in Senato... Ma se conquistava la citt di Locri... Una vittoria rappacifica sempre gli animi di tutti. Una vittoria avrebbe rinforzato il morale delle legioni maledette. Era rischioso. Era pericoloso. Era un errore.
Publio riemerse dalle ombre.
Vi aiuteremo disse il console all'ambasciatore, che spalanc gli occhi come per assicurarsi di non sognare. Tra una settimana sbarcher nel Bruzio, vicino a Rhegium, con truppe sufficienti per riprendere Locri. Uniremo le nostre forze a quelle di Pleminio e attaccheremo. Ora potete andare.
L'ambasciatore s'inginocchi davanti al console e gli abbracci le ginocchia, mentre sulle guance gli scorrevano lacrime di emozione mista ad allegria.
Grazie, grazie, grazie... Che gli di ti proteggano e ti siano sempre favorevoli. Grazie...
L'altro ambasciatore lo imit e s'inginocchi anche lui, chinando il capo verso terra. Publio allontan dalle ginocchia le mani dell'ambasciatore che ancora piangeva, si volt e si incammin insieme a un Lelio piuttosto confuso verso la galleria che riportava al teatro. Il tribuno stava per dire qualcosa, ma un lictor si avvicin al console per informarlo che c'era un'altra persona che voleva parlare con lui.
Chi ?
Non ha voluto dirci il suo nome n riferirci da parte di chi viene, console. Ha detto soltanto che deve parlare con Publio Cornelio Scipione in persona... E a tu per tu, ma dal suo aspetto direi che si tratta di un numida.
Publio e Lelio si guardarono. Lelio ancora non aveva digerito bene la faccenda di sbarcare con le truppe in Italia e gi arrivava una nuova sorpresa, stavolta forse addirittura dalla Numidia. Il console sospir.
 chiaro che oggi non riuscir a vedere l'opera di Plauto. Lelio, tu torna in teatro e raggiungi gli altri. Per il momento non riferire niente. A tempo debito li informer. Ora mi incontrer con questo enigmatico inviato.
Che i lictores ti stiano vicini rispose Lelio ancora in dubbio se fermarsi l con lui.
Publio sorrise.
Ancora ti preoccupi per me, questo mi rallegra! I lictores mi staranno vicino, te lo garantisco.
Per finire Gaio Lelio accett il suggerimento di Publio e torn sui suoi passi diretto al teatro. Mentre si allontanava, si volt un istante per vedere il console, circondato dai lictores, che puntava nella direzione opposta. Lelio scosse la testa, mentre camminava. Italia, Locri, una follia! Una terribile follia. Perch Publio voleva mettersi in quella tana di lupi, con truppe ancora non del tutto addestrate come la V e la VI, unendosi ad altri soldati al comando di un pazzo come Pleminio, in un territorio che spettava all'altro console? La gigantesca preoccupazione di tutta quell'impresa gli fece dimenticare l'arrivo dell'altro uomo che desiderava parlare con il console a tu per tu.
Di nuovo nelle viscere del teatro, Publio attese tra le ombre l'arrivo del nuovo ambasciatore. Uno dei lictores lo anticip per informare il console.
Gli abbiamo tolto tutte le armi. Portava una spada africana e una daga corta. Ce le ha consegnate senza opporre resistenza.
Bene, fatelo venire.
Nel giro di un istante l'ambasciatore numida, alto, forte, muscoloso, la pelle molto scura segnata dal sole del deserto, si present al suo cospetto, scortato da due guardie del console.
Sono Publio Cornelio Scipione, console di Roma. Dicono che volevi parlare con me. Bene, eccomi qui.
Il numida non parl, ma si limit a guardare i due lictores. Publio fece un cenno e le guardie si allontanarono di vari passi, fino a restare nascoste alla vista oltre lo splendore delle fiaccole di quella umida grotta nelle viscere del grande teatro di Siracusa.
Ora siamo da soli continu Publio. Capisci la mia lingua?
La capisco attacc infine il guerriero numida ma preferisco parlare in greco. Mi spiegher meglio e chi mi invia dice che lo parli bene.
In greco, dunque. Chi ti manda?
Il re Siface.
Publio ammutol. Siface! Si sforz di mantenere un'espressione imperturbabile. Il numida rifer il messaggio in modo conciso.
Il re vuole incontrarsi con il console.
Qui?
No. Il console deve andare a Cirta.
Publio aveva gi fatto visita a Siface l'anno prima. Un nuovo viaggio in Numidia... e aveva appena promesso di sbarcare a Rhegium per attaccare e recuperare Locri. Non poteva stare dappertutto. Inoltre non si fidava delle intenzioni di Siface.
Di' al tuo re che ora non mi  possibile recarmi a Cirta.
Questo non piacer al mio re rispose il numida in tono secco.
Publio pronunci le seguenti parole con tatto: Lo capisco. Riferisci al tuo re che non  per mia volont, ma perch come console i miei movimenti sono soggetti alle direttive del Senato di Roma. Non sono un re e non godo di tutta la libert che vorrei. Trasmetti a re Siface questo messaggio: mi spiace non poter accettare il suo invito in questa occasione.... Publio fece una pausa prima di proseguire con la stessa parsimonia e l'autocontrollo di prima. Digli, per, che gli ricordo che abbiamo un patto e che ho la sua parola che sar sempre fedele alla causa romana. E che ho la sua promessa che non ci attaccher mai, anche se ci recheremo in territorio africano.
A quel punto fu il numida a restare in silenzio prima di rispondere.
Io so soltanto che il mio re ha molto insistito su questo: dovete incontrarvi subito. Devo dunque dedurne che non verrai?
Non verr, ma mi aspetto che tu trasmetta al re tutto ci che ti ho detto.
Trasmetter il messaggio tale e quale, come me lo hai riferito, ma niente di quanto tu hai detto mitigher la sua rabbia.
Publio allora affront il numida, avvicinandosi con la faccia ad appena pochi centimetri da quella del guerriero africano.
Tu assicurati solo di dirgli una cosa: di' a Siface che  meglio se continuiamo a essere amici. Digli soltanto questo. Publio alz una mano e come per magia vari lictores emersero dalle ombre e circondarono il numida. Ora portatelo via dal mio cospetto e assicuratevi che in meno di un'ora sia su una nave con destinazione Numidia.
Il guerriero si liber dalla stretta delle guardie e le segu senza dire niente, mentre Publio restava in compagnia degli altri lictores. Il console prese ad andare verso la cavea del teatro, ma poi si ferm. Aveva bisogno di pensare. Quella di Locri era un'opportunit... Un'opportunit per risolvere varie questioni, ma l'ultimo messaggero, il numida, l'aveva lasciato inquieto. Bisognava fare tutto e tutto insieme. Doveva sdoppiarsi e poteva farlo solo ricorrendo, per l'ennesima volta, all'unico uomo di cui poteva fidarsi in quella situazione. Publio si trattenne per vari minuti nel passaggio centrale del grande teatro di Siracusa. I lictores si tenevano a distanza prudenziale, assicurandosi che nessuno gli si avvicinasse dalle estremit della galleria. Quando alla fine Publio riprese il cammino di ritorno alla gradinata del teatro, non aveva chiara la nozione del tempo trascorso tra quei corridoi in penombra, ma sapeva che gli rimaneva ormai poco da vedere della commedia di Plauto. Man mano che si avvicinava, sentiva un grande baccano in mezzo al pubblico. I legionari della V e della VI legione ridevano rumorosamente. Sembrava che Plauto avesse portato a termine con successo la missione di intrattenere i soldati. Questo era un bene. Il console sorrise, enigmatico. Un uomo strano, quel Plauto, pens. E stava gi arrivando alla fine del passaggio, s'intuiva la luce brillante dell'esterno che si rifletteva sulle pareti d'uscita della galleria, quando vide diverse persone che si facevano di lato, premendo i loro corpi contro il muro per lasciare che il console di Roma passasse senza essere infastidito. Tra loro Publio riconobbe Icetas, il futuro tutore dei suoi figli. Il console si ferm davanti al saggio greco.
 cos malvagio il teatro romano che un greco non riesce a sopportarlo fino alla fine? indag guardandolo negli occhi.
Icetas non si scompose e gli rispose in modo diretto, nello stesso modo in cui era stato interpellato.
Poich suppongo che il console di Roma sia un'autorit che ama ricevere risposte sincere alle sue domande, dovr rispondere che ho trovato l'opera pi fosca e brutale di quanto mi aspettassi, ma ci nonostante devo ammettere che il testo e la messinscena non smettono per un solo istante di intrattenere e divertire, un passatempo un po' meno raffinato delle grandi commedie di Aristofane, certo, ma uno spettacolo che non mi ha lasciato indifferente. E indifferenza era quello che temevo di provare. Me ne vado prima perch il finale  gi evidente e perch mi piacerebbe sfuggire alle grandi masse di legionari romani che spintonano negli stretti passaggi del teatro. Noi uomini greci non abbiamo scorte a farci strada.
Publio lo ascolt con interesse. Senz'altro si confermava il fatto che Icetas non fosse un uomo servile, e questo gli piaceva. Un pedagogo con spirito da servo avrebbe trasmesso servilismo ai suoi figli; un saggio con il senso della dignit avrebbe insegnato loro l'autostima. Il console sorrise apertamente.
Una risposta sincera densa di significato. Mediter su ogni parola che hai detto, anche se la politica mi ha tenuto lontano dalle gradinate e ho pochi elementi per giudicare l'opera.
Icetas assent e fece un breve inchino. Publio torn allo spettacolo. La luce del pomeriggio era ancora intensa e inondava tutto. Riprese posto accanto a Marcio, Lelio e al resto degli ufficiali. I legionari applaudivano e ridevano. Il console guard la scena: Plauto, nel ruolo di miles gloriosus, veniva in quel momento frustato da altri attori, ma non solo. Uno degli attori, in abiti da cuoco, esibiva un lungo e affilato coltello con cui lo minacciava.
Quando inizio a tagliare? diceva l'attore stringendo il coltello in mano e guardando l'altro che interpretava il suo padrone, mentre con la mano libera maneggiava sotto la tunica di Plauto.
Credo di essermi perso molte cose disse Publio a Marcio, che lo ascoltava senza smettere di guardare la scena, ma comprese che il console voleva una rapida spiegazione di quanto stava succedendo.
Il miles gloriosus, il soldato fanfarone sintetizz Marcio,  stato catturato mentre tentava di commettere adulterio con la moglie di quell'uomo, il cui cuoco ora minaccia di castrare il soldato per aver preteso la moglie del suo signore.
Capisco rispose Publio annuendo. S, l'opera sembrava un po' brutale, il commento di Icetas forse non era esagerato vedendo lo spettacolo dal vivo... Ma la mente di Publio torn ai problemi della guerra e, mentre Plauto supplicava a scena aperta di salvare gli organi della sua virilit dinanzi a un pubblico entusiasta, parl sottovoce a Lelio che stava sull'altro lato. Devi andare in Africa, Lelio. Dobbiamo accelerare lo sbarco e occorre che tu esplori la costa in cerca di un luogo adatto per sbarcare con una flotta di quasi cinquecento navi. Porta con te i legionari della V. Io marcer su Locri con la VI.
Lelio smise di guardare la commedia, riflett un istante e con la fronte attraversata dalle rughe propose un'alternativa.
Non sarebbe meglio che tu andassi a Locri con la V legione? Sono pi fidati.
No.  la VI che devo portare a Locri, Mazieno e Marco Sergio inclusi. Tu trovami una baia in Africa e, se possibile, fa' qualche incursione per seminare il panico nella regione. Dobbiamo alimentare la paura di Cartagine per il nostro arrivo.
Ma riunire Mazieno e Marco con Pleminio pu rivelarsi pericoloso insistette ancora Lelio.
Sicuramente, sicuramente concesse Publio in tono misterioso, ma con una fermezza che non lasciava spazio a ulteriori discussioni.
Lelio tacque e annu. Per un istante i due tornarono a concentrare la loro attenzione sulla scena. Plauto, ancora nel ruolo di miles gloriosus, aveva evitato di essere castrato in pubblico umiliandosi dinanzi ai suoi nemici, che non smettevano di ridere di lui e, insieme a loro, rideva tutto il pubblico.
Plauto era per terra, sdraiato su un fianco, ridotto a un gomitolo, quasi in lacrime. I legionari della V e della VI legione, alla fine, smisero pian piano di ridere e tacquero. Sembrava che, per un istante, provassero persino pena per il povero fanfarone sbeffeggiato da tutti per l'intera rappresentazione. Plauto si alz piano, guard da un lato all'altro della scena con occhi nervosi, poi lanci i suoi lamenti in ogni angolo del teatro.
O me misero! Capisco che mi hanno ingannato; che canaglia quel Palestrione!  lui che mi ha giocato un tale scherzo. Per debbo confessare che  giusto: se succedesse cos a tutti gli adulteri, di adulteri ce ne sarebbero meno in questo paese; avrebbero pi paura e penserebbero meno a queste cose. Ma entriamo in casa mia. Plauto tacque e guard il pubblico e su tutto il grande teatro di Siracusa il silenzio si fece penetrante, mentre lui stava immobile e inspirava forte. Poi, con tutta la potenza della sua voce, grid: Plaudite, plaudite, plaudite!.
E come una molla, tutti i legionari della V e della VI legione di Roma iniziarono a battere le mani e il loro applauso fu assordante, il fragore dei loro battimani fece tremare la cavea del teatro di Siracusa.
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FINE Parte 2.